Dalla filosofia alla politica, una promessa tecnologica che interroga il futuro dell’umano.
Il 22 settembre 2026, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, Donald Trump ha annunciato di voler sostituire nei documenti statunitensi l’espressione “intelligenza artificiale” con “superintelligenza”.
La sua spiegazione era soprattutto linguistica: “artificiale”, a suo giudizio, fa sembrare falsa una tecnologia che invece è reale e straordinaria.
La tentazione è liquidare l’annuncio come l’ennesima rodomontata trumpiana. Eppure, alle parole è seguito un atto concreto: il 29 settembre 2026 Trump ha firmato un ordine esecutivo che dispone il cambiamento terminologico nelle comunicazioni dell’esecutivo federale.
Al di là dell’enfasi retorica della ridenominazione, la parola scelta ha una storia e un significato precisi.
La “superintelligenza” non nasce con Donald Trump e non è semplicemente un nome più suggestivo per l’IA. Nel dibattito filosofico indica un’intelligenza capace di superare nettamente le migliori capacità umane in quasi tutti gli ambiti intellettuali.
Il termine compare già nel titolo di un saggio del 1998 di Nick Bostrom (filosofo svedese e studioso dei rischi delle tecnologie avanzate, già professore all’Università di Oxford), ma la storia del concetto risale ancora più indietro.
Un passaggio fondamentale si trova nel lavoro di Irving John Good, matematico e statistico britannico che aveva collaborato con Alan Turing a Bletchley Park, che nel 1965 immaginava una “macchina ultraintelligente”: un sistema superiore agli esseri umani anche nella progettazione di nuove macchine. Una simile invenzione avrebbe potuto costruire nuove versioni ancora più capaci, innescando quella che Good chiamava un’“esplosione d’intelligenza”. Non era ancora la formulazione di Bostrom, ma ne anticipava uno dei problemi centrali: che cosa succede quando il progresso dell’intelligenza non dipende più soltanto dall’uomo?
Nel 1993 Vernor Vinge, matematico e scrittore statunitense di fantascienza, collegò la nascita di intelligenze superiori a quella umana alla “singolarità tecnologica”: una trasformazione oltre la quale sarebbe diventato difficile prevedere il corso della storia.
Ray Kurzweil (inventore e futurologo statunitense, pioniere del riconoscimento dei caratteri e della sintesi vocale) sviluppò e divulgò questa prospettiva, soprattutto con The Singularity Is Near, del 2005, immaginando una crescente integrazione fra intelligenza biologica e non biologica. Il suo ruolo è dunque quello di un importante interprete e divulgatore, non dell’inventore della parola.
È però con Bostrom che la superintelligenza riceve una sistematizzazione filosofica particolarmente influente. Dopo il saggio del 1998, il suo libro Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies, pubblicato nel 2014, mette al centro non soltanto la possibilità di costruire sistemi superiori a noi, ma soprattutto la difficoltà di mantenerne gli obiettivi compatibili con quelli umani. Un’intelligenza maggiore, infatti, non implica automaticamente l’allineamento ai nostri valori.
Più che cercare un unico inventore del termine, conviene quindi distinguere i contributi: Good anticipa il meccanismo dell’auto-miglioramento; Vinge e Kurzweil sviluppano lo scenario della singolarità; Bostrom precisa il concetto e ne indaga i rischi. In tutti questi casi, “superintelligenza” non significa semplicemente IA, ma un eventuale superamento delle capacità intellettuali umane.
È proprio la distanza fra il significato filosofico della parola e il suo nuovo impiego politico a mostrare che la scelta di Trump non si esaurisce nella provocazione linguistica.
Washington tratta ormai l’intelligenza artificiale non soltanto come un settore economico, ma come un’infrastruttura strategica della potenza americana, sulla quale costruire capacità scientifiche, industriali e di sicurezza nazionale. Il rapporto sempre più stretto fra governo e grandi imprese privilegia l’accelerazione e l’autoregolazione, dentro una competizione con la Cina presentata come decisiva per il primato statunitense.
In questo quadro, la ridenominazione ufficiale dell’IA in “Super Intelligence” può essere letta come un tentativo di raccogliere tecnologie diverse sotto un’unica promessa politica: una nuova stagione di prosperità e superiorità statunitense. È la stessa Casa Bianca ad attribuire al nome il compito di esprimere le potenzialità della tecnologia e orientare l’azione federale verso la loro espansione. Il lessico della superintelligenza assume così una funzione diversa da quella incontrata nel dibattito filosofico: non indica soltanto un possibile traguardo futuro, ma suggerisce una trasformazione già in corso, da sostenere attraverso investimenti, infrastrutture energetiche e centri di calcolo.
Restano però domande decisive che nessun cambiamento di nome può risolvere. Chi verificherà gli impegni volontari delle imprese? Come impedire che la loro centralità strategica si traduca in un potere sottratto al controllo democratico? E quanto spazio resterà, nella corsa al primato, per discutere i costi sociali dell’accelerazione e cercare forme di cooperazione sui rischi?
La questione, allora, non è soltanto se le macchine diventeranno più intelligenti di noi, né chi avrà il potere di decidere come svilupparle, a quali condizioni e nell’interesse di chi.
È al fondo, una questione antropologica: che cosa significa essere umani se capacità che consideravamo distintive — ragionare, creare, formulare giudizi — possono essere riprodotte o superate da sistemi artificiali? E quali facoltà vogliamo continuare a coltivare, anziché delegarle?
Il rischio è che, mentre discutiamo dell’intelligenza delle macchine, finisca in secondo piano la nostra capacità di scegliere i fini ai quali indirizzarla.
Per questo distinguere l’intelligenza dalla coscienza, la prestazione dal giudizio e l’efficienza dalla responsabilità non è un esercizio astratto. Significa ricordare che una macchina più capace non rende automaticamente più libera, più giusta o più umana la società che la impiega. La promessa della superintelligenza ci interroga, prima ancora che sul futuro delle macchine, sull’idea di umanità che vogliamo portare nel futuro.
Diego Brasioli
Nota bibliografica e fonti
Per la storia del concetto di superintelligenza e della singolarità tecnologica:
- Irving John Good, «Speculations Concerning the First Ultraintelligent Machine», in Advances in Computers, vol. 6, Academic Press, 1965, pp. 31–88.
- Vernor Vinge, «The Coming Technological Singularity: How to Survive in the Post-Human Era», contributo al simposio VISION-21, 1993, disponibile nell’archivio NASA Technical Reports Server.
- Nick Bostrom, «How Long Before Superintelligence?», in International Journal of Futures Studies, vol. 2, 1998.
- Ray Kurzweil, The Singularity Is Near: When Humans Transcend Biology, Viking, 2005.
- Nick Bostrom, Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies, Oxford University Press, 2014.
Per la ridenominazione dell’IA e le politiche dell’amministrazione Trump:
- Matthew Lee, «US diplomats told to say “super intelligence” — not “artificial intelligence” — after Trump’s call», Associated Press, 23 settembre 2026.
- Donald J. Trump, ordine esecutivo n. 14434, «Inaugurating the Era of Super Intelligence», 29 settembre 2026, pubblicato nel Federal Register il 2 ottobre 2026.
- Casa Bianca, «Fact Sheet: President Donald J. Trump Inaugurates the Era of Super Intelligence», settembre 2026.
- Garance Burke, «In Silicon Valley, AI founders cheer Trump’s calls for the industry to police itself on safety», Associated Press, ottobre 2026.
Le opinioni contenute in questo articolo sono espresse a titolo personale e non sono attribuibili al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano.



