Torino, la violenza, il mondo

(Marco Emanuele) 

La violenza antagonista, ovunque si sviluppi, è da condannare. L’ultimo caso di Torino, oltre all’impatto mediatico, deve farci riflettere sulla natura stessa dell’antagonismo.

In un mondo percorso da una evidente esplosione di rabbia sociale, il male banale è tornato. Colpire le istituzioni e le forze di polizia, al termine di un corteo pacifico (come accaduto a Torino), è sintomo di un problema non più trascurabile e non solo affrontabile in termini securitari. C’è molto di più.

C’è, anzitutto, l’incapacità di adottare il pensiero critico. Ai violenti diciamo che è molto più facile praticare l’antagonismo. I violenti cercano la strada più veloce, rinunciando al pensiero. Se lo Stato deve reagire, e ha la responsabilità di farlo, tutti noi dovremmo interrogarci su chi stiamo diventando.

Se è vero che i violenti ‘praticanti’ sono una minoranza, è altrettanto vero che l’impostazione violenta sembra dominare dai rapporti interpersonali fino alle relazioni internazionali. Molto è giocato sulla contrapposizione, sulla esasperazione dei rispettivi punti di vista, sulla necessità di affermare il proprio particolare come verità assoluta.

La risposta securitaria non basta. Non possiamo continuare a dividere la realtà tra bianco e nero, illludendoci di migliorarla. Bisogna mettere in campo una visione di convivenza che aiuti a mediare le ineliminabili differenze che ci caratterizzano e la radicalizzazione nelle quali porta ad attaccare l’altro ‘a prescindere’.

Un mondo fatto di avversari, se non di nemici, che si combattono, è insostenibile. Mentre condanniamo la violenza, ritroviamoci tutti in dialoghi che, per quanto difficili, sono l’unica strada possibile. Pur se è urgente, non è mai troppo tardi.

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