Uncertain States of America. Dopo il patrono

(Girolamo Boffa)

La successione a Trump non è una questione di persone. È una scelta sul futuro dell’America — e potrebbe non toccare a chi oggi sembra in pole position.

28 febbraio 2025, nello Studio Ovale, davanti alle telecamere di tutto il mondo, Donald Trump e JD Vance incalzano Volodymyr Zelensky con una durezza insolita per un incontro diplomatico trasmesso in diretta.

Vance chiede riconoscenza, Trump alza la voce. La scena è inequivocabile: una resa dei conti pubblica, orchestrata, destinata a un pubblico interno più che a un interlocutore esterno.

Marco Rubio è lì, seduto sul divano, in silenzio.

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti — il principale diplomatico del paese, il responsabile della politica estera americana — assisteva senza intervenire mentre il presidente e il vicepresidente demolivano davanti al mondo il leader di un paese in guerra contro la Russia.

Qualcuno lesse quel silenzio come imbarazzo, qualcuno come disciplina, altri come calcolo.

Aveva ragione chi lo leggeva come calcolo.

Quella scena non era solo un momento diplomatico, era la prima rappresentazione pubblica di due visioni incompatibili del ruolo americano nel mondo — visioni che convivono dentro lo stesso partito, dentro la stessa amministrazione. Per ora.

Eredi senza eredità

Trump ha quasi ottant’anni ed è il padrone del Partito Repubblicano — non il suo leader, non il suo rappresentante: il padrone. Nessun altro nella storia americana moderna ha esercitato un controllo così personale su una macchina partitica così grande, ma il movimento MAGA — e il GOP più in generale — sta già immaginando un futuro senza di lui.

Nel sistema politico americano le successioni non sono avvenute mai per rottura frontale, ma per differenziazione progressiva: i possibili eredi mantengono la lealtà formale verso il leader in carica, ma costruiscono lentamente uno spazio autonomo, una voce propria, un profilo riconoscibile che non dipenda interamente dall’ombra del patrono. È un processo sottile, quasi invisibile finché non accade.

Vance e Rubio stanno seguendo questo copione: il vicepresidente accumula visibilità, costruisce una rete finanziaria, presidia la base; il Segretario di Stato accumula credenziali internazionali, occupa uno spazio istituzionale che nella storia americana ha avuto solo Kissinger. Entrambi lavorano alla successione senza nominarla, convinti di percorrere la strada giusta.

Ma quella strada, questa volta, potrebbe non portare dove pensano.

Trump non è un leader che ha costruito un partito — è un patrono che ha costruito una rete di clientele personali e quelle clientele non si ereditano automaticamente: si ricostruiscono da zero, attorno a una nuova presenza capace di incarnare quella visione del mondo, non di rappresentarla. Per farlo servirebbero le stesse capacità performative di Trump — la presenza, l’istinto, la scintilla emotiva diretta con la base. Vance ci prova, ma con uno stile più cerebrale e ideologico. Rubio ha già dimostrato nel 2016 che non è per lui: quando ha provato a fare Trump, la base ha sorriso e ha continuato a votare Trump.

C’è però una seconda strada: riportare quelle clientele verso le dinamiche più tradizionali di partito — non spegnere la rabbia MAGA, ma canalizzarla dentro strutture riconoscibili, dentro una coalizione più ampia. È una via teoricamente percorribile, ma non dai due delfini. Chi ha cavalcato il sistema delle clientele trumpiane per interposta persona — attraverso Trump, non nonostante Trump — non ha la credibilità per proporre alla base un cambio di metodo; quella proposta può venire solo da chi è rimasto abbastanza fuori da non essere compromesso. Da chi non ha mai avuto bisogno del patrono per costruirsi.

Trump tiene ancora insieme tutto, ma Trump è una sintesi personale, non strutturale. E le sintesi personali non si ereditano.

Due linee, una sola domanda

Rubio e Vance vengono da storie diverse, e quella diversità non è solo biografica.

Rubio è figlio della tradizione cubano-americana di Miami: anticomunismo viscerale, convinzione profonda che l’America abbia una missione nel mondo, sostegno incondizionato a Israele, durezza verso Iran e Cina come sfide sistemiche all’ordine occidentale. Nel 2016 correva contro Trump con un programma che era, nella sostanza, conservatorismo classico aggiornato: America forte, alleanze solide, leadership globale; ha perso, ha imparato la lezione, si è adattato. Ma la struttura profonda del suo pensiero è rimasta quella: oggi è il trumpismo che conosce la via di casa verso il GOP tradizionale.

Vance viene da un’altra America: Middletown, Ohio. La Rust Belt, le fabbriche chiuse, i nonni che tirano avanti, le guerre che portano via i figli di quella gente e non producono niente di visibile: Hillbilly Elegy non è solo un libro — è il manifesto involontario di una classe che il conservatorismo classico aveva ignorato e che il trumpismo ha intercettato. Vance porta con sé quella memoria: quando dice che l’America deve scegliere con cura dove impegnarsi, non sta solo elaborando una dottrina strategica, sta traducendo in politica estera la stanchezza di chi ha visto l’Iraq e l’Afghanistan consumare risorse e vite senza risultato.

Non è una differenza di stile, ma una differenza di esperienza personale e storica, e quindi di strategia globale.

E il GOP tradizionale — quello che crede ancora nell’atlantismo e nelle alleanze — guarda questa partita con una domanda irrisolta: quale dei due è meno lontano da ciò che eravamo?

Ma per capire perché quella trappola è così difficile da evitare, bisogna guardare dentro il partito che dovranno conquistare.

Le tre anime di un partito

Il GOP non è un blocco monolitico, non lo è mai stato, ma oggi le sue fratture interne sono più profonde e più visibili che in qualsiasi momento degli ultimi trent’anni: vi convivono tre anime che, scontrandosi, cercano un equilibrio che Trump, per ora, garantisce con la forza della personalità.

C’è il conservatorismo storico — quello di Reagan e dei due Bush, dell’atlantismo e del libero mercato, della leadership globale americana come imperativo strategico e morale. È un’anima oggi politicamente schiacciata, priva di un candidato credibile, ma culturalmente ancora presente nelle istituzioni, nei think tank, in una parte dell’establishment militare e diplomatico. È il GOP che ha costruito la NATO, che ha sostenuto l’allargamento europeo, che credeva nell’esportazione della democrazia. Oggi fatica a trovare una voce, ma non è scomparso.

C’è il trumpismo — che non è una cosa sola. È una coalizione tenuta insieme dalla figura del leader più che da una piattaforma coerente. Al suo interno convivono il nazionalismo economico e lo scetticismo militare di Vance, l’interventismo aggiornato di Rubio, il populismo radicale di chi cerca sempre un nemico più grande e un’escalation più forte. Queste varianti oggi cooperano, ma dopo Trump dovranno competere.

C’è infine il conservatorismo liberale dei mai-Trumpers — il Lincoln Project, i NeverTrump, l’ala che ha scelto di uscire piuttosto che adeguarsi. Politicamente marginale, quasi irrilevante nei numeri, ma culturalmente ancora capace di influenzare la narrazione, di attrarre finanziatori, di porre domande scomode. Non ha la velleità di tornare al centro, ma ha l’ambizione di essere l’ago della bilancia.

Il peso della memoria

La base MAGA ha memoria e questa è la trappola in cui Vance e Rubio si trovano.

Il primo problema è quello delle origini: nel 2016 Vance definiva Trump “eroina culturale” e lo paragonava a Hitler, mentre Rubio lo chiamava “artista della truffa”, avvertendo che “con lui non finirà bene” e che un uomo così non poteva avere accesso ai codici nucleari.

Poi entrambi hanno cambiato posizione — radicalmente, rapidamente, completamente. La base MAGA lo sa e quando una conversione è così totale e così conveniente, la domanda che resta sospesa è sempre la stessa: cosa hanno negoziato in cambio? Trump non ha una piattaforma politica strutturata — non c’è un programma, non c’è un’ideologia codificata, l’unica moneta di scambio possibile è stata l’interesse personale. E la base, che di istinto diffida degli opportunisti, non dimentica.

Il secondo problema è la posizione in cui si trovano oggi: troppo vicini a Trump per essere credibili come figure autonome, ma abbastanza calcolatori da tentare piccoli smarcamenti quando conviene. Vance che tace sull’Iran, Rubio che sceglie le parole con cura diplomatica quando il presidente esagera: mosse comprensibili, politicamente razionali — ma percepite dalla base come vigliaccheria. La fedeltà al patrono si misura nei momenti difficili, non nei discorsi alle convention e chi cerca di stare con un piede dentro e uno fuori finisce per non stare da nessuna parte.

Il terzo problema è il più strutturale: la coalizione trumpiana non si eredita, e loro non hanno gli strumenti per farlo in nessuno dei due modi possibili. Non hanno la personalità performativa di Trump — quella scintilla emotiva diretta con la base che trasforma il comizio in rito collettivo – e non hanno la credibilità politica per guidare quella base verso dinamiche tradizionali di partito.

Sono eredi designati di qualcosa che non si può designare.

Gli outsider e la variabile imprevedibile

Vance e Rubio dominano il dibattito sulla successione. Ma il GOP ha già dimostrato, nel 2016, che i candidati che sembrano inevitabili non lo sono — e che il candidato giusto spesso arriva da dove nessuno guardava.

De Santis ha già perso una volta contro Trump, nel 2024. Governa ancora la Florida e non ha rinunciato alle ambizioni, ma chi ha già perso una volta porta quel peso ovunque vada.

Sarah Huckabee Sanders, ex portavoce di Trump, porta con sé la base evangelica più fedele e la vicinanza viscerale al mondo MAGA: una risorsa, ma fino a un certo punto, perché quel legame porta con sé anche il rischio dell’interventismo messianico — quella visione in cui la politica estera americana diventa estensione di una missione religiosa, con Israele come centro e il Medio Oriente come teatro del destino. Abbiamo già visto dove porta.

I nomi più interessanti sono quelli che il dibattito corrente tende a sottovalutare.

Brian Kemp ha fatto qualcosa che nessun altro repubblicano di peso è riuscito a fare: ha resistito alle pressioni di Trump sul 2020, ne ha subito le ritorsioni, ed è stato rieletto con ampio margine in Georgia — uno stato che Trump aveva perso. Non è mai stato never-Trumper, non ha fatto la guerra al movimento: ha semplicemente tenuto la schiena dritta quando costava farlo; è l’uomo che il conservatorismo tradizionale potrebbe indicare come ponte — credibile per la base perché non ha mai tradito, credibile per l’establishment perché non si è mai piegato.

Glenn Youngkin ha vinto in Virginia, stato tendenzialmente blu, con un profilo che unisce base tradizionale e nuova destra senza incarnare né l’una né l’altra. È fuori carica dal 2026 — libero, disponibile, senza il peso di una piattaforma istituzionale che lo vincoli: il tipo di figura che in un campo aperto può muoversi con più libertà degli altri.

Né Kemp né Youngkin hanno cavalcato il sistema delle clientele trumpiane per interposta persona, non hanno avuto bisogno del patrono per costruirsi. E questo è il loro vantaggio più grande nel momento in cui il patrono non ci sarà più.

La coalizione MAGA non si eredita. Si ricostruisce. E chi la ricostruisce non è detto che sia chi oggi sembra in pole position.

La domanda per il GOP non è chi sarà il prossimo candidato repubblicano, ma se il trumpismo diventerà la nuova forma dell’egemonia americana, o il primo movimento politico statunitense davvero post-imperiale. Da questa risposta dipende non solo il futuro del Partito Repubblicano, ma l’orientamento strategico degli Stati Uniti nei prossimi decenni — e con esso l’intero ordine internazionale.

Il GOP è diventato il teatro della trasformazione dell’America e lo spettacolo è appena cominciato.

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