I BRICS 2026 e la transizione verso un ordine mondiale policentrico

Il vertice dei BRICS del 2026 conferma che il gruppo non può più essere considerato soltanto un forum di coordinamento tra grandi economie emergenti. La sua progressiva espansione, l’aumento del peso demografico ed economico dei suoi membri e la crescente attrazione esercitata sui paesi del Sud globale ne fanno uno dei principali laboratori della metamorfosi dell’ordine internazionale. Più che la nascita di un’alleanza compatta, il vertice segnala il consolidamento di uno spazio politico nel quale potenze e paesi emergenti cercano di accrescere la propria autonomia rispetto al sistema occidentale.

La coesione dei BRICS deriva innanzitutto da un’insoddisfazione condivisa. I suoi membri ritengono che la distribuzione del potere nelle istituzioni internazionali non rifletta più gli attuali equilibri demografici ed economici. La rappresentanza nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale, il ruolo del dollaro, la capacità occidentale di definire norme finanziarie e commerciali e l’impiego delle sanzioni come strumento di pressione sono percepiti come elementi di un ordine ancora strutturato attorno alla supremazia statunitense. I BRICS vogliono quindi ampliare la capacità decisionale del mondo non occidentale, riducendone la vulnerabilità alle scelte politiche, monetarie e strategiche di Washington.

La forza del raggruppamento risiede soprattutto nella massa critica. Cina e India costituiscono due poli demografici, produttivi e tecnologici di prima grandezza; la Russia conserva un ruolo militare, energetico e nucleare determinante; Brasile, Sudafrica, Indonesia, Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti estendono la presenza del gruppo in America Latina, Africa, Medio Oriente e Asia sud-orientale. Ne deriva una piattaforma transcontinentale che collega grandi mercati, produttori di energia, potenze agricole, snodi logistici e paesi collocati lungo importanti rotte marittime. Questa configurazione attribuisce ai BRICS un’influenza potenziale sulle catene di approvvigionamento, sui corridoi commerciali e sugli equilibri energetici globali.

Il principale limite è tuttavia l’eterogeneità politica e strategica. Il gruppo comprende democrazie, regimi autoritari, paesi esportatori e importatori di energia, potenze nucleari e Stati con capacità militari più limitate. Cina e India competono per l’influenza asiatica e mantengono dispute territoriali; Iran ed Emirati Arabi Uniti perseguono interessi regionali non sempre convergenti; Brasile, India e Indonesia intendono preservare rapporti proficui con gli Stati Uniti e con l’Europa, mentre la Russia tende a interpretare i BRICS come uno strumento di contrasto all’Occidente. Il gruppo non dispone quindi di una visione unitaria dell’ordine futuro. La sua coesione è più solida nella contestazione dell’assetto esistente che nella definizione di un’alternativa condivisa.

La questione monetaria rappresenta il terreno sul quale la portata strategica dei BRICS viene più frequentemente sopravvalutata. Una rapida sostituzione del dollaro appare improbabile, poiché richiederebbe mercati finanziari profondi, piena convertibilità, fiducia istituzionale e un’attività finanziaria comune che il gruppo non possiede. Più concreta è invece una de-dollarizzazione graduale e selettiva. L’impiego delle valute nazionali negli scambi bilaterali, lo sviluppo di sistemi di pagamento alternativi, l’espansione della Nuova Banca di Sviluppo e la creazione di meccanismi finanziari meno esposti alle sanzioni possono ridurre progressivamente la centralità del dollaro in alcuni circuiti commerciali. L’obiettivo realistico non è una moneta unica dei BRICS, ma un ecosistema monetario più frammentato e resiliente.

Questo passaggio assume particolare rilievo perché gli Stati Uniti hanno progressivamente integrato finanza, commercio, tecnologia e sicurezza nella propria competizione strategica. Sanzioni, controlli sulle esportazioni, restrizioni agli investimenti e accesso condizionato alle tecnologie avanzate hanno mostrato ai paesi emergenti che l’interdipendenza può diventare uno strumento coercitivo. I BRICS rispondono cercando di diversificare infrastrutture digitali, circuiti finanziari, fornitori tecnologici e corridoi di trasporto. Anche senza costruire un sistema completamente separato, essi possono aumentare il costo e ridurre l’efficacia della pressione occidentale.

La futura presidenza cinese sarà decisiva. Pechino dispone delle risorse economiche e diplomatiche necessarie per trasformare le dichiarazioni politiche in infrastrutture, finanziamenti e istituzioni. La Cina potrebbe tuttavia incontrare la resistenza dei membri che non intendono sostituire l’egemonia statunitense con una centralità cinese. Il successo dei BRICS dipenderà quindi dalla capacità di Pechino di esercitare una leadership discreta, presentando il gruppo come strumento di pluralismo e non come proiezione della propria potenza. Una eccessiva politicizzazione in senso antioccidentale rafforzerebbe le diffidenze dell’India e degli altri membri orientati al non allineamento.

Per gli Stati Uniti, una strategia esclusivamente coercitiva rischia di accelerare il processo che vorrebbe impedire. Minacce tariffarie o sanzioni contro i paesi interessati a ridurre la dipendenza dal dollaro potrebbero confermare la necessità di costruire strumenti alternativi. Washington conserva vantaggi decisivi, tra cui la profondità dei mercati finanziari, il primato tecnologico, una vasta rete di alleanze e la capacità di attrarre capitali. Tali risorse risultano però più efficaci quando sostengono un ordine percepito come aperto e vantaggioso, non quando vengono impiegate per imporre disciplina.

L’Europa si trova in una posizione particolarmente delicata. Il progressivo indebolimento dell’unipolarismo statunitense non si traduce automaticamente in un rafforzamento europeo. Un’Unione priva di autonomia strategica rischia di essere compressa tra la competizione sino-americana e l’ascesa del Sud globale, perdendo accesso politico e commerciale a regioni cruciali. Una linea europea efficace dovrebbe combinare il rapporto transatlantico con un dialogo pragmatico con i BRICS, sostenere la riforma delle istituzioni multilaterali e proporre cooperazioni concrete in materia di infrastrutture, energia, clima, sanità e tecnologia. La difesa astratta di un ordine fondato su regole convince poco quando molti interlocutori ritengono di non aver partecipato alla formulazione di quelle regole.

Il vertice del 2026 non sancisce dunque la nascita di un blocco capace di sostituire l’Occidente, ma rende evidente l’avanzata di un ordine più policentrico, negoziale e competitivo. I BRICS saranno influenti non nella misura in cui riusciranno a riprodurre una struttura egemonica alternativa, bensì nella capacità di offrire ai propri membri maggiore scelta strategica. Il loro successo consisterà nel moltiplicare le opzioni disponibili: più valute per gli scambi, più fonti di finanziamento, più corridoi logistici, più partner tecnologici e maggiore libertà diplomatica.

La posta in gioco è quindi il controllo delle interdipendenze. Il futuro ordine mondiale non sarà determinato soltanto dalla distribuzione della potenza militare, ma dalla capacità di costruire reti economiche e tecnologiche sufficientemente resilienti da resistere alle pressioni esterne. In tale prospettiva, i BRICS non costituiscono ancora un nuovo ordine internazionale compiuto. Sono però uno dei principali strumenti attraverso cui il vecchio ordine viene contestato, adattato e progressivamente trasformato.

Fonte: IERI – Vertice BRICS 2026: quali sono gli elementi chiave ?

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