L’influenza dell’Iran su Hormuz si affievolisce con l’aggravarsi della stretta economica statunitense

Secondo Al Arabiya, dopo sei mesi di guerra e di pressione incrociata nel Golfo, il baricentro del confronto tra Stati Uniti e Iran si sta spostando dalla pura dimensione militare a una guerra di logoramento economico-strategico. L’idea di fondo che emerge è che Washington stia cercando di ottenere con il blocco navale, con sanzioni ancora più dure e con la compressione dell’accesso iraniano alla valuta estera ciò che la forza militare, da sola, non è riuscita a imporre: indebolire la leva iraniana su Hormuz e costringere Teheran a concessioni politiche.

Il primo punto geostrategico è che lo Stretto di Hormuz resta il centro reale della crisi. Il calcolo americano e regionale si fonda sull’idea che l’Iran stia subendo più danni economici di quanti riesca a infliggerne al resto del mondo. Teheran ha mantenuto una ‘stretta sullo stretto’ e ha tentato di trasformarlo in strumento di coercizione globale ma non e’ riuscita a provocare lo shock energetico sistemico che sperava. I mercati si sono adattati, flussi alternativi hanno continuato a circolare e questo ha esposto i limiti della leva iraniana: abbastanza forte da destabilizzare, non abbastanza da spezzare la volontà americana.

Il secondo elemento decisivo riguarda la natura dell’offensiva economica americana. Al Arabiya descrive una combinazione di blocco navale, restrizione delle esportazioni petrolifere, stretta sulle reti finanziarie e sanzioni sulle entità collegate all’Iran. In altre parole, Washington non punta soltanto a ridurre la capacità offensiva di Teheran ma a colpire il suo spazio di sostenibilità economica interna: valuta, importazioni, credito, commercio estero, beni essenziali. L’obiettivo non è solo tattico ma sistemico: ridurre il margine di resistenza della Repubblica islamica fino a trasformare la pressione economica in pressione politica.

Qui si apre il terzo nodo, forse il pià importante: il test di resilienza del regime. Al Arabiya richiama analisti e fonti che riconoscono l’intensità crescente della stretta ma restano prudenti sulla sua efficacia finale. Da una parte, Teheran teme un peggioramento delle condizioni economiche, con prezzi in salita, commercio indebolito, redditi familiari sotto pressione e possibili carenze di importazioni chiave come carburante e grano. Dall’altra, il regime – e in particolare i Pasdaran – potrebbe ritenere di poter ancora assorbire il colpo, reprimere eventuali proteste e trasformare la sofferenza economica in una nuova narrativa di resistenza nazionale.

Questo è il punto in cui la guerra economica incontra la psicologia politica della crisi. Al Arabiya sottolinea che, secondo alcuni osservatori, la società iraniana potrebbe restare ancora dentro una sorta di mentalità di guerra, alimentata dall’intervento straniero, dalle vittime civili e dalla percezione di uno scontro più ampio con un ordine guidato dagli Stati Uniti. In questo quadro, la sofferenza economica non si traduce automaticamente in collasso politico. Potrebbe anzi consolidare, almeno per un certo tempo, un consenso minimo difensivo attorno al regime.

Un quarto elemento rilevante è che la diplomazia, pur restando sullo sfondo, non è del tutto uscita di scena. Secondo Al Arabiya, starebbe emergendo una possibile formula di compromesso sul nodo più sensibile: le tariffe o i diritti di transito a Hormuz. L’ipotesi evocata è che l’Iran rinunci a trasformare lo stretto in pedaggio politico diretto, mantenendo magari margini per servizi legittimi di navigazione, sicurezza o tutela ambientale. Sarebbe una formula che permetterebbe a entrambe le parti di rivendicare un risultato: Washington potrebbe presentare la riapertura del traffico come una vittoria, Teheran potrebbe arretrare senza apparire del tutto capitolata.

Il confronto tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una fase in cui la vera battaglia non è più solo militare ma riguarda la soglia di dolore economico e politico che Teheran può sopportare. Washington scommette che la pressione economica svuoterà la leva iraniana su Hormuz; Teheran scommette di poter resistere abbastanza a lungo da non cedere sotto costrizione. La questione decisiva, quindi, non è se l’Iran stia soffrendo – lo sta – ma se soffrirà abbastanza da accettare un compromesso prima che il conflitto scivoli in una nuova escalation aperta.

M.E.

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