Venticinque anni dopo l’11 settembre, il jihadismo sopravvive attraverso reti locali ed ecosistemi digitali

A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, al-Qaeda e Stato Islamico sono molto più deboli rispetto al passato, ma la minaccia jihadista non è scomparsa. Le organizzazioni centrali hanno perso leader, territori e capacità operative, mentre affiliate regionali, reti digitali e simpatizzanti autonomi hanno raccolto parte della loro eredità.

Al-Qaeda centrale, guidata di fatto da Saif al-Adel, non realizza da anni attacchi di grande risonanza in Occidente e fatica a comunicare con le generazioni più giovani. Anche lo Stato Islamico è lontano dall’apice raggiunto con il suo proto-Stato tra Iraq e Siria. Entrambi i movimenti, tuttavia, continuano a esercitare influenza attraverso un sistema più decentralizzato e adattabile.

Le affiliate sostituiscono le organizzazioni centrali

Nel Sahel e nel Corno d’Africa, le affiliate di al-Qaeda rappresentano ormai il principale motore operativo dell’organizzazione. Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin controlla territori e consolida la propria presenza nell’Africa occidentale, mentre al-Shabaab combina capacità militare, amministrazione locale e raccolta di risorse in Somalia.

Islamic State Khorasan Province ha dimostrato di poter organizzare operazioni esterne anche lontano dal proprio centro in Asia centrale. Gli attentati compiuti in Iran e Russia nel 2024, insieme ai complotti sventati in città come Vienna e Parigi, indicano una capacità di proiezione transnazionale ancora significativa.

Anche Islamic State Sahel Province mostra intenzione e capacità di estendere le proprie reti verso il Nord Africa e la Penisola iberica. Altri teatri, come Yemen e Filippine, appaiono oggi meno attivi, ma potrebbero riacquistare centralità qualora guerre civili o crisi istituzionali aprissero nuovi spazi operativi.

La propaganda diventa infrastruttura strategica

Lo Stato Islamico continua a ispirare attentati attraverso un articolato ecosistema digitale. Il suo apparato ufficiale combina rivendicazioni, immagini di combattimento, dottrina e istruzioni operative; le comunità dei sostenitori producono video, meme e manuali sulla sicurezza delle comunicazioni e sulla preparazione degli attacchi.

La propaganda viene adattata ai linguaggi visivi dei giovani e assorbe formati provenienti anche dalla cultura digitale dell’estrema destra. Questa contaminazione permette al jihadismo di raggiungere persone attratte non necessariamente da una dottrina religiosa strutturata, ma dalla violenza, dalla ricerca di status o dal desiderio di appartenenza.

Gli attentati ispirati possono essere meno frequenti rispetto al periodo di massima espansione dello Stato Islamico, ma restano potenzialmente letali. Gli episodi di New Orleans e Sydney nel 2025 mostrano che la propaganda può ancora trasformare simpatizzanti locali in esecutori operativi.

Le guerre convenzionali aprono nuovi spazi

Il jihadismo ha storicamente beneficiato dei momenti nei quali l’attenzione occidentale era concentrata altrove. Oggi le guerre in Ucraina e Iran, la competizione tra grandi potenze, la difesa missilistica e la corsa all’intelligenza artificiale assorbono risorse politiche, militari e informative.

Il ridimensionamento di finanziamenti e personale destinati all’antiterrorismo rischia di creare vuoti nelle aree più fragili. Guerre civili e instabilità in Paesi come Yemen, Mali e Pakistan possono offrire territori, reclute e reti logistiche a terroristi, insorti e milizie.

Gli Stati Uniti dispongono di strumenti migliori rispetto al 2001, ma devono evitare che il riequilibrio verso altre priorità diventi disattenzione. Le organizzazioni jihadiste non hanno bisogno di tornare alla forza originaria per produrre conseguenze strategiche.

Il terrorismo come moltiplicatore di conflitti

Il terrorismo non rappresenta oggi una minaccia esistenziale paragonabile a una guerra tra grandi potenze, ma conserva un’enorme capacità di provocare reazioni politiche e militari. Un singolo attacco può alterare agende nazionali, irrigidire le società e trascinare Stati rivali verso lo scontro.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha ricordato la sproporzione tra l’azione iniziale e le sue conseguenze regionali. Analogamente, l’attentato compiuto in Kashmir nell’aprile 2025 da un gruppo collegato a Lashkar-e-Taiba ha portato India e Pakistan, entrambi dotati di armi nucleari, vicino a un nuovo conflitto.

La forza strategica del terrorismo risiede quindi nel suo effetto moltiplicatore: danni materiali circoscritti possono generare guerre, repressione, polarizzazione e cambiamenti duraturi di politica estera.

Safe haven e terrorismo “fast-food”

La riduzione dell’impegno antiterrorismo occidentale coincide con tre fenomeni: il ritorno di vecchi rifugi, la formazione di nuove aree non governate e la crescita degli estremisti radicalizzati nei Paesi occidentali.

Il modello prevalentemente cinetico sviluppato durante la Global War on Terrorism non è adatto a tutte queste minacce. Molti complotti contro Stati Uniti ed Europa hanno ormai una forte componente domestica e nascono in tempi estremamente rapidi.

Il cosiddetto terrorismo “fast-food” coinvolge soprattutto giovani mobilitati dall’emozione, dall’attrazione estetica per la violenza o dalla ricerca di riconoscimento, più che da una lunga adesione ideologica. Una risposta limitata a intelligence e forze dell’ordine interviene spesso troppo tardi: servono prevenzione, alfabetizzazione digitale, coinvolgimento delle comunità e capacità di riconoscere tempestivamente i segnali di mobilitazione.

Il rischio della politicizzazione

La politicizzazione della definizione di terrorismo può danneggiare la credibilità delle istituzioni incaricate di contrastarlo. Se l’etichetta viene applicata selettivamente agli avversari politici o estesa a fenomeni differenti, l’antiterrorismo perde precisione analitica e legittimità pubblica.

La sicurezza richiede invece valutazioni basate su capacità, intenzioni e comportamenti concreti. Confondere dissenso, radicalismo e preparazione della violenza rischia di disperdere le risorse e compromettere la cooperazione con le comunità dalle quali possono provenire informazioni decisive.

La prospettiva geostrategica

L’eredità dell’11 settembre non consiste soltanto nelle guerre e negli apparati di sicurezza costruiti successivamente. Consiste nella globalizzazione di un movimento jihadista capace di adattarsi alla perdita dei propri vertici e territori.

Osama bin Laden non ottenne la vittoria strategica immaginata, ma contribuì ad accendere focolai che continuano ad alimentarsi nelle crisi locali. Il jihadismo sopravvive oggi come rete di affiliate, marchio ideologico ed ecosistema digitale, sfruttando territori fragili e reazioni sproporzionate.

La risposta deve evitare due errori opposti: ricostruire campagne militari illimitate oppure relegare il terrorismo in fondo all’agenda. Occorre mantenere intelligence, cooperazione internazionale e capacità operative, integrandole con prevenzione sociale e resilienza digitale.

La minaccia non risiede più principalmente in un centro capace di organizzare un nuovo 11 settembre, ma nella possibilità che nodi periferici e individui radicalizzati producano crisi molto più grandi delle loro capacità materiali. La lezione dei venticinque anni trascorsi è che il successo tattico non autorizza la compiacenza strategica.

Fonte: The Soufan Center

The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale

Geostrategic magazine (11 september 2026)

 

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