(Marzia Giglioli)
Alla Conferenza di Shangai, Xi Jinping parla al mondo di Intelligenza Artificiale e di ‘un’ Ai libera ed equa’.
Molto studiata la contrapposizione con i discorsi di Trump soprattutto nel passaggio non certo casuale sul fatto che in giro ‘c’e’ un eccesso di sicurezza nazionale’. L’ ‘alternativa gentile’ è il mantra mediatico scelto da Pechino. Una strategia della parola e della comunicazione che porta con sé quasi obbligatoriamente gli ‘altri’ a scegliere tra due modelli. Il premier cinese oppone la ‘sua democrazia tecnologica’ al
‘colonialismo trumpiano’ con un abilissimo algoritmo. Per XI Jinping, lo sviluppo dell’IA dovrebbe essere una ‘sinfonia di cooperazione internazionale’ tesa alla ‘inclusività’, un tema irresistibile soprattutto per costruire il consenso con i paesi più poveri, contrapponendo così l’approccio ‘aperto’ della Cina riguardo l’intelligenza artificiale rispetto al controllo degli Stati Uniti. Ma Xi promette soprattutto che la Cina aiuterà gli altri paesi a sviluppare e implementare sistemi per prevenire ‘nuove ingiustizie storiche’.
Pechino segna così un nuovo vocabolario digitale, con un’architettura che va costruendo da tempo e con un modello giè emerso in alcune recenti uscite pubbliche del leader cinese che hanno anticipato il discorso della Conferenza di Shangai.
Un servizio della CCTV, la televisione di Stato di Pechino, dava già nei giorni scorsi la misura sul metodo dello scontro tra Cina e Stati Uniti riportando la scorsa settimana l’intervento di Xi Jinping che aveva ribadito come la competizione scientifico-tecnologica tra le due superpotenze si gioca anche sulla creazione e sull’attrazione (anche riferita alla ricerca dei talenti). ‘E’ necessario – ha detto il leader della Repubblica Popolare – cogliere la finestra di opportunità rappresentata dai flussi globali di talenti e rafforzare il reclutamento dall’estero di giovani e di gruppi di ricerca di alto livello’: un invito su larga scala lanciato, pochi giorni prima di Shangai, nella Grande Sala del Popolo affacciata su Piazza Tienanmen.
Vale la pena estrapolare le frasi piu’ significative: ‘il rafforzamento dell’etica della scienza e della tecnologia e la governance della sicurezza’,
‘costruzione di meccanismi istituzionali multilaterali e di governance condivisa’. E ancora: ‘È necessario definire standard e linee guida etiche in settori come l’intelligenza artificiale e nelle scienze della vita, mentre si affrontano in modo efficace i conflitti normativi’.
In queste settimane ci sono stati confronti ad alto livello dedicati al futuro dell’intelligenza artificiale e Pechino fa sentire la sua voce per ‘smontare l’ossessione del controllo’ . Al recente incontro alle Nazioni Unite a Ginevra, il rappresentante cinese Lille Chen ha detto che l’AI open source è un bene condiviso da tutta l’umanità. La Cina – ha aggiunto – ‘è impegnata a promuovere ulteriormente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale open source a beneficio delle imprese, del mondo accademico, degli istituti di ricerca, favorendo l’innovazione, la diffusione delle applicazioni’. In sintesi, un ecosistema inclusivo attraverso la cooperazione internazionale.
La competizione con gli Stati Uniti, sempre più destinata a intensificarsi, si gioca anche sull’attrazione e gli altri dovranno scegliere oppure intraprendere strade indipendenti e comunque dosare gli equilibri, sapendo che, oltre alla competizione tecnologica, c’è sul tappeto molto di più.
In una lunga analisi, l’Economist scrive che ‘stringere legami con la Cina è una strategia rischiosa contro un’America prepotente, perchè la Cina è sempre stata un improbabile paladino dell’apertura’.
Intanto i vertici di Pechino si compiacciono della vittoria propagandistica che deriva dal dipingere l’America come un prepotente e sperano che l’intelligenza artificiale a basso costo attiri gli stranieri verso l’infrastruttura digitale cinese. ‘Ma se l’apertura dovesse mai entrare in conflitto con la sicurezza nazionale o il potere politico, sceglierebbero il controllo in un istante’.
In attesa di una governance mondiale (con uno sguardo all’ONU) e mentre si attendono nuove regole, la Cina è pronta a offrire una dose di ‘saggezza cinese’. Ma decifrare questo gergo non è difficile, commenta l’Economist: ‘Nei forum e nei documenti politici, la Cina promuove regole inclusive per l’IA che rispettino i diversi sistemi politici e i diritti sovrani degli Stati. Il contrasto con gli Stati Uniti è intenzionale. I presidenti americani e gli alleati democratici che si sono succeduti hanno parlato di integrare valori liberali nell’IA. La Cina dipinge questo come sciovinismo occidentale. Al contrario, offre ai Paesi un’IA non giudicante per lo sviluppo economico, senza fastidiose domande sulla censura’.
Intanto sono tempi difficili per chi utilizza le tecnologie di intelligenza artificiale americane. Nelle ultime settimane, l’amministrazione Trump ha prontamente revocato l’accesso a potenti strumenti di intelligenza artificiale, qualora avesse ritenuto necessari dei controlli per difendere la sicurezza nazionale americana o per mantenere quella che la Casa Bianca ama definire ‘la supremazia dell’IA’.
Sul fronte delle democrazie europee e in altre democrazie occidentali, c’è interesse nell’utilizzare modelli cinesi per evitare una totale dipendenza dagli Stati Uniti. Da qualunque parte lo si guardi, il futuro dell’AI rischia di essere una trappola.



