Il Mar Rosso entra a Mogadiscio. Perché la crisi somala rischia di diventare la prima guerra per procura del Corno d’Africa

C’è un dettaglio, in questa settimana somala, che dice più di ogni comunicato. Sabato 17 ottobre le milizie fedeli ad Abdiaziz Laftagareen hanno preso Berdale, Dinsoor, Buurhakaba, Qansaxdheere e Awdiinle — cinque città, l’ultima a trenta chilometri da Baidoa — togliendo di fatto al governo federale il controllo della maggior parte del South West State. Nella sola giornata di sabato, un’amministrazione filo-governativa ha perso la maggioranza del proprio territorio. Non è una scaramuccia tra clan. È la riconquista di uno Stato federato condotta con droni, artiglieria e copertura aerea straniera.

Giovedì 16, il think tank Chatham House pubblicava un’analisi che si chiudeva sull’avvertimento che la Somalia rischiava una guerra protratta. Due giorni dopo, sul terreno, lo scenario aveva già smesso di essere un rischio.

Come si è arrivati qui

La cronologia è semplice e brutale. Il mandato di Hassan Sheikh Mohamud scadeva il 15 maggio 2026. Un pacchetto di emendamenti costituzionali approvato a marzo ha portato il mandato presidenziale da quattro a cinque anni, proiettando la scadenza al maggio 2027. L’opposizione — il Somali Future Council, che raccoglie la leadership di Puntland e Jubaland e l’ex presidente del South West State Laftagareen — ha risposto dichiarando decaduta la legittimità del presidente. La rottura non è rimasta verbale: a marzo Mogadiscio ha inviato truppe a Baidoa per rimuovere Laftagareen, che si è dimesso il 30 marzo. Da allora la sua campagna per riconquistare lo Stato è stata continua, e questa settimana ha compiuto il salto di scala.

A ottobre la commissione elettorale, organo di nomina presidenziale, ha annunciato unilateralmente un calendario elettorale per aprile-maggio 2027. L’opposizione lo ha respinto: nessun accordo politico, nessuna autorità condivisa, nessuna elezione. Va detto che il tentativo negoziale c’era stato: dal 13 al 15 maggio il governo federale e il Somali Future Council si sono incontrati a Mogadiscio sotto facilitazione internazionale, e il tavolo si è chiuso senza consenso. L’Unione Africana ha preso atto del fallimento con un comunicato di preoccupazione.

Il punto che va colto è che nessuna delle due parti sta bluffando. Il governo federale ha dalla sua il controllo delle principali città del sud e del centro, oltre agli Stati di South West, Hirshabelle e Galmudug. L’opposizione ha dalla sua la dislocazione territoriale nel profondo sud e nel nord, e — soprattutto — ha capito che il modo più rapido per bilanciare la superiorità convenzionale di Mogadiscio non è reclutare più miliziani, ma procurarsi droni, contraerea e sponsor.

Il vero oggetto della contesa

L’annullamento, nel gennaio 2026, di tutti gli accordi di difesa e sicurezza con gli Emirati Arabi Uniti non è un episodio di sovranismo. È l’atto fondativo dell’attuale configurazione. Mogadiscio ha rotto contestualmente con Abu Dhabi, ha avviato un’inchiesta sull’estradizione di un leader separatista yemenita attraverso Berbera e Mogadiscio, e ha firmato accordi di difesa con Arabia Saudita e Qatar, con il sostegno diplomatico di Turchia ed Egitto.

Da quel momento la geometria è leggibile. Da un lato Ankara, presente in Somalia dal 2011, con un campo di addestramento dal 2017, circa un terzo delle forze armate somale formate da istruttori turchi, F-16 dispiegati a Mogadiscio da fine gennaio 2026, il mandato militare prorogato di due anni a luglio e attacchi documentati contro al-Shabaab in Lower Shabelle a giugno. Dall’altro Abu Dhabi, che ha relazioni dirette con Somaliland, Puntland e Jubaland, partecipazioni portuali a Berbera, Bosaso e Kismayo, e che dopo la rottura ha visto le sue controparti regionali dichiarare “nullo e non avvenuto” il provvedimento di Mogadiscio.

Questa non è una contrapposizione astratta tra due capitali. È una contrapposizione materiale, che si scarica su infrastrutture precise: i porti. Chi controlla Berbera, Bosaso e Kismayo controlla l’accesso al Mar Rosso e al Golfo di Aden. Il punto non è la Somalia: è che il Corno d’Africa è diventato l’unico corridoio alternativo credibile per chi vuole proiettare potenza nel Mar Rosso senza passare da Suez.

Il moltiplicatore che nessuno aveva calcolato

Il quadro è cambiato anche rispetto a sei mesi fa. La presa houthi di Mocha, Dhubab e delle isole di Bab al-Mandab tra agosto e settembre 2026 ha trasformato lo stretto da variabile di contesto a oggetto di contesa diretta, con la controffensiva delle forze pro-governative yemenite avviata a inizio ottobre e ancora in corso. Il patto di difesa saudita-turco-pakistano di agosto ha creato un canale di coordinamento militare tra Riyadh e Ankara. La Dichiarazione di El Alamein del 4 ottobre, sottoscritta da Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia, ha visto Mogadiscio aderire a una convergenza che rivendica la governance esclusiva del Mar Rosso da parte degli Stati rivieraschi, rifiuta il riconoscimento internazionale del Somaliland e contesta le azioni unilaterali sull’acqua del Nilo. Hassan Sheikh si era recato al Cairo il 2 ottobre per il vertice: la partecipazione somala è diretta e documentata.

Il risultato è un circuito vizioso. Il valore strategico della Somalia aumenta, quindi aumenta l’incentivo esterno a intervenire. L’intervento esterno aumenta la posta in gioco interna, quindi aumenta la domanda di protezione esterna da parte degli attori locali. Hassan Sheikh non ha bisogno degli egiziani per restare al potere, ma il sostegno egiziano — quindicimila uomini dispiegati e basi navali a Eritrea e Gibuti — rende politicamente più costoso per lui negoziare. Laftagareen non ha bisogno degli emiratini per riconquistare Baidoa, ma sa che i droni arrivano da chi ha interesse a umiliare Mogadiscio.

Il precedente che conta più di tutti

C’è un elemento che segna una soglia, e questa settimana è diventato impossibile eludere.

Il 28 settembre le forze di Laftagareen hanno attaccato Baidoa con un’operazione che ha coinvolto jet da combattimento e droni, lasciando 148 feriti. Il 29 settembre gli F-16 turchi hanno lanciato missili attorno alla città mentre sostenevano le truppe federali. Il 17 ottobre Laftagareen ha rincarato, accusando Ankara di sei raid aerei su Baidoa e dichiarando che i bombardamenti proseguono dal marzo scorso. La Turchia nega; il governo somalo, in un primo momento, ha attribuito i raid del 30 giugno a “F-16 turchi” per poi emendare il comunicato in “partner internazionali” — un’ammissione per sottrazione.

Se anche solo una parte di questo è vera, il precedente è devastante: per la prima volta nella storia recente della Somalia, capacità aeree straniere sono state impiegate in uno scontro tra attori politici somali, non contro al-Shabaab. Significa che la linea tra controinsurgenza e intervento in una guerra civile è stata cancellata, e che ogni Stato federato ostile a Mogadiscio ha ora un incentivo razionale a cercare il proprio patrocinatore aereo. Non si torna indietro da questo. Aggiungo una nota che va tenuta sullo sfondo: il pattern non è nato a Baidoa. Il 3 settembre un raid “misterioso” su Doolow è stato attribuito con sospetto alla Turchia, che ha negato — e in quel caso gli obiettivi erano ambigui, non palesemente politici.

C’è un dettaglio ulteriore, minore solo in apparenza. Laftagareen ha dichiarato che gli ufficiali locali sono fuggiti verso una base AUSSOM e che le truppe etiopi presenti sono rimaste dentro senza intervenire. In un pezzo sul collasso delle istituzioni regionali, quella singola frase vale più di un comunicato: la forza di stabilizzazione dell’Unione Africana è stata spettatrice del tracollo di uno Stato federato senza muoversi.

Cosa aspettarsi

Tre scenari, in ordine di probabilità.

Stallo armato prolungato. La più probabile. Nessuno dei due schieramenti ha la capacità di imporre una soluzione militare, e nessuno dei due patrocinatori esterni vuole pagarne il costo. Si consolida una Somalia a sovranità multipla, in cui il governo federale controlla le città e la retorica, l’opposizione controlla porzioni crescenti di territorio e le rotte, e i porti restano sotto sovranità di fatto straniera. La presa di cinque città in un giorno mostra però che questa configurazione non è stabile: si sposta a ondate, non si congela.

Escalation per errore di calcolo. Il rischio maggiore non è una decisione, è un incidente. Un F-16 turco che colpisce per errore milizie con consiglieri emiratini sul terreno; un drone di provenienza non dichiarata che colpisce una colonna del governo federale; un attacco houthi su Berbera che costringe Abu Dhabi a intervenire direttamente. In un ambiente dove le catene di comando straniere sono opache e i canali di deconflizione non esistono, il caso è più probabile dell’intenzione.

Accordo negoziato. Il meno probabile oggi, e per una ragione precisa: il negoziato richiederebbe che Turchia ed EAU convergessero su un esito, mentre i loro interessi sono strutturalmente opposti. Ankara vuole un governo centrale forte e debitore. Abu Dhabi vuole Stati federati autonomi e porti aperti. Nessun compromesso a Mogadiscio può soddisfare entrambi — e la rottura del tavolo di maggio lo dimostra.

Un’ipocrisia da smontare

Il dibattito pubblico tratta gli attori esterni come se “influenzassero” la crisi. La formulazione è troppo generosa. Gli attori esterni non stanno influenzando: stanno rendendo razionale l’intransigenza. Ogni concessione offerta da Mogadiscio o dall’opposizione viene pagata con una perdita di protezione esterna, quindi la concessione costa più della rottura. Fino a quando questo calcolo non cambia, nessuna mediazione — dell’Unione Africana, dell’IGAD, delle Nazioni Unite — può attecchire, perché la mediazione non altera la struttura degli incentivi.

Con un’aggravante che rende tutto più urgente: l’AUSSOM, la missione dell’Unione Africana che dal gennaio 2025 ha sostituito l’ATMIS, ha un mandato che scade a fine 2026, un budget di 196 milioni di dollari largamente non finanziato, e un rifiuto statunitense, notificato il 1° luglio, di coprirne i costi oltre il 31 dicembre. Mentre la Somalia ha più bisogno che mai di una forza di stabilizzazione, quella forza è in via di smantellamento — e a Baidoa era già spettatrice.

Cosa servirebbe davvero

Non un ennesimo appello alla moderazione. Servirebbe un meccanismo di deconflizione tra i patrocinatori, prima che tra i somali: un canale Ankara-Abu Dhabi sullo specifico somalo, con l’Unione Africana come garante formale e una qualche forma di congelamento reciproco — nessun attacco aereo contro forze politiche, nessun nuovo trasferimento di droni a milizie di opposizione, in cambio di nessuna espansione unilaterale delle infrastrutture portuali contese. È un’idea fredda, cinica e poco nobile. È anche l’unica che affronta il problema dove si trova.

Il resto — il dialogo inclusivo, l’accordo costituzionale, il calendario elettorale realistico — è necessario e non è sufficiente. Si può negoziare un calendario elettorale in una settimana se entrambe le parti smettono di credere che la sconfitta militare sia possibile. Finché quella convinzione resta, ogni tavolo è un luogo dove si compra tempo — e Baidoa, questa settimana, ha mostrato quanto poco tempo resti da comprare.

Fonte principale: Aweis Ahmed, Foreign rivalries risk turning Somalia’s political crisis into a protracted war, Chatham House, 16 october 2026, Foreign rivalries risk turning Somalia’s political crisis into a protracted war

Analisi geostrategica a cura di The Global Eye e SIOI

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