Dal 2021 la Bielorussia incoraggia e facilita l’attraversamento di decine di migliaia di persone verso la Polonia, con l’obiettivo apparente di creare problemi politici all’Unione europea, sfruttando l’ostilità verso migranti e richiedenti asilo rimasta viva dopo la crisi continentale del 2015-2016. Come allora, chi tenta il passaggio dalla Bielorussia verso la Polonia — e sempre più verso Lituania e Lettonia — fugge da conflitti e persecuzioni in Medio Oriente e Africa. Varsavia ha risposto costruendo una barriera d’acciaio alta 5,5 metri, ampliando la sorveglianza elettronica, istituendo una zona di interdizione, stazionando militari al confine e sospendendo il diritto di chiedere asilo in quella fascia: un dispositivo che sposta il confine da linea di passaggio a infrastruttura militare permanente, con una dottrina implicita che tratta il movimento umano come minaccia alla sicurezza nazionale.
Sul terreno, l’organizzazione polacca We Are Monitoring ha registrato oltre 13.000 respingimenti forzati — persone rispedite oltre confine mentre cercavano asilo — e almeno 107 morti alla frontiera in cinque anni. I tribunali polacchi hanno riconosciuto in più casi l’illegittimità di quei respingimenti, e nel luglio 2025 è arrivato il primo risarcimento. Il dato giuridico e quello politico divergono: la magistratura certifica l’illiceità, l’apparato di frontiera continua.
Il nucleo geostrategico più interessante sta nella criminalizzazione dell’aiuto. La Polonia è tra i Paesi UE dove più spesso si finisce sotto processo per aver aiutato migranti: almeno 20 persone con procedimenti aperti nel 2025, secondo il numero della ONG brussellese PICUM, seconde solo alla Grecia. Il caso più noto è quello dei cinque attivisti ribattezzati “Hajnówka Five”, accusati ai sensi dell’articolo 264a § 1 del codice penale polacco di aver agevolato il soggiorno irregolare per beneficio personale o materiale, per aver dato cibo, acqua e vestiti a una coppia irachena con sette figli e a un anziano egiziano, e per averli accompagnati verso il paese più vicino. L’8 settembre 2025 il tribunale distrettuale li ha assolti tutti. Restano però aperti altri fascicoli: un’attivista è stata iscritta nel registro degli indagati mentre il primo processo era ancora in corso, con l’accusa di organizzare attraversamenti illegali; un’operatrice umanitaria è stata accusata di aver organizzato il movimento di almeno 15 persone dalla Polonia verso la Germania, con la casa perquisita, i dispositivi sequestrati e nove ore di interrogatorio; un’altra, arrestata nel 2023 e inizialmente in custodia cautelare, è accusata di dirigere un gruppo criminale dedito agli attraversamenti, reato punibile fino a dieci anni.
La lettura che gli operatori legali danno è che la commistione tra casi umanitari e casi di contrabbando serva a rendere sospetto ogni gesto di assistenza. Un collettivo polacco che fornisce supporto legale e psicologico agli attivisti individua tre fasi: prima la pressione tramite multe e procedimenti per illeciti minori, poi processi ad alta visibilità pensati per intimidire un movimento, infine il bersaglio sui presunti organizzatori. Le indagini restano dormienti per anni e vengono riattivate quando è politicamente più conveniente: è la funzione classica del procedimento penale come strumento di dissuasione differita, non di giustizia immediata. Nel frattempo il calo degli attraversamenti — e quindi dell’attenzione pubblica — indebolisce le organizzazioni: meno traversie visibili significano meno donatori interessati, mentre i tagli ai finanziamenti umanitari, compresa la soppressione dei fondi dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, comprimono le risorse delle realtà locali. Si crea una tenaglia: lo Stato polacco mantiene la pressione giudiziaria, il mercato della solidarietà si prosciuga, la scena internazionale distoglie lo sguardo.
Cinque anni dopo l’inizio della crisi, la frontiera è più silenziosa ma non risolta, e le sue implicazioni si sono stratificate su tre livelli. Sul piano regionale, la destabilizzazione si è estesa dal corridoio polacco a Lituania e Lettonia, trasformando l’intero fianco orientale della NATO e dell’UE in un fronte di pressione ibrida. Sul piano normativo, la sospensione del diritto d’asilo e la legittimazione giudiziaria dei respingimenti creano un precedente che eccede il caso polacco: definiscono un modello di gestione della frontiera esterna UE fondato sulla deterrenza invece che sull’obbligo di protezione. Sul piano interno, la criminalizzazione dell’assistenza umanitaria non colpisce solo gli attivisti — riduce lo spazio civico, la capacità di monitoraggio indipendente e di conseguenza la conoscibilità stessa di quanto accade al confine. Il paradosso è che proprio mentre il fenomeno si attenua, la vigilanza sul rispetto dei diritti si fa più difficile e più necessaria. La frontiera polacco-bielorussa non è più una crisi acuta ma un dispositivo consolidato, dove la pressione esterna bielorussa è calata senza scomparire e quella interna polacca si è spostata dagli strumenti fisici a quelli giudiziari, con un effetto collaterale strutturale: l’assottigliamento della società civile, che resta l’unica a documentare ciò che lo Stato preferirebbe non venisse contato.
Fonte: Just Security – The Global Eye è in partnership con SIOI



