Il ritorno degli squilibri globali al centro del dibattito economico riflette preoccupazioni comprensibili. L’ampio surplus commerciale cinese, la crescente posizione debitoria degli Stati Uniti e le tensioni tra le maggiori economie sembrano comporre il quadro di un sistema vicino a un nuovo punto di rottura. Eppure, considerare ogni squilibrio come una patologia significa confondere il funzionamento della finanza internazionale con le distorsioni prodotte dalle politiche nazionali.
In un’economia aperta, capitali, risparmi e investimenti non devono necessariamente coincidere entro i confini di ciascun paese. Le economie che risparmiano molto possono finanziare quelle nelle quali esistono maggiori opportunità di investimento. Questo movimento consente di diversificare i rischi, distribuire il costo degli investimenti e impiegare le risorse dove possono produrre rendimenti più elevati. La presenza di paesi in surplus e di paesi in deficit, quindi, non rappresenta di per sé un malfunzionamento.
La tesi più convincente è che gli squilibri definiti “globali” siano, in realtà, la somma di decisioni domestiche. Un avanzo persistente può derivare da consumi interni deboli, da un sistema di protezione sociale insufficiente o da politiche che favoriscono la produzione rispetto alla domanda. Allo stesso modo, un disavanzo può riflettere investimenti produttivi e fiducia nell’economia, ma anche una politica fiscale poco sostenibile, un risparmio insufficiente o una perdita di competitività. Il saldo con l’estero è dunque un sintomo: per comprenderlo occorre esaminare ciò che avviene all’interno del paese.
Questa impostazione aiuta anche a ridimensionare il parallelismo con la crisi finanziaria del 2008. Gli squilibri possono amplificare vulnerabilità preesistenti, ma non sostituiscono un’analisi della qualità del credito, della regolazione bancaria e dell’assunzione di rischio. Attribuire la crisi al semplice eccesso di risparmio proveniente dall’estero rischia di assolvere istituzioni e autorità nazionali dalle proprie responsabilità. Il capitale internazionale può alimentare una bolla, ma sono le regole, gli incentivi e i controlli interni a determinare come quel capitale viene utilizzato.
Anche l’idea che gli investitori esteri impongano disciplina merita, tuttavia, qualche cautela. La mobilità dei capitali può segnalare rapidamente la perdita di fiducia nelle politiche di un governo, ma la disciplina dei mercati non è né neutrale né sempre razionale. I flussi finanziari possono cambiare direzione bruscamente, reagire in modo eccessivo e colpire economie vulnerabili prima che le riforme producano risultati. Ciò che per un grande paese dotato di una valuta internazionale può essere un meccanismo di aggiustamento, per un’economia emergente indebitata in valuta estera può trasformarsi in una crisi valutaria e sociale.
Il valore politico dell’argomento sta soprattutto nella critica alla retorica degli squilibri. Definirli “globali” permette ai governi di presentare problemi nazionali come conseguenze di decisioni prese altrove. I paesi in deficit possono accusare quelli in surplus di sottrarre domanda; quelli in surplus possono attribuire i propri avanzi alla maggiore efficienza produttiva; entrambi possono rinviare interventi difficili su bilanci pubblici, produttività, salari, consumi e investimenti. La dimensione internazionale diventa così un alibi per evitare il costo politico delle riforme interne.
Questo non significa che il coordinamento multilaterale sia inutile. Al contrario, riforme simultanee possono ridurre il rischio che l’aggiustamento di un paese danneggi gli altri. Ma il coordinamento funziona soltanto quando distribuisce le responsabilità in modo equilibrato. Chiedere ai soli Paesi in surplus di cambiare comportamento, senza affrontare l’espansione fiscale o le debolezze strutturali dei Paesi in deficit, sostituisce alla cooperazione una ricerca selettiva del colpevole.
Gli squilibri globali non sono quindi né innocui né automaticamente destabilizzanti. Sono segnali che acquistano significato solo se collegati alle loro cause, alla composizione dei flussi e alla solidità delle istituzioni nazionali. Trattarli come la causa originaria delle difficoltà economiche semplifica il dibattito, ma indebolisce la capacità di intervenire. Il problema non è eliminare ogni differenza tra risparmio e investimento nel mondo: è impedire che tali differenze nascondano politiche insostenibili e che la loro dimensione internazionale venga usata per sottrarsi alle responsabilità domestiche.
Fonte: Chatham House – Imbalances are a feature of the global financial system, not a bug
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