Nel sistema internazionale la competizione tra potenze non si concentra più in un unico teatro e non si esprime soltanto attraverso la forza militare. Sicurezza, tecnologia, finanza, energia, infrastrutture, risorse naturali e regolazione digitale sono ormai parti dello stesso confronto. Il dato trasversale è la progressiva dissoluzione dei confini tra guerra e pace, tra settore civile e militare, tra politica interna e rivalità internazionale.
Il baricentro immediato resta la guerra russo-ucraina, ma il conflitto appare sempre più come una lotta contro i sistemi che permettono agli Stati di funzionare. Gli attacchi russi alla rete ferroviaria ucraina colpiscono contemporaneamente mobilità civile, logistica militare ed economia; quelli ucraini contro le infrastrutture energetiche russe raggiungono ormai lo spazio artico. A questo si aggiungono la tensione nei cieli dell’Europa settentrionale, la protezione francese delle infrastrutture contro le operazioni ibride e l’ulteriore sostegno europeo a Kiev. La guerra si estende quindi lungo una fascia continua che collega ferrovie, impianti energetici, spazio aereo, reti digitali e retrovie industriali.
Questa pressione sta modificando stabilmente la geografia della NATO. L’ipotesi di una presenza americana permanente in Polonia conferma lo spostamento del baricentro militare europeo dalla Germania verso il fianco orientale. Varsavia diventa insieme retrovia dell’Ucraina, cerniera tra Baltico e Mar Nero e polo politico-militare destinato a pesare maggiormente nelle decisioni alleate. Il rafforzamento orientale aumenta la deterrenza, ma può anche accentuare le divergenze interne alla NATO sulla distribuzione delle risorse e sul livello di rischio accettabile nel confronto con Mosca.
Washington accompagna il contenimento militare con una diplomazia selettiva. Il tentativo di riaprire margini di interlocuzione con la Bielorussia mira a ridurre la piena integrazione di Minsk nella strategia russa, senza presupporre una vera inversione di alleanze. Nello stesso spazio post-sovietico, la Gagauzia rappresenta una vulnerabilità della Moldova: tensioni autonomistiche, polarizzazione politica e influenza russa possono essere impiegate per rallentare l’avvicinamento di Chisinau all’Europa. Parallelamente, le elezioni parlamentari russe consolidano un sistema politico quasi privo di opposizione effettiva, mentre il vertice convocato da Zelenskyy con i leader regionali cerca di rafforzare la rete diplomatica attorno a Kiev.
La dimensione economica della guerra emerge dai tentativi di Mosca di nazionalizzare gli asset di Nestlé e Auchan e, più in generale, dalla crescente subordinazione della proprietà privata alle esigenze dello Stato. Per le imprese straniere, il mercato russo diventa un ambiente in cui gli asset possono essere trasformati in strumenti di pressione, redistribuzione e finanziamento politico. Il progetto Vostok Oil completa questo quadro: l’Artico non è soltanto una riserva energetica, ma il tentativo di Mosca di costruire un futuro export-oriented meno dipendente dall’Europa e più connesso ai mercati asiatici. Gli attacchi ucraini nell’estremo nord mostrano però che anche questa profondità strategica non è più completamente protetta.
Nel Medio Oriente, la possibile vendita di F-35 all’Arabia Saudita indica il tentativo americano di legare più strettamente Riad all’architettura di sicurezza statunitense. L’operazione rafforzerebbe la capacità saudita e limiterebbe lo spazio cinese e russo, ma solleverebbe problemi per il vantaggio militare israeliano e potrebbe accelerare la corsa regionale alle tecnologie avanzate. Nel Mar Rosso, l’aumento dell’allerta della missione navale europea davanti alla minaccia degli Houthi conferma che la sicurezza delle rotte commerciali è ormai una componente diretta della sicurezza europea. La nuova escalation nello Yemen, con decine di migliaia di minori sfollati, mostra intanto il costo umano di un conflitto che continua a intrecciare rivalità locali, competizione regionale e vulnerabilità marittime globali.
Anche tra Afghanistan e Pakistan si alza il rischio di una spirale militare. L’appello talebano alla mediazione saudita segnala sia il deterioramento del rapporto con Islamabad sia l’espansione del ruolo diplomatico di Riad oltre il Medio Oriente. L’Arabia Saudita si propone sempre più come intermediario dotato di capitale politico, risorse finanziarie e canali con attori tra loro ostili.
In Myanmar, il raro contatto americano per ottenere la liberazione di un ex marine apre uno spazio diplomatico che la giunta può utilizzare per cercare riconoscimento internazionale. Sul terreno, tuttavia, il regime fa ricorso crescente alle milizie locali per compensare le proprie difficoltà militari. Questa soluzione può garantire sopravvivenza nel breve periodo, ma frammenta ulteriormente il monopolio della forza, moltiplica le catene di comando e rende più difficile una futura pacificazione. La guerra civile tende così a trasformarsi in un sistema durevole di poteri armati territoriali.
La competizione tra Stati Uniti e Cina attraversa tecnologia e finanza. Sul piano finanziario, la riduzione delle riserve cinesi in titoli del Tesoro americano al livello più basso dal 2008 non equivale a una rapida sostituzione del dollaro, ma segnala una graduale diversificazione e una minore disponibilità dei governi esteri a finanziare Washington. Il maggiore peso degli investitori privati può rendere il costo del debito americano più sensibile alla volatilità dei mercati e agli shock politici.
Sul piano tecnologico, l’intelligenza artificiale è presentata come una possibile fonte di forza e insieme di fragilità per gli Stati Uniti. La corsa per superare Pechino può favorire investimenti e innovazione, ma anche produrre squilibri energetici, concentrazione industriale, sostituzione occupazionale e dipendenza da poche imprese. Il dilemma strategico consiste nel cooperare con la Cina sui rischi sistemici senza legittimarne il primato o trasferirle vantaggi. In assenza di fiducia, anche misure apparentemente comuni di sicurezza vengono interpretate attraverso la logica della competizione.
Una delle questioni più decisive diventa chi valuta i modelli più avanzati e con quali criteri. Il controllo dei valutatori dell’IA attribuisce potere a soggetti privati che possono accedere a informazioni sensibili, influenzare l’autorizzazione dei sistemi e definire implicitamente gli standard del settore. Dopo la corsa a costruire i modelli si apre quella per stabilire chi abbia l’autorità di giudicarli. La governance dell’IA diventa così una componente della sicurezza nazionale e della gerarchia internazionale.
L’Europa tenta di esercitare potere soprattutto attraverso la regolazione. Le norme sull’accesso dei minori ai social network costituiscono una prova di sovranità digitale: Bruxelles vuole proteggere i cittadini e imporre responsabilità alle piattaforme senza costruire sistemi invasivi di identificazione. Se l’Unione riuscirà a conciliare verifica dell’età, minimizzazione dei dati e uniformità del mercato, potrà creare uno standard globale; se fallirà, produrrà frammentazione e nuove dipendenze tecnologiche. Il confronto con le imprese statunitensi e con Washington sarà inevitabile.
Anche il rapporto transatlantico diventa più contrattuale e meno gerarchico. Il dibattito sul rapporto tra Canada e Unione Europea, pur senza prospettive realistiche di adesione canadese, riflette la ricerca di alternative alla dipendenza dal mercato statunitense. La reazione americana mostra che Washington considera ancora lo spazio economico nordamericano una propria sfera privilegiata. Al tempo stesso, né Ottawa né Bruxelles sembrano ancora in grado di sostituire gli Stati Uniti come mercato capace di assorbire la produzione dell’altra parte. Nel rapporto tra Regno Unito e Stati Uniti, il confronto con Trump costringe Londra a trasformare la relazione speciale in una negoziazione concreta su commercio, investimenti e autonomia politica.
Il sistema BRICS offre invece ai Paesi del Sud-est asiatico una piattaforma aggiuntiva senza imporre necessariamente una scelta esclusiva tra Cina e Occidente. L’India svolge una funzione centrale perché rende il raggruppamento meno identificabile con l’agenda di Pechino. New Delhi utilizza la propria appartenenza simultanea ai BRICS, al Quad e ad altri formati per presentarsi come ponte tra Occidente e Sud globale. Questa ambiguità strategica è una risorsa: permette agli Stati regionali di moltiplicare le opzioni senza formalizzare un allineamento rigido.
La competizione sulle risorse critiche segue la stessa logica. Australia e Brasile possono diventare produttori di regole, non semplici fornitori di materie prime, coordinando investimenti, lavorazione, standard ambientali e rapporti con i clienti. La nuova politica brasiliana sui minerali strategici rafforza questa possibilità. Il vero potere non deriva tuttavia dalla sola estrazione: dipende dalla capacità di trattenere valore attraverso raffinazione, tecnologia, infrastrutture e diversificazione dei mercati.
La trasformazione della guerra riguarda anche lo spazio e il settore privato. Le esperienze ucraine e mediorientali mostrano che satelliti commerciali, comunicazioni distribuite e servizi acquistabili sul mercato hanno ridotto il monopolio delle grandi potenze. Nell’Indo-Pacifico, la superiorità dipenderà sempre più dalla capacità di integrare sistemi pubblici e privati, resistere alle interferenze e ripristinare rapidamente i servizi. L’Australia è sollecitata, in questa prospettiva, ad acquistare rapidamente capacità militari e dual use già disponibili, invece di affidarsi soltanto a programmi pubblici lunghi e costosi. La dipendenza commerciale accelera l’innovazione, ma crea anche nuovi problemi di controllo, continuità e sovranità.
Lo stesso intreccio tra infrastrutture civili e sicurezza emerge dagli attacchi informatici alle petroliere. Una nave è ormai un sistema digitale mobile: navigazione, comunicazioni, carico e propulsione possono diventare superfici d’attacco. La vulnerabilità informatica della flotta energetica può interrompere approvvigionamenti, creare incidenti ambientali e compromettere porti e stretti. La sicurezza marittima non può quindi essere separata dalla sicurezza cibernetica.
In America Latina, lo spostamento – da parte di Washington – di droni Reaper dal quadrante africano segna una militarizzazione della lotta ai cartelli. Trattare le organizzazioni criminali come minacce assimilabili al terrorismo amplia le opzioni operative degli Stati Uniti, ma riduce la distanza tra polizia, intelligence e uso della forza. Il rischio è trasformare la cooperazione antidroga in un problema di sovranità regionale e creare precedenti per operazioni militari oltre frontiera.
La regione cerca però anche un ruolo normativo. La proposta di rilanciare il disarmo nucleare nell’era dell’intelligenza artificiale punta a trasferire l’esperienza latinoamericana di zona libera da armi nucleari in un dibattito dominato dalle potenze atomiche. L’IA può migliorare l’allerta e l’analisi, ma anche comprimere i tempi decisionali, aumentare il rischio di errore e rendere opaca la responsabilità umana. L’obiettivo è far entrare il Sud globale nella produzione delle regole strategiche, non soltanto nella loro applicazione.
Sul fondo di tutte queste dinamiche agiscono crisi sociali e ambientali che incidono direttamente sulla capacità degli Stati. Il rallentamento della parità di genere, che ai ritmi attuali richiederebbe ancora 171 anni, non è soltanto una questione di diritti: riduce partecipazione economica, resilienza sociale e qualità istituzionale. In contesti fragili, l’indebolimento delle strutture dedicate all’uguaglianza moltiplica gli effetti di guerre, povertà e autoritarismo.
La scarsità d’acqua è infine una delle trasformazioni più profonde. Portate fluviali anomale, falde instabili e perdita dei ghiacciai aumentano il valore strategico dei bacini transfrontalieri. Dighe, canali, dati idrologici e tecnologie di riuso diventano strumenti di potere, mentre il commercio alimentare incorpora un trasferimento invisibile di acqua. La scarsità raramente provoca da sola una guerra, ma esaspera disuguaglianze, migrazioni e conflitti territoriali. I Paesi dotati di capitale, energia e capacità tecnologica potranno adattarsi; quelli privi di tali risorse rischiano una dipendenza crescente.
La lettura complessiva è quella di una geopolitica delle interdipendenze armate. Ferrovie, piattaforme digitali, petroliere, satelliti, titoli di Stato, miniere, bacini idrici e catene dell’IA sono contemporaneamente beni civili e leve strategiche. Il vantaggio non appartiene necessariamente allo Stato che dispone della maggiore forza convenzionale, ma a quello capace di integrare potere militare, resilienza infrastrutturale, innovazione, controllo normativo e alleanze flessibili. La vulnerabilità decisiva del sistema internazionale non è più soltanto l’esposizione all’attacco: è l’incapacità di governare connessioni da cui nessun attore può davvero sottrarsi.
Marco Emanuele
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