L’articolo di Diana Roy per il Council on Foreign Relations, 8 ottobre 2026, colloca la questione del Mar Rosso dentro una cornice più ampia: la competizione tra Stati Uniti e Iran per il controllo dello Stretto di Hormuz. È in questo quadro che matura la seconda crisi, quella di Bab el-Mandeb. Dopo aver dichiarato nel luglio 2026 un blocco navale completo contro l’Arabia Saudita — Paese che dipende dal Mar Rosso per accedere ai mercati petroliferi globali —, nel settembre 2026 gli Houthi hanno conquistato il porto strategico di Mokha e diverse isole vicine a Bab el-Mandeb, estendendo il proprio controllo sulla costa yemenita del Mar Rosso. Dal giugno 2026 il gruppo ha inoltre vietato il transito a tutte le navi israeliane o riconducibili a Israele, definendole «obiettivi militari legittimi».
Il punto di partenza è quello dimensionale. Il Mar Rosso, un bacino lungo circa 1.400 miglia tra il Corno d’Africa e la Penisola Arabica, è una delle principali arterie del commercio marittimo mondiale: ogni anno vi transita tra il 12 e il 15 per cento del traffico marittimo globale, per un valore superiore a mille miliardi di dollari, lungo l’asse che collega il Canale di Suez a nord e Bab el-Mandeb a sud. Nel primo semestre del 2025 circa 4,9 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi hanno attraversato il Canale di Suez e il pipeline Suez-Mediterraneo, entrambi all’estremità settentrionale del Mar Rosso, secondo la U.S. Energy Information Administration. Attraverso Bab el-Mandeb, all’estremità meridionale, sono passati circa 4,2 milioni di barili al giorno, e insieme alle altre due rotte considerate il petrolio transitato per queste vie ha rappresentato circa il 6 per cento di tutto il greggio trasportato via mare. Nello stesso periodo, i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz hanno superato i 21 milioni di barili al giorno: cinque volte tanto. La posta in gioco, quindi, non è la quota di mercato ma la natura della minaccia.
A questo si aggiunge una dimensione che non è né petrolifera né commerciale in senso stretto. Il Mar Rosso è considerato un chokepoint anche digitale: circa il 90 per cento dei cavi in fibra ottica sottomarini che collegano Europa e Asia passa per queste acque, come ricorda Abdullah Jaber AlZaidi, senior advisor per gli studi di difesa e sicurezza al Gulf Research Center. Questi cavi, scrive AlZaidi, «rappresentano infrastrutture sottomarine sovrane critiche, non meno significative delle rotte petrolifere e commerciali». La vulnerabilità è quindi doppia: energetica e informativa, con la seconda che raramente entra nel calcolo pubblico ma pesa quanto la prima.
È qui che si colloca l’analisi di Clara Gillispie, esperta di energia e clima del CFR: il problema non è soltanto il volume di petrolio che transita da Bab el-Mandeb, ma il fatto che la perdita della garanzia di passaggio sicuro attraverso quello stretto — e a maggior ragione attraverso l’intero Mar Rosso — rappresenterebbe un’ulteriore contrazione delle rotte commerciali praticabili per petrolio e gas naturale liquefatto tra Medio Oriente e resto del mondo. La logica è quella della riduzione progressiva dello spazio di manovra: ogni strozzatura che si chiude o diventa rischiosa restringe l’insieme delle alternative disponibili e trasforma una vulnerabilità regionale in un problema di sistema.
Le aggressioni Houthi precedenti, scatenate in risposta alla guerra Israele-Hamas, avevano già dimostrato la posta economica in gioco: il traffico petrolifero a Bab el-Mandeb è crollato di oltre la metà, da 9,3 milioni di barili al giorno nel 2023 a 4,1 milioni nel 2024. Il gruppo aveva poi annunciato la sospensione degli attacchi alle navi non israeliane dopo il cessate il fuoco a Gaza del 2025, per poi riprendere e ampliare l’offensiva contro il territorio e le infrastrutture saudite — inclusa un’azione contro un oleodotto nel settembre 2026 — e consolidare il controllo territoriale sulla costa yemenita del Mar Rosso, con la conquista di Mokha e delle isole di Perim, Hanish Maggiore e Hanish Minore. La capacità di deterrenza dimostrata in passato è ora replicata in forma più strutturata, con il controllo territoriale che accompagna quello militare.
Sul piano degli attori, l’Iran usa il Mar Rosso per proiettare potenza, perturbare il commercio globale e contestare l’influenza occidentale nella regione. In rappresaglia al blocco navale statunitense — che secondo il Pentagono avrebbe causato a Teheran, a maggio 2026, quasi 5 miliardi di dollari di mancati ricavi petroliferi — i funzionari iraniani avevano in precedenza solo minacciato di usare gli Houthi per chiudere Bab el-Mandeb. La minaccia è ora un fatto operativo, il che sposta il baricentro del confronto: Washington si trova a dover presidiare due strozzature contemporaneamente, con risorse navali finite.
C’è però un’asimmetria che ridimensiona l’analogia con Hormuz. Per l’Iran e gli Houthi, bloccare completamente Bab el-Mandeb sarebbe difficile: a differenza dello Stretto di Hormuz, che è l’unico sbocco marittimo dal Golfo Persico verso l’oceano aperto, le navi che entrano nel Mar Rosso da Bab el-Mandeb possono uscire dal Canale di Suez a nord. Il chokepoint non è un collo di bottiglia assoluto, ma un passaggio aggirabile — a un prezzo. Ed è su quel prezzo che si gioca la partita.
Quanto alle alternative, la valutazione è di inefficienza strutturale. Come osserva Fishman del CFR, le rotte alternative esistono ma sono molto meno convenienti: il petrolio inviato dai porti sauditi sul Mar Rosso verso l’Asia potrebbe risalire il Canale di Suez e il Mediterraneo per poi circumnavigare l’intero continente africano fino all’Oceano Indiano, ma si tratterebbe di «un viaggio sostanzialmente più lungo». Alcuni Stati del Golfo hanno investito in corridoi commerciali e logistici terrestri per ridurre la dipendenza dalle rotte del Mar Rosso — come il ponte terrestre tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita — ma queste soluzioni restano estremamente costose.
Da qui la rilevanza geostrategica complessiva. Il Mar Rosso non è un teatro secondario rispetto a Hormuz, ma il fronte su cui si verifica se la pressione iraniana possa essere contenuta su un solo asse o si estenda a una seconda strozzatura. La conquista di Mokha e delle isole prospicienti Bab el-Mandeb cambia la natura della minaccia: non più attacchi episodici a navi commerciali, ma controllo territoriale di un tratto di costa da cui si proietta direttamente capacità di interdizione. Il blocco navale saudita, la messa al bando delle navi israeliane e l’ampliamento del controllo costiero compongono un disegno coerente: rendere il transito nel Mar Rosso una decisione politica, non una scelta commerciale. Per l’economia globale il rischio non è la chiusura totale — improbabile e costosa anche per chi la impone — ma l’aumento permanente del costo del rischio: rotte più lunghe, assicurazioni più care, maggiore incertezza sulle catene di approvvigionamento energetico. È così che un chokepoint regionale diventa un fattore di inflazione e di instabilità sistemica.
Another Hormuz? What to Know About the Houthi Threat to the Red Sea
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