Secondo Federico Fubini sul Corriere della Sera (5 settembre 2026), l’ipotesi che Donald Trump possa invitare Vladimir Putin al G20 di Miami rappresenta molto più di una scelta di protocollo: sarebbe un gesto ad alto valore strategico, capace di riaprire alla Russia uno spazio di legittimazione internazionale proprio mentre Mosca continua a condurre la guerra in Ucraina e a mantenere una pressione ostile sull’Europa. Il punto centrale dell’articolo è che l’eventuale presenza di Putin negli Stati Uniti per la seconda volta durante la presidenza Trump segnerebbe una discontinuità forte rispetto alla linea di isolamento costruita dopo la Crimea e rafforzata dopo l’invasione totale dell’Ucraina.
Il primo elemento geostrategico è il peso simbolico del ritorno russo al tavolo dei grandi. Fubini osserva che per il Cremlino una riapparizione al G20 avrebbe un significato che va oltre i risultati concreti del vertice: romperebbe visibilmente l’immagine di isolamento internazionale e restituirebbe a Putin lo status di interlocutore inevitabile nel principale consesso delle leadership globali. In questo senso, l’invito non sarebbe solo una mossa americana di apertura tattica, ma un possibile riaccreditamento politico del potere russo senza che Mosca abbia necessariamente fatto concessioni sostanziali.
Il secondo punto riguarda la frattura occidentale che una simile scelta provocherebbe. Per molti governi europei, così come per Canada, Giappone, Australia e Corea del Sud, la presenza di Putin al G20 sarebbe vissuta come un affronto diretto: l’autocrate che continua ad alimentare la distruzione dell’Ucraina e conduce una campagna di attacchi ibridi contro l’Europa verrebbe riammesso nel più importante luogo di confronto tra i leader mondiali. Qui il nodo non è solo diplomatico, ma strategico: il rischio è che l’Occidente appaia diviso sulla natura stessa della minaccia russa.
L’episodio del G20 di Asheville, dove l’amministrazione americana ha già riammesso la delegazione russa dei ministri economici mandando su tutte le furie i partner europei, viene letto da Fubini come un segnale concreto che questo scenario non sia affatto teorico. La polemica sul ministro russo Anton Siluanov, formalmente sotto sanzioni, mostra che il punto di attrito non riguarda solo Putin, ma l’intero tentativo americano di normalizzare selettivamente il rapporto con Mosca in nome di interessi più ampi. E questo porta al quarto elemento dell’articolo: la logica di Trump.
L’apertura verso Putin si inserirebbe in una più ampia strategia di concessioni mirate per cercare di ottenere dal Cremlino un allentamento del sostegno all’Iran. Il passaggio è molto importante, perchè sposta la questione dal solo dossier ucraino al quadro più largo della competizione mediorientale. Oggi, ricorda l’articolo, la Russia è il principale fornitore di armi e derrate alla Repubblica islamica attraverso la rotta del Caspio. Se la Casa Bianca punta a convincere Mosca ad allentare questo sostegno, l’eventuale invito al G20 diventerebbe una moneta diplomatica in uno scambio strategico più ampio tra Ucraina, Medio Oriente e rapporti di forza globali.
Ma Putin ha già dimostrato di considerare ogni concessione come base per chiederne altre. Per questo un invito a Miami rischierebbe di non produrre una vera moderazione russa, ma piuttosto di confermare al Cremlino che la pressione militare e la resistenza prolungata finiscono col generare aperture occidentali. In questa chiave, la diplomazia trumpiana appare meno come una pacificazione e più come un possibile riassestamento del conflitto a vantaggio negoziale di Mosca.
Il quadro delineato da Federico Fubini sul Corriere della Sera mostra che un invito a Putin al G20 non sarebbe un gesto neutro, ma un atto capace di incidere su tre piani insieme: legittimazione della Russia, coesione dell’Occidente e strategia americana verso Iran e Ucraina. In sostanza, il punto non è solo se Putin metterò piede a Miami, ma che cosa questo direbbe del nuovo equilibrio internazionale: un mondo in cui la logica dello scambio strategico rischia di prevalere sulla logica dell’isolamento dell’aggressore, e in cui la tenuta politica del fronte occidentale diventa essa stessa una variabile decisiva del conflitto.
M.E.
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