Assemblea ONU, il peso di Restoring Trust

Ottantuno anni, e non sentirli è impossibile. L’ottantunesima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si apre tra poche ore al Palazzo di Vetro a New York, ha un titolo che è già un atto d’accusa: “Restoring Trust, Managing Transformation: a United Nations That Delivers for All”. Se occorre ricostruire la fiducia è perché l’ ONU non è più l’organismo potente ed ascoltato che era ancora pochi decenni fa. Oggi è ignorato dai governi quello che per decenni è stato il suo compito primario, cercare di risolvere guerre e i conflitti, e ha mezzi finanziari ridotti per risolvere i problemi immensi collegati alla salute del pianeta. Dà l’impressione di un gigante paralizzato e, per alcuni, sarebbe decisamente inutile.

Il Segretario Generale Antonio Guterres, il cui mandato è in scadenza il 31 dicembre, non nega che l’insoddisfazione di molti sia motivata. “La pace non è un risultato che si ottiene senza sforzo”, ha spiegato; purtroppo mancano “il dialogo e la solidarietà”. I conflitti si allargano. Gaza, Ucraina, Yemen: il Consiglio di Sicurezza è bloccato dal veto incrociato di Stati Uniti e Russia. L’Assemblea dell’ONU condanna, ma soltanto a parole, per offrire un “ombrello politico”. Non ha però potere vincolante. A Gaza l’ONU conta i morti e porta aiuti, ma non riesce a imporre un cessate il fuoco. In Ucraina è spettatrice di una invasione da parte di un suo membro fondatore, la Russia.

Sul problemi del pianeta non va molto meglio. Quest’anno l’ONU ha in programma vertici di altissimo livello – su clima, innalzamento del livello dei mari e pandemie – ma i fondi per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030 sono crollati. Gli Stati Uniti hanno ridotto il loro contributo ma altri paesi “dimenticano di pagare” le note del loro impegno. Esperti svizzeri che hanno preparato il documento per l’Assemblea denunciano “bruschi tagli di mezzi finanziari” e “cambi di rotta politica da parte di singoli Paesi”. In questo modo, “il multilateralismo affonda sempre più nella crisi” e il diritto internazionale viene sempre più apertamente ignorato dalla “politica del diritto del più forte”.

L’accusa di Trump e dei sovranisti è che l’ONU sia un carrozzone burocratico, costoso, anti-americano e anti-israeliano, che “va ridimensionato o lasciato morire”. Rottamarlo costerebbe d’altra parte più che mantenerlo in vita. Senza l’ONU non ci sarebbe l’Unicef, che vaccina il 45% dei bambini del mondo, non ci sarebbe il PAM, che sfama 150 milioni di persone, non ci sarebbe l’Alto Commissariato per i Rifugiati, non ci sarebbero convenzioni sul mare, sul clima, sulle armi nucleari. “Sarebbe un ritorno al 1939: ognuno per sé” dice Guterres.

La riflessione per trovare una soluzione che eviti un intervento d’imperio di Trump, magari con l’uscita degli USA dall’Organizzazione, reca la sigla UN80 ed è cominciata ufficialmente lo scorso anno all’interno delle Nazioni Unite. Quest’anno entra nella fase operativa e il primo obiettivo è sul fronte delle spese. Documenti preparatori anticipano la necessità di evitare le duplicazioni, rivedere tutti i mandati (ce ne sono più di 15.000), accorpare agenzie, rendere l’ONU più efficiente. Porte più aperte al settore privato.

Durante gli anni della “guerra fredda”, l’ONU ha avuto il ruolo di “gendarme del mondo”. Ma quello è un libro chiuso. Nei prossimi anni, il suo compito sarà di fissare le regole su ciò che nessuno può regolare da solo: intelligenza artificiale, pandemie, innalzamento dei mari che cancella gli Stati-isola, orbita spaziale. Continuare a fare ciò che nessun altro fa: aiuti umanitari, vaccini, cibo, monitoraggio climatico. Resta la governance, e non è ipotizzabile che i cinque Paesi con diritto di veto (Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia) possano rinunciare a tale potere. Si potrebbe però spostare il potere reale nell’Assemblea Generale e in coalizioni regionali, come l’UE o l’Unione africana, che agiscano con mandato ONU.

Carlo Rebecchi

 

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