Il rapporto del 2025 sulle vittime civili rivela lacune nella protezione dei civili da parte degli Stati Uniti

La pubblicazione, alla fine di agosto, del rapporto annuale del Dipartimento della Difesa sulle vittime civili delle operazioni militari statunitensi del 2025 offre un quadro che va letto meno come consuntivo tecnico e più come indicatore dello stato di salute di un intero impianto normativo e operativo. Il documento riconosce che gli Stati Uniti hanno causato la morte di 153 civili e il ferimento di altri 243, ai quali si aggiungono nove decessi e quattordici feriti riferibili ad anni precedenti e riconosciuti solo ora. Sono i numeri più alti ammessi da anni, ma il dato più rilevante non è la loro entità: è la distanza tra ciò che il rapporto certifica e ciò che risulta dalle rilevazioni indipendenti condotte su fonti aperte. È in quello scarto che si misura la credibilità del sistema di rendicontazione americano, e con essa la capacità di Washington di rivendicare un ruolo di garante del diritto internazionale umanitario mentre i suoi partner e i suoi avversari osservano come applica le regole a sé stessa.

Il primo terreno su cui lo scarto si manifesta è geografico. In Iraq e in Siria il comando statunitense non ha riconosciuto alcuna responsabilità per danni ai civili nel 2025, ma la ricerca indipendente ha identificato almeno undici incidenti attribuibili alle forze americane o alla coalizione anti-ISIS, con dodici civili uccisi e almeno undici-quattordici feriti. La coalizione guidata dagli Stati Uniti ha per parte sua segnalato, nel rapporto trimestrale di luglio, almeno tre valutazioni ancora aperte al 30 giugno, due delle quali relative al 2025 e una risalente al 2018. La presenza di un caso del 2018 ancora non chiuso in un teatro dove l’operazione si è conclusa nell’aprile 2025 è di per sé un indicatore del ritmo con cui gli apparati di valutazione assorbono il lavoro accumulato.

Il caso più stridente è però la Somalia, dove il comando africano ha annunciato 126 attacchi nel 2025, più che in qualsiasi altro anno dall’inizio delle operazioni nel 2006, senza riferire alcuna vittima civile: una combinazione statisticamente implausibile per un volume di raid di quella intensità. Le rilevazioni indipendenti documentano invece tre episodi di danno, tra cui un attacco nei pressi di Jamaame che avrebbe ucciso fino a venticinque civili e un altro in cui è rimasto ucciso un autorevole capo tribale. Il comando dichiara di aver «agito su» sei segnalazioni di danno civile, due delle quali relative a indagini ancora in corso dal 2024, e in due casi le segnalazioni hanno portato all’apertura di accertamenti più estesi: un’ammissione implicita che la soglia di attenzione esiste, ma opera in modo reattivo, prevalentemente su input esterni, e con una capacità di filtro molto inferiore al numero di eventi prodotti.

Un’assenza ancora più significativa riguarda la Nigeria, dove un attacco aereo americano il giorno di Natale ha ferito cinque civili, tra cui due donne e un bambino, colpendo un albergo e altri edifici vicino all’obiettivo previsto. L’episodio non compare nella rendicontazione del comando africano, il che segnala che i vuoti non dipendono solo da valutazioni in corso ma anche da eventi che non entrano mai nel circuito della segnalazione. È qui che il mosaico dei teatri africani smette di essere una questione di trasparenza contabile e diventa una questione di copertura geografica dell’architettura di tutela.

Il capitolo che pesa di più sul piano geostrategico è però quello dell’emisfero occidentale. Nel 2025 sono stati condotti almeno trentacinque attacchi contro piccole imbarcazioni nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, nell’ambito di una campagna che colpisce in modo letale presunti trafficanti. Le ricerche indipendenti documentano 123 morti, incluse dieci persone presumibilmente decedute tra i sopravvissuti, e due feriti. Il rapporto ufficiale non riconosce alcuna vittima civile in quell’area, e la conclusione poggia su un’interpretazione giuridica fortemente contestata: se gli attacchi non rientrano in un conflitto armato, non possono essere qualificati come operazioni militari legittime e configurano uccisioni extragiudiziali, con la possibilità, per alcuni giuristi, di integrarsi come crimini contro l’umanità. La posta in gioco non è soltanto numerica. Un’architettura di tutela dei civili costruita per i conflitti armati non è progettata per assorbire operazioni di polizia armata condotte fuori da un quadro di ostilità dichiarato, e la scelta di non contarvi le vittime equivale a scegliere il quadro giuridico che minimizza l’obbligo. Il messaggio che ne deriva per l’emisfero — dove gli Stati Uniti tornano a rivendicare una funzione di ordine — è che le garanzie procedurali valgono fin dove conviene riconoscere l’esistenza di un conflitto.

Sotto la superficie geografica, il rapporto mette in luce un problema strutturale. Il basso rapporto tra valutazioni completate e valutazioni in sospeso parla di una capacità gravemente insufficiente nelle cellule di accertamento dei comandi combattenti. Il comando centrale ha quindici segnalazioni sullo Yemen ancora in lavorazione; che abbia chiuso solo tre valutazioni tra la fine dell’operazione nell’aprile 2025 e la compilazione del rapporto all’inizio del 2026 suggerisce che la scala e il ritmo degli eventi eccedono la struttura. La ragione di fondo è politica: l’amministrazione ha trattato la materia come una priorità bassa, riducendo drasticamente personale e fondi destinati alla mitigazione e alla risposta al danno civile in tutta la forza armata, fino a lasciare al comando centrale un solo individuo incaricato di processare le valutazioni.

La conseguenza si è già vista. Nei primi quaranta giorni della guerra in Iran sono stati tracciati su fonti aperte quasi trecento episodi di danno civile: il segnale che le lezioni del 2025 non erano state integrate nelle pratiche operative e di targeting prima che iniziasse il conflitto successivo. Il punto, per chi guarda la scena da una capitale alleata, non è soltanto umanitario. Un sistema di tutela dei civili è anche un sistema di apprendimento: se le valutazioni non si chiudono, non producono correzioni dottrinali, e la stessa lacuna si riproduce nel conflitto seguente. In termini di deterrenza e di legittimità, questo significa che i partner che si affidano all’ombrello americano — inclusi gli alleati europei che contribuiscono a coalizioni guidate dagli Stati Uniti — condividono non solo l’onere operativo ma anche il rischio reputazionale di una contabilità civile incompleta. Significa inoltre che gli avversari dispongono di un argomento pronto: gli Stati Uniti chiedono ai partner di rispettare le norme che essi stessi non riescono a far rispettare ai propri comandi nei propri teatri, e lo dimostrano con un rapporto ufficiale che lascia fuori decine di vittime che altre fonti contano.

Vale la pena notare che il quadro normativo non è stato abolito. Un piano d’azione quadriennale sulla risposta al danno civile è stato adottato nel 2023, seguito da un’istruzione dipartimentale che disciplina le pratiche in materia. La struttura esiste, ma il suo rendimento dipende da risorse e attenzione politica, ed è esattamente su questi due fattori che è stata compressa. Ne deriva una condizione tipica dell’attuale fase: formale adesione al diritto internazionale umanitario accompagnata da un apparato di verifica ridotto, in un contesto di operazioni che si moltiplicano e si diversificano geograficamente, dai raid in Africa alla campagna navale nei Caraibi, fino al nuovo conflitto con l’Iran.

Se il rapporto del 2026 su questi primi quaranta giorni di guerra iraniana confermerà l’ordine di grandezza già tracciato — quasi trecento episodi in poche settimane — la questione non sarà più quella dei limiti di un singolo documento, ma della capacità americana di sostenere la propria pretesa di leadership normativa mentre la scala dei danni ai civili cresce. Per gli alleati, la domanda operativa diventa come distinguere il proprio contributo da quella contabilità; per gli avversari, la domanda è quanto quella contabilità sia spendibile sul piano narrativo. Il rapporto è un documento tecnico, ma il suo contenuto è una misura di potere: dice quanta attenzione una superpotenza è disposta a dedicare alle conseguenze delle proprie azioni quando ritiene che il costo politico di contarlesi sia superiore al costo di non farlo.

Fonte: Lawfare – The Global Eye è in partnership con SIOI

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