Le vie della guerra e la de-escalation

(Marco Emanuele) 

La guerra – sul campo, ibrida e cognitiva – è paradigma dei nostri tempi. A partire dal linguaggio violento.

Nei contesti medio-orientale e ucraino, le tregue (tacciano le armi …) sembrano più buoni auspici che prospettive concrete (per non parlare della pace …). L’unica voce che si pone chiaramente sulla via della pace sostanziale è quella del Pontefice mentre le altre, nel continuo lavorio diplomatico, si vestono di provocazioni e minacce, a spese dei popoli e con impatti ben visibili a livello internazionale. Il che è decisamente insostenibile. La mediatizzazione delle guerre principali nasconde gli oltre 50 quadranti nei quali la gente muore e il diritto internazionale è negato: si pensi al Sudan, la più grande crisi umanitaria al mondo.

I percorsi di guerra si moltiplicano, in altri campi di combattimento. La guerra-paradigma è assai diffusa in ogni ambito, insinuandosi nei dibattito pubblico e inquinando i pozzi vitali. Alcuni considerano la mente umana come la frontiera di un nuovo scontro epocale: condizionare, omologare, semplicare, separare. Nella condizione ‘onlife’, senza effettiva regolazione dei social media e dentro la grave crisi di governance che attraversa l’attuale fase storica, i discorsi di odio e la nebbia disinformativa si muovono agevolmente e aggravano lo smarrimento e il disagio sociale d’intere fasce di popolazione. A questo si aggiunge la retorica deteriore di molte forze politiche, alcune delle quali vorrebbero riportare indietro le lancette della storia.

La guerra-paradigma si colloca in una trasformazione radicale dell’esperienza democratica, sempre più fragile per varie ragioni. Proteggere tale esperienza è decisivo, a evitare che i sistemi democratici – come accade, e non da oggi – de-generino (perdano generatività) fino a diventare una sommatoria semplicistica di regole ‘nobili’ (si ricordi l’espressione ‘democrazia illiberale’).

Per superare l’equivoco rischioso della guerra-paradigma occorre lavorare sulla de-escalation come nuovo paradigma, rendendolo parte di strategie di sicurezza. Perché quest’ultima non potrà mai essere garantita nell’escalation crescente (prendendo atto che non può esistere la sicurezza assoluta, così come il ‘rischio-zero’). Se il male esiste in sé, esso si aggrava laddove vi sono condizioni di fatto che impediscono la costruzione del bene comune, della convivenza e dello sviluppo equilibrato e sostenibile.

La de-escalation, in sostanza, deve diventare parte di una visione politica che si ri-appropri della complessità del reale, andando oltre la legge della giungla nella quale siamo immersi. Solo la de-escalation strategica, fuori da ogni visione romantica, è davvero realistica: la pace non è solo un imperativo morale ma è l’unica condizione possibile perché gli interessi e i rapporti di forza possano svilupparsi in un quadro il più possibile armonico e integrato.

 

 

 

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