La tregua in Iran ha un convitato di pietra: la Cina

(Carlo Rebecchi)

E’ ancora soltanto una tregua di quindici giorni, ma già si respira un’aria nuova. La speranza è che dopo 40 giorni di bombardamenti e almeno 1650 morti civili in Iran, le armi tacciano e parli la diplomazia. Non ci sono guerre eterne come non esiste una pace perpetua. Prima o poi si torna a parlarsi. Un primo appuntamento è già in calendario: venerdì prossimo, a Islamabad. La catena di contatti che ha permesso a Stati Uniti e Israele di trovare la via d’uscita dal pantano nel quale erano sprofondati con l’aggressione all’ Iran si è snodata tra il Pakistan e la Cina.

Da Washington arriverà nella capitale pakistana una delegazione guidata dal vicepresidente JD Vance, con gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. Ma ci sarà anche un invisibile “convitato di pietra”: la Cina. E’ infatti da Pechino che è giunta la spinta decisiva per arrivare alla tregua, condizionata al rinvio dell’ultimatum di Trump che prometteva “il ritorno dell’Iran all’età della pietra”. Un gesto dal significato diplomatico importante, in vista del vertice di metà maggio a Pechino tra Trump e Xi Jinping.

La domanda d’obbligo – chi sta vincendo la guerra? chi è lo sconfitto? – ha una doppia risposta. Se si guarda agli obiettivi distrutti, il vincitore è senz’altro Trump che lo proclama e si auto-elogia da giorni. “Aspettiamo soltanto che si arrendano. Per noi la guerra è già finita. Non ci sono più obiettivi da colpire”, ripete da giorni la narrazione della guerra fatta dalla Casa Bianca. Del resto l’Iran, che militarmente non è stato sconfitto, è però di sicuro fortemente indebolito. La sua marina e la sua aviazione sono allo stremo, i siti di lancio dei missili sono stati decimati. La vera unica arma in mano al regime degli Ayatollah era, ed è ancora, lo Stretto di Hormuz: il passaggio obbligato dove transita più dell’80 per cento del petrolio e del gas liquefatto iraniano.

Proprio Hormuz, fino a due ore prima della scadenza dell’ultimatum di Trump, è stato l’ostacolo per il “sì” di Teheran alla tregua. Una “merce di scambio” che nemmeno gli iraniani avevano mai pensato di utilizzare come arma di ricatto come invece è avvenuto dopo che Trump e Netanyahu hanno attaccato l’Iran contro ogni regola e convenzione internazionale e che hanno potuto fare con il tacito assenso della comunità internazionale. Decisivo è stato l’appoggio della Cina al piano in dieci punti accettato dall’Iran. Pechino, secondo quanto si è appreso senza però avere conferme da fonte sicura, si sarebbe fatto garante con l’Iran della sicurezza del paese di fronte a un eventuale nuovo attacco americano.

Sul piano strategico e politico, invece, a segnare molti punti sembra essere l’Iran. La resistenza dei Guardiani della rivoluzione davanti all’ offensiva schiacciante e continua di due degli eserciti più forti al mondo, quello americano e quello israeliano, ha ricompattato in questi quaranta giorni un popolo che sembrava pronto a ribellarsi al potere del mullah. Questo non è avvenuto. Al contrario, la lotta contro l’invasore sembra aver fatto dimenticare a molti paesi stranieri – soprattutto quelli una volta definiti “non allineati” – la dura repressione con la quale il governo di Teheran ha messo a tacere nei mesi scorsi le dimostrazioni contrarie al regime degli ayatollah, quando furono uccise almeno quarantamila persone.

Si può dire fin da ora, quale che sia l’evoluzione futura della situazione, che niente nel Golfo dopo questa guerra sarà più come prima. Questo quanto vuole il principale “sponsor” dell’ Iran, la Cina, se non altro perché poco meno del novanta per cento del proprio petrolio lo ottiene proprio dall’Iran. E anche il Pakistan, che condivide rapporti che desidera rafforzare con la Cina, l’India e gli Stati Uniti. Per gli osservatori sono i motivi economici e politici ad esigere che nell’area si vada a una fase di stabilità. E con Israele che non potrà per lungo tempo accusare l’Iran di essere un pericolo, si tratta di una prospettiva possibile. Ma è a sua volta Israele una fonte di instabilità se, come ha dichiarato Netanyahu, continuerà l’occupazione militare del Libano meridionale.

Nell’area del Medio Oriente e del Golfo si vanno modificando, come si vede, nuove aree di influenza. Sarà sicuramente più forte quella della Cina e, probabilmente, gli Stati Uniti vedranno ridotto lo spazio che fino a qualche settimana fa era il loro. Il riassetto delle aree di influenza regionale potrebbe in qualche modo penalizzare gli Stati Uniti e favorire secondo molti osservatori l’Europa, che durante il conflitto ha proseguito la propria politica di dialogo e amicizia con tutti i paesi della regione, differenziandosi da chi ha voluto la guerra e stabilendo rapporti di reciproca collaborazione e sicurezza con i paesi che si sono sentiti minacciati.

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