Il commento si basa su un IntelBrief del Soufan Center del 13 ottobre (The UN Faces its Future: The Next Secretary-General), integrato e corretto con i risultati della quinta straw poll del 7 ottobre (PassBlue, Security Council Report, Buenos Aires Times), la ricostruzione del processo dell’ONU e le analisi del CFR e di The National sui possibili scenari di stallo. Le previsioni sul 16 ottobre sono riportate come dichiarazioni di diplomatici, non come fatti accertati: la data non risulta confermata ufficialmente.
La quinta votazione del Consiglio di Sicurezza ha prodotto un verdetto chiaro e scomodo: nessuno, oggi, è in grado di guidare l’ONU. E il prossimo scrutinio, il 16 ottobre, potrebbe rendere pubblico il nome di chi sta affondando le candidature.
Sette candidati, cinque votazioni informali, zero consenso. La quinta straw poll del Consiglio di Sicurezza, tenutasi il 7 ottobre, ha prodotto il risultato più frammentato dell’intero processo: Rebeca Grynspan resta prima ma in regressione — nove voti “encourage” contro dieci del 29 settembre, con l’opposizione che raddoppia da tre a sei “discourage”. Rafael Grossi sale per la prima volta al secondo posto, ma con numeri che raccontano più debolezza che avanzata. Carolyn Rodrigues Birkett crolla: cinque “encourage”, nove “discourage”. E il quadro generale è quello di un’istituzione di 81 anni che non riesce a esprimere un successore a un Segretario Generale in scadenza il 31 dicembre.
La vera informazione, però, non sono i numeri. È il calendario. Secondo quanto riferito da diplomatici del Consiglio, la prossima votazione — prevista per il 16 ottobre — potrebbe essere la prima con schede differenziate per colore, che distinguono i voti dei cinque permanenti da quelli dei dieci membri eletti. Se verrà confermata, la politica della segretezza che ha governato questa corsa per due mesi e mezzo si rompe: per la prima volta, sapremo quali candidati sono osteggiati da un membro permanente e quali no.
Perché la segretezza era il meccanismo, non l’eccezione
Dal 30 luglio, quando il processo è stato formalmente avviato, il Consiglio ha votato cinque volte senza mai distinguere i voti dei P5. Le schede sono anonime, i risultati non vengono pubblicati e il presidente di turno — la greca Aglaia Balta per il mese di ottobre — si limita ad annunciare che la votazione ha avuto luogo, senza riferire alcun dato. Cina e Francia hanno svolto il ruolo di scrutatori nella quinta tornata.
Questo sistema ha un effetto preciso: consente ai membri permanenti di eliminare candidati senza doverne rendere conto pubblicamente. Le sei schede “discourage” che hanno colpito Grynspan il 7 ottobre sono un dato leggibile in due modi opposti — opposizione ampia e diffusa tra gli eletti, oppure veto di un solo P5 travestito da dissenso collettivo. Fino a quando non si passa alle schede colorate, nessuno può saperlo.
Il passaggio alle schede colorate è tecnicamente semplice e politicamente pesantissimo. Come osserva il Security Council Report, il voto rosso di un permanente non è giuridicamente irreversibile: si tratta di una questione politica, non procedurale. Un P5 può votare “discourage” in una tornata colorata per segnalare una posizione negoziale, non una condanna definitiva. Ma segnalare un veto è già usare un veto.
Il quadro reale delle candidature
Rebeca Grynspan (Costa Rica, 70 anni, ex vicepresidente ed ex segretaria generale UNCTAD) ha dominato la prima metà della corsa: nella quarta tornata, il 29 settembre, era l’unica candidata ad aver mai raggiunto dieci voti “encourage”, con il livello di opposizione più basso del gruppo. Poi la caduta. La sua flessione di ottobre non dice che è finita; dice che il consolidamento attorno a lei, che il Consiglio sperava di registrare dopo la settimana di alto livello dell’Assemblea Generale, non è avvenuto. Il motivo per cui vale la pena monitorarla: se il 16 ottobre le sue sei schede “discourage” si rivelano tutte di membri eletti, la corsa è ancora aperta. Se anche una sola è di un permanente, la corsa per lei è chiusa.
Rafael Grossi (Argentina, 65 anni, direttore generale dell’IAEA dal 2019) è il dato più interessante della quinta tornata: per la prima volta dall’inizio del processo scavalca i concorrenti e sale al secondo posto. Ma i numeri sono ambigui — sei “encourage” contro gli otto della tornata precedente, sette “discourage” che restano un ostacolo strutturale. La sua forza non è la popolarità: è la compatibilità. Ha gestito l’agenzia atomica in un decennio di crisi — Iran, Zaporizhzhia, Corea del Nord — costruendo credibilità tecnica e canali diretti con Washington, Mosca e Teheran. In una corsa in cui nessuno può vincere, il candidato che nessuno ha motivo di distruggere diventa il candidato che vince.
Carolyn Rodrigues Birkett (Guyana, 53 anni, la più giovane, rappresentante permanente all’ONU dal 2020) ha registrato il tracollo più violento: dai nove “encourage” della prima tornata ai cinque del 7 ottobre, con nove “discourage”. Robert Wood, ex ambasciatore statunitense all’ONU, ha commentato pubblicamente i risultati parlando di un veto ormai certo sulla sua candidatura e concludendo, senza mezzi termini, che la partita si è ridotta a Grossi contro Grynspan. Il giudizio di Wood si basa su conversazioni con diplomatici all’ONU ed è un’opinione, non un fatto accertato, ma fotografa un consenso che si sta formando fuori dai comunicati ufficiali. La lettura che ne dà: la debolezza di Birkett rifletterebbe un timore crescente sulla sua capacità di essere imparziale ed efficace come Segretario Generale.
Gli altri quattro candidati sono in trend negativo. Macky Sall (Senegal, 64 anni, ex presidente e già presidente dell’Unione Africana) ha ottenuto cinque “encourage”. Olara Otunnu (Uganda, 76 anni, il più anziano, già presidente del Consiglio di Sicurezza nel 1981) si è fermato a tre, dopo i cinque stabili delle tornate precedenti. María Fernanda Espinosa (Ecuador) è a tre, Ivonne A-Baki (Ecuador, sostenuta da Tonga) a zero. Nessuno di loro ha margine per una rimonta: la loro funzione, a questo punto del processo, è sondare il terreno, non occuparlo.
Lo scenario che nessuno vuole nominare: l’ONU senza Segretario Generale
Sul tavolo c’è una possibilità che la stampa diplomatica tratta con cautela e che merita invece di essere messa al centro dell’analisi. Se il Consiglio di Sicurezza non raggiunge un accordo entro il 31 dicembre, la Carta dell’ONU non prevede cosa accada. L’articolo 97 dice soltanto che il Segretario Generale è nominato dall’Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio. Non esiste una procedura di riserva.
Richard Gowan, esperto di Nazioni Unite, ha indicato due scenari concreti. Il primo: alcuni Stati membri stanno lavorando all’ipotesi di installare un nuovo Segretario Generale tramite l’Assemblea Generale senza la raccomandazione del Consiglio — una mossa che però, nelle sue parole, potrebbe diventare molto ingarbugliata, perché i detentori del veto potrebbero rifiutarsi di riconoscere la legittimità di chi non ha l’avallo del Consiglio. Il secondo, più probabile: un gruppo di alti funzionari ONU guida l’organizzazione, con uno di essi come alto ufficiale amministrativo senza assumere formalmente il titolo di Segretario Generale ad interim.
Gowan resta dell’idea che i cinque permanenti raggiungeranno un compromesso all’ultimo minuto: “non credo che i P5 vogliano davvero questo disastro — sanno che li farebbe apparire molto sciocchi e solleverebbe dubbi sulla loro competenza a guidare l’ONU in generale”. Il precedente storico gli dà ragione: nel 1981 il Consiglio rimase bloccato per settimane tra la Cina che sosteneva Salim Salim e gli Stati Uniti che lo contrastavano, mentre Kurt Waldheim cercava un terzo mandato; dopo sedici tornate di voto, a metà dicembre, si ripiegò su Javier Pérez de Cuéllar, a meno di tre settimane dalla scadenza. Nel 1996 Washington pose il veto su un secondo mandato di Boutros Boutros-Ghali e i governi africani resistettero per settimane, prima che Kofi Annan fosse raccomandato a metà dicembre e nominato pochi giorni dopo.
La differenza tra il 1981, il 1996 e il 2026 è che oggi il contesto è peggiore. Come ha dichiarato Guterres stesso in un’intervista ad agosto, il Consiglio di Sicurezza è “praticamente paralizzato”, con i permanenti — principalmente Stati Uniti e Russia — che usano il veto per bloccare le risoluzioni. Una corsa che si decide nel Consiglio più paralizzato della storia dell’organizzazione non è un caso: è la diagnosi e il sintomo insieme.
Il piano su cui si gioca davvero la partita
C’è un secondo livello di negoziato che non passa per le schede. Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, Pechino starebbe valutando Grynspan e Rodrigues Birkett, avendo escluso Grossi per la sua vicinanza a Washington. La corsa, scriveva il Guardian già a settembre, potrebbe dipendere da scambi tra Stati Uniti e Cina — e la questione non è soltanto chi siederà al trentottesimo piano del Palazzo di Vetro, ma quali dossier passeranno di mano.
Il punto geostrategico è che la scelta del decimo Segretario Generale non è una competizione tra curricula. È un test di compatibilità tra potenze che devono convivere per altri cinque anni su Ucraina, Iran, Gaza, Sudan, clima e intelligenza artificiale. Ogni candidato viene pesato non per ciò che promette, ma per ciò che potrebbe fare nei momenti in cui il Consiglio è bloccato e il Segretario Generale resta l’unica voce con un mandato globale.
C’è infine l’eredità materiale che nessun candidato può ignorare: la crisi di liquidità, le riforme strutturali dell’iniziativa UN80, e un’assemblea di Stati membri che — secondo Gowan — privatamente apprezza l’austerità imposta all’organizzazione, qualunque cosa dica in pubblico della politica americana. Il prossimo Segretario Generale erediterà un’istituzione con meno soldi, meno consenso e più domanda di intervento. Non eredita un’istituzione da riformare: eredita un’istituzione da difendere dall’obsolescenza mentre la si usa.
Cosa guardare il 16 ottobre
Tre cose, in ordine di importanza.
Primo: se le schede saranno davvero colorate. Se lo saranno, e se verrà confermato che il “discourage” che colpisce la candidata di testa proviene da un permanente, la partita si chiude in pochi giorni e si sposta su Grossi. Se non lo saranno, la segretezza resta il meccanismo dominante e il processo può trascinarsi fino a dicembre.
Secondo: chi ha mani libere. In una corsa senza vincitore, il candidato con il minor numero di nemici vince sempre. Grossi non è in testa perché è forte; è in corsa perché è non minaccioso per i cinque che contano. È la stessa logica che nel 1981 portò a Pérez de Cuéllar e nel 1996 ad Annan.
Terzo: se compare l’ipotesi dell’Assemblea Generale contro il Consiglio. Se un gruppo di Stati membri tentasse davvero di nominare un Segretario Generale senza raccomandazione del Consiglio, non assisteremmo a un esito negoziale mancato ma a una crisi costituzionale dell’ordine multilaterale. Sarebbe la notizia più importante dell’anno per chiunque studi governance globale, e spiegherebbe meglio di qualsiasi discorso cosa resta, nel 2026, del sistema costruito nel 1945.
(Geostrategic Commentary) The Global Eye è in partnership con SIOI



