Trump non rompe il sistema: lo rende solo più esplicito

(Riccardo Piroddi – ripreso da RiccardoPiroddi.it)

Per trent’anni ci sono state raccontate storie rassicuranti: guerre giuste, interventi umanitari, valori universali. Una narrazione, però, smontata pezzo per pezzo per mostrare cosa c’è sotto: potere, interessi, imperi che non hanno mai smesso di comportarsi da imperi. Dall’Iraq all’Ucraina, dalla Primavera araba a Trump, nulla è casuale e nulla è morale. Una lettura scomoda, ma necessaria, per smettere di tifare e (provare a) iniziare a capire.

Proviamo a guardare la questione da una prospettiva più ampia, mettendo da parte slogan, insulti e tifoserie.

Per oltre trent’anni, dalla fine della guerra fredda, gli Stati Uniti e tutte le loro amministrazioni, democratiche e repubblicane, hanno costruito e imposto una narrazione precisa: quella di una potenza globale che interveniva nel mondo non per interesse ma per principio. Ogni operazione militare, ogni destabilizzazione politica, ogni pressione economica veniva infatti giustificata con un lessico nobile e apparentemente inattaccabile. Democrazia, diritti umani, sicurezza internazionale, difesa delle regole comuni. Un linguaggio che ha funzionato a lungo, soprattutto in Europa, dove è stato interiorizzato quasi senza spirito critico.

In realtà, dietro quella narrazione si è sviluppata una forma di imperialismo classico, solo più sofisticato, più presentabile, più digeribile per l’opinione pubblica. Un imperialismo che ha prodotto risultati devastanti. L’Iraq è stato smantellato come Stato, con conseguenze che ancora oggi alimentano instabilità e terrorismo. L’Afghanistan è stato occupato per due decenni per poi essere abbandonato in fretta e furia, lasciando macerie, frustrazione e un ritorno al passato che rende evidente il fallimento dell’intera operazione. La Libia, eliminato Gheddafi, da Paese fragile ma unitario è diventata un mosaico di milizie e interessi stranieri. La Siria è stata trascinata in una guerra interminabile, con milioni di profughi e un equilibrio regionale completamente alterato.

Nel mondo arabo e nordafricano si è giocata una partita ancora più cinica. La Primavera araba nel Nord Africa, iniziata nel 2011, ha suscitato grandi aspettative di democratizzazione e cambiamento politico. Tuttavia, a distanza di anni, quei processi sono in larga parte falliti o si sono trasformati in nuove forme di autoritarismo e instabilità. Le rivolte hanno portato prima al crollo dei regimi e poi a un ritorno del potere militare o a conflitti prolungati.

Nei Balcani si è bombardata Belgrado, creando un precedente pesante in Europa e riscrivendo confini e sovranità con la forza.

Nel frattempo, la NATO si è progressivamente allargata verso est, disattendendo le promesse politiche che avevano accompagnato la fine della guerra fredda e indebolendo, poi, quello spirito di cooperazione che aveva trovato una formalizzazione negli accordi con la Russia, firmati a Pratica di Mare nel 2002, quando si tentò di costruire un partenariato strategico stabile e inclusivo. Questi processi non sono stati né neutri né indolori. Hanno infatti contribuito ad ampliare la frattura con la Russia, aggravata anche dalla scelta di Mosca di aggredire l’Ucraina. Quest’ultima è stata trasformata in una piattaforma di confronto strategico: sono state sostenute rivoluzioni “colorate”, influenzati gli assetti di potere interni e orientato il Paese lungo una traiettoria che non poteva non essere percepita dal Cremlino come una minaccia diretta. Il risultato è una guerra devastante, con costi umani, economici e politici enormi, che avrebbe potuto essere evitata con scelte diverse, più prudenti e meno ideologiche.

A tutto questo va aggiunto un effetto collaterale spesso rimosso dal dibattito pubblico: i flussi migratori. Guerre, Stati falliti e caos regionali hanno spinto milioni di persone verso l’Europa e l’Occidente, generando tensioni sociali, crisi politiche e una polarizzazione che ancora oggi condiziona la vita democratica di molti Paesi.

Con la seconda presidenza Trump, il quadro non cambia nella sostanza, piuttosto muta radicalmente nello stile. Si abbandona il linguaggio moralistico e si torna a un imperialismo esplicito, quasi brutale nella sua chiarezza. Non più missioni per “esportare valori” ma operazioni per difendere interessi concreti. Il rovesciamento di Maduro in Venezuela, le pressioni e le mire dichiarate sulla Groenlandia, le interferenze annunciate o possibili in Colombia e perfino in Messico non sono anomalie, quanto tasselli coerenti di una strategia più ampia.

Trump non è un pazzo né un isolazionista ingenuo, come spesso viene dipinto. Agisce secondo una logica imperiale classica: proteggere il proprio spazio di potere e impedire l’ascesa di un rivale sistemico. Quel rivale ha un nome preciso: Cina. Tutto il resto è funzionale a questo obiettivo. Il petrolio venezuelano non è essenziale per l’autosufficienza energetica americana ma è fondamentale per evitare che diventi una leva stabile nelle mani di Pechino. La Groenlandia non è un capriccio geografico ma un nodo strategico per l’accesso alle terre rare, indispensabili per l’industria tecnologica, militare e digitale, oggi in larga parte sotto controllo cinese.

Siamo, quindi, di fronte a una competizione globale per risorse, rotte, influenza e supremazia tecnologica. Una competizione che non ha nulla di morale e molto di concreto. I valori servono a giustificare, a raccontare, a convincere le opinioni pubbliche. Le decisioni reali, però, si prendono su tutt’altro piano.

Capirlo è fondamentale. Non per assolvere o condannare in modo automatico, quanto per smettere di leggere la politica internazionale come una favola di buoni contro cattivi. È una partita di potere tra grandi attori e chi non ne è consapevole rischia solo di esserne travolto. Essere lucidi, oggi, significa riconoscere che la morale è spesso una decorazione. La sostanza, invece, è un’altra!

 

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