(Marzia Giglioli)
Oggi ‘debutta’, a Washington, il Board of Peace con la sua prima sessione: gli interrogativi si accavallano su cosa tale organismo rappresenti davvero e sul suo concreto agire futuro.
Quando fu presentato da Donald Trump, nel settembre scorso, il Board of Peace era soprattutto una iniziativa per portare la pace a Gaza e per ricostruire la Striscia. Ora sembra connotarsi, affermano molti osservatori, come una sorta di organizzazione alternativa alle Nazioni Unite per pacificare il mondo intero.
Per i critici, il Board of Peace è un ‘club di autocrati’ mentre, in una visione leggermente più sfumata, si tratterebbe di un comitato di affari esclusivo. Del resto, iscriversi al club costa caro: 1 miliardo di dollari ogni tre anni, da devolvere all’organizzazione.
L’Italia, insieme a un gruppo di Paesi europei, ha scelto di farne parte soltanto come ‘osservatore’.
The Global Eye intende approfondire l’evoluzione di tale iniziativa. Essa presenta caratteristiche molto particolari e originali e si inquadra completamente nelle linee di politica estera dell’Amministrazione americana. Certo ogni contributo alla pace è il benvenuto, a cominciare dalla possibilità di determinare tregue temporanee nei teatri di conflitto e di guerra che attraversano il mondo.
Non mancheranno, per parte nostra, riflessioni sulla pace nel tempo che viviamo. Bene preziosissimo, la pace chiede anche una trasformazione nel pensiero e nel linguaggio. La pace è processo complesso e, soprattutto in una fase di profonda trasformazione e di transizione geostrategica, non può essere classificata a mera assenza di guerra.



