(Girolamo Boffa)
A Napoli si dice: “Chill è scem, ma nun è pazz”.
Nel caso di Donald Trump, però, la formula va capovolta.
Trump appare spesso come un leader imprevedibile, impulsivo, persino irrazionale. Eppure, osservando con attenzione il suo atteggiamento interventista in scenari come l’Iran o il Venezuela, emerge un quadro diverso: quello di un attore che usa la percezione della follia come strumento di potere.
Trump è “pazzo” nell’atteggiamento, ma tutt’altro che scemo nella sostanza: la sua politica estera non è il frutto del caos, bensì di un interventismo selettivo, transazionale e intimidatorio.
L’errore più comune nell’analisi su Trump è nel confondere l’eccesso comunicativo con l’assenza di strategia; in realtà, il suo approccio rientra in una tradizione ben nota della politica estera americana: la madman theory. Fu Richard Nixon a formularla esplicitamente, sostenendo che apparire irrazionali, pronti a tutto, potesse indurre l’avversario alla prudenza.
Trump aggiorna questa teoria all’era dei social e della politica-spettacolo, trasformando l’imprevedibilità in una leva costante di pressione. Non un incidente, ma una scelta.
Il caso iraniano è emblematico.
La strategia della “massima pressione” non mirava a una guerra convenzionale, bensì a spingere il sistema al limite senza oltrepassarlo: sanzioni soffocanti, atti simbolici ad altissimo impatto e una retorica incendiaria hanno costruito una tensione permanente, utile a tenere Teheran sulla difensiva.
I disordini interni esplosi recentemente si inseriscono in questo quadro.
Chiedersi se vi sia una regia esterna è legittimo quanto dimostrarlo è formalmente complesso, ma sul piano strategico l’ipotesi di un’incoraggiata destabilizzazione indiretta appare più che plausibile.
Per Trump, la pressione interna è un surrogato della guerra: meno costosa, meno rischiosa, politicamente più sostenibile.
Il Venezuela segna, però, un cambio di passo.
Per anni, l’approccio statunitense si era fermato alla coercizione economica e diplomatica; oggi, l’ordine presidenziale per una missione militare finalizzata alla cattura di Nicolás Maduro rappresenta un salto qualitativo. Non una guerra aperta, ma un’azione chirurgica, mirata, ad alto valore simbolico.
Il messaggio è duplice: che nessun regime è intoccabile e che Washington è disposta a usare la forza anche fuori dai binari tradizionali, se il rapporto costi-benefici lo consente.
Questo è il cuore del “modello Trump”: un interventismo transazionale, privo di cornici ideologiche, indifferente alla costruzione di lungo periodo.
Non esportazione della democrazia, non nation-building, ma uso combinato di minaccia, sanzione, colpo esemplare e ritiro tattico.
A differenza di Bush, non combatte per un’idea; a differenza di Obama, non esita per principio. Trump agisce quando intravede un vantaggio immediato e si ferma quando il prezzo sale.
È nella modificazione, in un determinato scenario, dell’equilibrio tra questi due elementi – vantaggio immediato vs. aumento del “costo” – che si trova la spiegazione degli improvvisi cambi di atteggiamento e di azione di Trump.
In questo schema, “fare il pazzo” conviene.
L’imprevedibilità disorienta avversari e alleati, riduce i vincoli diplomatici e rafforza la deterrenza. Sul piano interno, consente di apparire forte senza impantanarsi in conflitti prolungati. È una leadership performativa, in cui la politica estera diventa dimostrazione di forza più che progetto coerente.
Il problema emerge nel medio-lungo periodo.
Questo metodo, infatti, produce instabilità sistemica e, soprattutto, un cattivo esempio: legittima l’uso opportunistico della forza, abbassa la soglia dell’azione militare e incoraggia altri attori a imitare un comportamento aggressivo e imprevedibile. Trump non è scemo, ma un mondo in cui il “fare il pazzo” diventa metodo rischia di essere più instabile, più violento e meno governabile.
Il vero pericolo non è, dunque, quello che Trump fa, ma ciò che il suo stile rende possibile dopo di lui.



