(Marco Emanuele)
Raimon Panikkar sosteneva che la parola nasce dal/nel silenzio. Dunque, il silenzio non è assenza di parola, di rumore: silenzio non è quando tutti tacciono. Cosi come dialogo non è quando tutti parlano.
Silenzio è generativo, è nella ri-flessione (flettersi dentro) nel senso comune che Derrick de Kerckhove definisce come archtettura cognitiva collettiva. Per ri-generarci, continuamente e insieme, abbiamo bisogno del silenzio. Invece, nell’assenza del senso comune perché disgregati, ci consoliamo nella legge della giungla, aumentando il rumore per evitare di guardarci dentro e di ritrovarci-in-relazione.
C’è bisogno di silenzio per ri-costruire, dis-inquinando. La parola urlata inquina e separa: è la faccia malata del potere, il nostro lato de-generante che prevale. Ed è tutto molto concreto, con buona pace di chi legge questi pensieri come inutile speculazione.
Mai come oggi vediamo affermarsi una grande questione antropologica: l’uomo, ciascuno di noi, deve accettare la sfida della sua natura quantistica. Siamo planetari per vocazione, portiamo dentro l’unità dei mondi e la stratificazione delle esperienze vissute e da vivere: nell’unico spazio-tempo, il presente è sintesi storica di ciò che siamo stati in ciò che diventiamo.
Il tutto ci parla e noi parliamo con il tutto. Proprio su questo punto abbiamo la responsabilità di vivere il ‘tempo nuovo’, nel silenzio potentissimo della parola. E lo possiamo fare grazie alle tecnologie, quelle che amplificano e accelerano la nostra condizione dentro il senso comune come architettura cognitiva collettiva (planetaria): l’umanità e il pianeta sono una cosa sola, da sempre e nel sempre che progredisce in noi, inseparabili.



