Come i governi hanno affrontato le questioni legate all’IA e al digitale durante l’UNGA81

L’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite registra il passaggio definitivo dell’intelligenza artificiale da tema settoriale a fattore strutturale della competizione internazionale. L’IA viene ormai trattata simultaneamente come leva di sviluppo, infrastruttura di potere, moltiplicatore delle minacce e terreno di definizione della sovranità. La questione centrale non riguarda soltanto come regolare sistemi tecnologici sempre più capaci, ma chi possieda le risorse necessarie per progettarli, addestrarli e controllarli e, di conseguenza, chi possa determinare le regole dell’ordine digitale emergente.

La frattura più rilevante corre tra i paesi che concentrano capacità di calcolo, dati, capitale, ricerca, energia e competenze e quelli che rischiano di restare semplici consumatori di tecnologie sviluppate altrove. Il divario digitale assume quindi una dimensione industriale e strategica più ampia della connettività: dipendere da modelli, infrastrutture cloud e componenti esteri significa esporsi a vincoli economici, vulnerabilità politiche e limitata autonomia decisionale. La domanda di accesso equo all’IA esprime, in questo quadro, una contestazione della distribuzione internazionale del potere tecnologico.

La nozione di sovranità tecnologica emerge come risposta a tale asimmetria. Non coincide necessariamente con l’autarchia digitale, ma con la capacità di comprendere, ispezionare, adattare e governare i sistemi impiegati sul territorio nazionale. Per le potenze tecnologicamente avanzate ciò significa proteggere vantaggi industriali e standard proprietari; per le economie emergenti significa evitare una dipendenza permanente e conquistare spazio nella catena del valore. Dati, capacità computazionale e modelli di base diventano così risorse strategiche paragonabili, per importanza politica, alle infrastrutture energetiche e finanziarie.

La governance internazionale dell’IA è attraversata da una tensione tra universalismo e competizione. Diversi governi sostengono convenzioni, salvaguardie e istituzioni multilaterali, mentre altri privilegiano meccanismi più flessibili, valutazioni tecniche e cooperazione volontaria. Dietro la divergenza regolatoria vi è una disputa sulla sede in cui saranno stabilite le norme: affidare un ruolo centrale alle Nazioni Unite favorirebbe inclusività e legittimità universale, ma potrebbe rallentare il processo; mantenere la governance in coalizioni ristrette o organismi tecnici consentirebbe decisioni più rapide, ma consoliderebbe l’influenza degli Stati e delle imprese già dominanti.

Per molti paesi, soprattutto del Sud globale, la centralità dell’ONU rappresenta pertanto uno strumento di riequilibrio. Il timore è che l’architettura internazionale dell’IA venga definita prima che gli Stati con minori capacità possano parteciparvi in modo sostanziale. Il sostegno a nuovi strumenti multilaterali non deriva soltanto da preoccupazioni etiche, ma dall’interesse a impedire che standard tecnici e regole commerciali diventino barriere d’ingresso o meccanismi di dipendenza. La governance dell’IA si intreccia così con la riforma del multilateralismo e con la richiesta di una rappresentanza più equilibrata nella gestione dei beni pubblici globali.

La dimensione securitaria accentua l’urgenza del confronto. L’IA amplia la portata di attacchi informatici, disinformazione, manipolazione politica e operazioni ibride, aumentando la vulnerabilità delle infrastrutture critiche. La competizione tecnologica non è più separabile da quella militare: i progressi nei modelli avanzati possono tradursi in vantaggi nell’intelligence, nella pianificazione operativa, nella guerra cibernetica e nei sistemi autonomi. Ne deriva il rischio di una corsa agli armamenti algoritmica nella quale velocità e opacità riducono gli spazi per la verifica reciproca e la gestione delle crisi.

Le armi autonome costituiscono il punto di maggiore convergenza normativa. La richiesta di mantenere il controllo umano sull’uso della forza, compresi i sistemi connessi al comando nucleare, segnala la consapevolezza che la delega decisionale alle macchine potrebbe indebolire responsabilità giuridica e stabilità strategica. Tuttavia, il consenso sul principio non elimina le divergenze sulla sua applicazione: resta aperto il problema di definire quale controllo sia effettivamente significativo, come verificarlo e quali sistemi debbano essere sottoposti a divieti o restrizioni.

Accanto alla logica del contenimento compare una visione cooperativa dell’IA come supporto alla diplomazia, alla mediazione e alla prevenzione dei conflitti. L’ipotesi di un codice internazionale per l’uso pacifico dell’intelligenza artificiale nelle relazioni internazionali mira a costruire norme di comportamento prima che pratiche destabilizzanti diventino consolidate. La sua efficacia dipenderà però dalla possibilità di accompagnare i principi con trasparenza, responsabilità e meccanismi di fiducia tra attori che considerano le proprie capacità digitali parte essenziale della sicurezza nazionale.

Nel complesso, il dibattito non produce un modello unitario, ma delinea una geopolitica dell’interdipendenza asimmetrica. Nessuno Stato può governare da solo rischi transnazionali come cyberattacchi, manipolazione informativa o proliferazione di sistemi autonomi; allo stesso tempo, le principali potenze non intendono rinunciare ai vantaggi derivanti dal controllo delle piattaforme, delle infrastrutture e degli standard. La cooperazione internazionale sarà quindi selettiva: più probabile su sicurezza, valutazione dei rischi e controllo umano, più difficile sulla redistribuzione delle capacità industriali e tecnologiche.

La posta in gioco per i prossimi anni è la trasformazione dei principi in capacità concrete. Senza accesso a calcolo, competenze, energia, dati e finanziamenti, l’inclusione dei paesi in via di sviluppo resterà formale. Senza regole verificabili sugli impieghi militari, il richiamo al controllo umano rischierà di essere puramente dichiarativo. E senza un ruolo effettivo delle Nazioni Unite, la governance globale potrebbe frammentarsi in blocchi tecnologici concorrenti, caratterizzati da standard incompatibili, dipendenze selettive e crescente politicizzazione delle infrastrutture digitali.

La sessione segnala dunque che l’IA non sarà governata esclusivamente come tecnologia. Sarà governata come potere economico, capacità militare e attributo della sovranità. L’esito dipenderà dall’equilibrio tra tre obiettivi difficili da conciliare: preservare l’innovazione, limitare i rischi sistemici e distribuire più equamente la capacità di incidere sul futuro digitale.

Fonte: Digital Watch Observatory – The Global Eye è in partnership con SIOI

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