Trump oltre il MAGA

(Marzia Giglioli)

Dopo la sentenza della Corte Suprema che ha bocciato i dazi di Trump, torna l’incertezza totale. Il presidente americano ha rilanciato dazi al 15% con effetto immediato, mentre si annunciano montagne di ricorsi degli esportatori per i danni subiti. E, in queste ore, aumenta la tensione per un possibile attacco militare degli USA contro l’Iran.

La sentenza della Corte Suprema ha inferto certamente un duro colpo alla politica protezionistica del presidente americano e ora, in attesa di conoscere ciò che Trump dirà nel discorso sull’Unione, i sondaggi ne misurano l’indice di gradimento: per la prima volta, varie fonti convergono sul fatto che il 60% disapprova il suo operato. Il che significa anche che Trump, per la prima volta, scende sotto il 40% di consensi. Ma, secondo ABC-Ipsos, “i democratici hanno fatto pochi progressi nel convincere gli americani di avere idee o politiche migliori da offrire”.

L’elettorato sembra molto deluso dagli effetti economici della politica intrapresa dalla Casa Bianca e il verdetto della Corte Suprema aggiunge un duro colpo. L’ira di Trump si è abbattuta subito sui giudici “traditori”, in particolare sui tre Repubblicani che hanno votato contro di lui. A caldo, il presidente ha applicato un copione usuale, non solo trumpiano, giudicando il verdetto frutto di ” nfluenze esterne” provenienti “da nemici che operano dall’estero” contro l’America. Frasi che abbiamo sentito anche da altri leader battuti sul loro territorio politico.

Ma è chiaro che la divisione in casa repubblicana si fa sempre più evidente, almeno all’interno dell’ establishment e non riguarda solo i dazi. L’Economist scrive che anche il fattore religioso, che riguarda la politica nei confronti di Israele, sta innescando un braccio di ferro “più tossico” dello scontro con i Democratici.

Ma analizzare le divisioni e le convergenze rispetto alle scelte di Trump da parte dei propri elettori è complicato. Di certo c’è che, negli ultimi mesi, si registra – soprattutto da parte del popolo MAGA – una minore sintonia con il presidente rispetto ad un anno fa, al momento della sua elezione. Ma sembra anche che il presidente voglia andare oltre i MAGA, seguendo una rotta molto personale e sapendo che il consenso verso i democratici non cresce in percentuale alla riduzione dei consensi sul suo operato.

Ma tutto sarà più chiaro a fronte dei riscontri del Mid Term.

Intanto, si possono azzardare alcune riflessioni cercando di capire come è composto, o si è scomposto, l’elettorato trumpiano e come si siano modificati alcuni fattori.

Se Trump sfida l’America, o almeno le istituzioni fondamentali, significa che è convinto di poterlo fare, di avere sufficiente appoggio elettorale. Si sbaglierebbe ogni conclusione o analisi se non si esaminasse lo spessore di questo “consenso” anche se i numeri oscillano.

Uno studio aggiornato a poche settimane fa, “Beyond MAGA”, esamina le 4 fasce degli elettori trumpiani ed emergono alcuni dati “verticali”. Quello “generazionale”: i giovani elettori di Trump sono meno vincolati alle norme democratiche, con quasi la metà (48%) disposta a sostenere che il Presidente Trump ignorerebbe la Corte Suprema se ciò contribuisse a promuovere i suoi obiettivi. Il 35% degli elettori più anziani di Trump e a uno su quattro (26%) dei giovani elettori non-Trump la pensa allo stesso modo. Se questa volontà di aggirare i guardrail democratici si consoliderà o diminuirà dipenderà da quello che potremmo chiamare un “Fattore x” che risulta essere la vera sfida da parte dei leader politici e dalle stesse istituzioni, e se offriranno ai giovani, ma anche agli elettori senior,  ragioni convincenti per investire nei processi democratici.

Ad oggi, come si legge nel rapporto redatto da “Beyond Maga”: “Le divergenze interne nelle fila dei repubblicani riguardano quasi tutte le principali questioni che il Paese si trova ad affrontare. Sull’immigrazione, alcuni vogliono deportazioni di massa, mentre altri danno priorità alla sicurezza delle frontiere con percorsi per ottenere uno status legale. Sulle norme democratiche, la destra riluttante insiste sui limiti costituzionali, mentre la maggioranza è pronta a mettere alla prova tali limiti. Sulla fede, alcuni vedono l’America come una nazione fondamentalmente cristiana che necessita della protezione del governo, mentre altri danno priorità alla libertà religiosa e al pluralismo. Eppure, queste divisioni all’interno della coalizione elettorale di Trump coesistono con un sorprendente accordo: l’America è in crisi, l’establishment politico sembra aver fallito e buona parte degli americani lo disprezza. Ma alla fine c’è come un compattamento. “Le differenze e i disaccordi tra gli americani sembrano essere stati finora minimizzati – nota il Rapporto “Beyond Maga” – e le linee di scontro degli ultimi anni raramente ne hanno catturato la complessità all’interno delle coalizioni, né i punti in comune tra di esse”.

Ora la sfida sembra essere quella di fare in modo che queste frustrazioni condivise in entrambi i fronti (democratici e repubblicani ) non spacchino ancora di più l’ America: occorre trovare una nuova sintesi più complessa e stabilire quali confini non oltrepassare.

Intanto Trump gioca sulla roulette delle divisioni, dove la mediazione non sembra la strada percorribile.

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