Nell’analisi “The Economic Engine of Enduring Space Power”, pubblicato dal Center for Strategic and International Studies (CSIS) il 5 ottobre 2026, Clayton Swope — deputy director dell’Aerospace Security Project e senior fellow nel Defense and Security Department del CSIS — sostiene che la superiorità spaziale duratura non si costruisce sulla sola spesa pubblica né sullo sviluppo della potenza militare in orbita, ma su una solida base di commercio e scambio internazionale. Swope muove dalla lezione di Alfred Thayer Mahan, che nella sua opera più nota, The Influence of Sea Power upon History, 1660–1783, pubblicata nel 1890, sosteneva che il commercio internazionale in tempo di pace costituisce il fondamento su cui si costruisce la superiorità marittima: allo stesso modo, oggi la potenza spaziale nazionale dovrebbe poggiare su una base solida di commercio e scambi internazionali. Aumentare la spesa interna per lo spazio e sviluppare potenza spaziale militare sono passi importanti, ma non sufficienti a garantire una superiorità duratura. Come Mahan riteneva che i Paesi i quali trascurano di sviluppare il proprio commercio marittimo internazionale non possano mai sostenere a lungo le proprie flotte d’alto mare, così costruire potenza spaziale militare sganciata da interessi commerciali produrrà, nella migliore delle ipotesi, una supremazia effimera e non duratura. Per stabilire e mantenere una superiorità spaziale di lungo periodo, gli Stati Uniti dovranno garantire che le proprie aziende spaziali siano nella posizione migliore per capitalizzare sui più ampi mercati globali e dominare il commercio spaziale non governativo e internazionale.
L’autore riconosce che il consenso politico su questo obiettivo è ampio: pochi decisori statunitensi dissentirebbero dall’idea che mantenere lo status di grande potenza nel prossimo secolo richieda il conseguimento della superiorità spaziale, e l’amministrazione Trump ha emanato un ordine esecutivo specificamente dedicato a questo fine. Il punto di attrito non è dunque l’obiettivo, ma il percorso. Lo spazio, come il mare, fornisce un tessuto connettivo fisico tra le nazioni e abilita servizi di connettività e di tecnologia dell’informazione su scala mondiale: il suo valore strategico intrinseco deriva primariamente dal potenziale economico di collegare i mercati globali, più che da un requisito militare stabilito a priori. Come il commercio globale di beni nel XIX secolo, il commercio digitale e i servizi abilitati dall’intelligenza artificiale costituiscono il motore economico del futuro e sono attesi a rappresentare quasi il 20 per cento del PIL globale entro il 2028. Lo spazio offre inoltre opportunità manifatturiere uniche in microgravità, destinate a generare infrastrutture significative di produzione e di rientro in orbita. Conseguire la superiorità marittima e quella spaziale richiede, in entrambi i casi, un mercato internazionale e i mezzi — una flotta mercantile o un’infrastruttura spaziale — per trarre profitto da quel mercato.
Il problema strutturale che l’analisi individua è che, mentre il discorso pubblico sulla necessità di far crescere l’economia spaziale commerciale abbonda, spesso si perde di vista il fatto che il principale cliente di molte aziende spaziali statunitensi è oggi il governo degli Stati Uniti. I mercati dominati dalla domanda pubblica funzionano con incentivi diversi in materia di efficienza e dinamiche di prezzo rispetto ai mercati commerciali ordinari. Una concezione ‘mahaniana’ della superiorità spaziale non è compatibile con il governo statunitense come acquirente dominante ma richiede invece diversità di clientela e profondità di mercato. La buona notizia è che non tutti i segmenti dell’economia spaziale dipendono dai governi come cliente finale principale: negli ultimi anni la maggioranza dei lanci spaziali statunitensi ha collocato in orbita satelliti commerciali. Ma i servizi di lancio sono un input a monte: ciò che conta è il cliente finale dei servizi forniti da quei satelliti commerciali. E dei mercati per i servizi satellitari esistenti oggi, uno solo — le comunicazioni satellitari — è dominato da clienti non governativi e commerciali, come consumatori e altre imprese.
È probabile, osserva Swope, che il cliente finale di diverse altre attività spaziali emergenti — il calcolo in orbita, la manifattura e l’estrazione di risorse — sia in prevalenza privato. In alcuni casi i prodotti di queste attività potrebbero essere input a monte o parti di una catena di fornitura per beni finali il cui principale committente sono agenzie governative. Senza sminuire la possibile utilità dell’estrazione mineraria spaziale, e riecheggiando l’avvertimento di Mahan su come l’attenzione alla ricchezza mineraria abbia impedito a Spagna e Portogallo di raggiungere una potenza marittima duratura, sviluppare le risorse spaziali senza uno sviluppo parallelo di altre forme di commercio e scambio spaziale non produrrebbe una superiorità sostenibile. Se le tendenze dei data center terrestri sono una guida affidabile, la maggioranza dei clienti dei loro cugini in orbita verrà dal settore privato. E poiché semiconduttori e prodotti farmaceutici sembrano i casi d’uso più promettenti per la manifattura in orbita, la produzione spaziale sembra avviata su una traiettoria simile, al servizio di una base di clienti prevalentemente non governativa.
Sul piano delle infrastrutture, l’analogia con la flotta mercantile è diretta: l’infrastruttura digitale basata nello spazio, come le comunicazioni e in prospettiva il calcolo in orbita, genera ricchezza nazionale attraverso due azioni complementari. Anzitutto, le aziende vendono servizi di informazione e comunicazione a clienti in tutto il mondo; in secondo luogo, e di conseguenza, altre imprese che forniscono prodotti digitali ottengono accesso a nuovi mercati e possono vendervi. Oltre ai servizi digitali, l’infrastruttura spaziale è destinata a creare prodotti a maggior valore aggiunto, in particolare attraverso la manifattura di beni nello spazio che vengono riportati sulla Terra e qui venduti. Aziende operano già veicoli spaziali progettati per sfruttare le proprietà uniche dell’ambiente in microgravità al fine di produrre beni con caratteristiche superiori a quelli fabbricati sulla Terra. Un’infrastruttura spaziale pensata per facilitare la produzione e il trasporto di tali beni commerciali genererà anch’essa ricchezza nazionale, svolgendo un ruolo sempre più importante in un’economia spaziale autenticamente commerciale.
Mahan, pur riconoscendo che le politiche pubbliche non potessero da sole assicurare a una nazione la supremazia marittima, sosteneva che esse svolgessero un ruolo importante, in particolare nel creare un terreno fertile per il successo di imprenditori e innovatori. Per aiutare le aziende a raggiungere la sostenibilità commerciale, i governi dispongono di diversi strumenti: scelte di procurement e di contracting, incentivi fiscali, controlli sulle esportazioni, decisioni sull’uso delle risorse spettrali, investimenti pubblici, sovvenzioni e prestiti. Tra tutti questi, la politica fiscale è la meno discussa; eppure misure tributarie che incentivano determinate attività, come gli investimenti in ricerca e sviluppo, possono avere impatti enormi non solo sulla Terra ma anche nello spazio. Il nodo è che il codice fiscale statunitense è spesso poco chiaro su se le attività nello spazio possano accedere agli incentivi, perché le norme sono di regola scritte pensando alla geografia terrestre. Per esempio, non è chiaro se una proprietà statunitense in orbita si qualifichi come “dentro” o “fuori” gli Stati Uniti ai fini della disposizione sul bonus depreciation del One Big Beautiful Bill Act; e resta parimenti incerto se i costi di ricerca e sviluppo per attività condotte da un’azienda statunitense in orbita si qualifichino come costi nazionali o esteri. Se l’obiettivo è accrescere l’innovazione statunitense, serve chiarezza per assicurare che le attività condotte da aziende statunitensi nello spazio accedano agli incentivi fiscali legati alla geografia terrestre. In termini generali, la questione è se un’attività commerciale statunitense nello spazio sia trattata dal fisco allo stesso modo di una terrestre. Alcuni decisori stanno già cercando di affrontare il problema: la legislazione in esame al Congresso mira a chiarire questa ambiguità e ad assicurare che la manifattura di semiconduttori nello spazio possa accedere agli incentivi federali esistenti autorizzati dal CHIPS and Science Act. Oltre ai semiconduttori, incoraggiare lo sviluppo di infrastrutture commerciali statunitensi in orbita sostiene anche altri casi d’uso della manifattura in microgravità, come le biotecnologie e i farmaceutici, altre categorie di prodotto con un forte appeal commerciale non governativo.
In modo simile alle norme fiscali, le regole sull’uso dello spettro svolgono un ruolo sproporzionato nel favorire la crescita economica nello spazio. Nel proprio processo decisionale la Federal Communications Commission (FCC) si è concentrata sul dare un vantaggio agli operatori statunitensi di connettività satellitare e sull’accrescerne la competitività globale: ha creato un quadro per i servizi satellitari diretti al dispositivo, ha modernizzato le norme che imponevano rigidi limiti di potenza ai sistemi a banda larga in orbita terrestre bassa, ha aggiornato nel 2026 il proprio processo complessivo di licenza spaziale e sta valutando di aprire spettro non licenziato all’uso da parte di determinati satelliti. Alla prossima riunione internazionale, la Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni del 2027, il governo statunitense sosterrà che altri Paesi adottino cambiamenti altrettanto significativi. In un’altra mossa destinata a rafforzare ulteriormente le basi economiche richieste per una superiorità spaziale statunitense duratura, il governo ha stabilito che le opzioni di internet via satellite vadano considerate allo stesso titolo delle opzioni in fibra e via cavo per i finanziamenti del Broadband Equity Access and Deployment Program.
La conclusione di Swope è di natura politica e insieme concettuale. Per una superiorità spaziale duratura, gli Stati Uniti dovrebbero concentrare le proprie politiche sulla costruzione di un’economia spaziale commerciale guidata da aziende statunitensi, capaci di offrire prodotti che, oltre a servire i clienti interni, sappiano capitalizzare sul commercio internazionale. La superiorità spaziale non può basarsi interamente sulla potenza militare nello spazio, né può essere stabilita per decreto. Le politiche pubbliche non possono creare mercati, ma possono plasmare il campo di battaglia e contribuire a creare le condizioni perché le imprese statunitensi sfruttino le tendenze del mercato e accrescano la propria quota globale; ai decisori spetta predisporre le condizioni, agli imprenditori e agli innovatori fare il resto. Con le politiche giuste, conclude Swope, la superiorità spaziale diventa un volano dinamico ed economicamente autosostenentesi, alimentato dalle imprese statunitensi e insieme fondamento e giustificazione della potenza militare americana nello spazio.
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