La struttura fragile della libertà

(Girolamo Boffa) 

La libertà non è una conquista stabile, non è una condizione acquisita una volta per tutte, non coincide con un regime politico, con una costituzione, con una dichiarazione di diritti.

La libertà non sta ferma: affiora, disturba, si trasforma.

Disturba il potere, perché apre ciò che il potere tende a chiudere.

Disturba il soggetto, perché lo espone e lo responsabilizza.

Disturba il mondo comune, perché lo rende imprevedibile: la libertà non consolida: destabilizza.

La fragilità della libertà è oggi sotto gli occhi di tutti, ma raramente viene compresa nella sua natura; si tende a pensare che essa sia minacciata solo quando viene repressa apertamente, quando un potere autoritario limita diritti o chiude spazi di dissenso.

Ma le società contemporanee mostrano un fenomeno più complesso: la libertà può essere formalmente garantita e, nello stesso tempo, strutturalmente indebolita.

La libertà può essere repressa, ma può anche essere trasformata in dogma, in diritto puramente formale, in spazio privato da amministrare.

È qui che si rivela la sua struttura fragile: la libertà non è uno stato da possedere, ma un equilibrio instabile tra apertura e neutralizzazione. Ogni volta che si stabilizza troppo, si irrigidisce; ogni volta che viene messa completamente al sicuro, smette di generare mondo.

Che sia negata dall’alto o svuotata dall’interno, ciò che viene meno non è una norma, ma una tensione. La libertà non viene distrutta, viene resa innocua.

Viviamo in un’epoca che celebra la libertà in modo quasi rituale: mai come oggi il lessico dei diritti è diffuso, codificato, protetto. Eppure questa diffusione non coincide con un rafforzamento della libertà come esperienza, al contrario, spesso, coincide con una sua rarefazione: la libertà viene dichiarata, ma non necessariamente praticata; rivendicata, ma non sempre vissuta come esposizione e responsabilità.

Questo scarto tra proclamazione e pratica ne rivela la natura instabile: la libertà non viene meno solo quando qualcuno la proibisce, ma anche quando smette di generare tensione, quando non produce conflitto, quando non crea responsabilità, quando non apre uno spazio condiviso.

È così che resta nel linguaggio senza incidere nella realtà.

Le società contemporanee oscillano così tra due poli apparentemente opposti ma strutturalmente simili: da un lato la tentazione di chiudere la libertà per garantire sicurezza e stabilità; dall’altro la tendenza a ridurla a diritto individuale, sottraendola al rischio della relazione.

In entrambi i casi, ciò che si perde è la dimensione dinamica della libertà: il suo carattere di evento che attraversa e mette in movimento.

Questa instabilità attraversa simultaneamente tre dimensioni e in ciascuna di esse può essere neutralizzata in modo diverso.

Sul piano del potere, la libertà è sempre eccedenza: ogni ordine politico tende alla stabilità, alla prevedibilità, alla continuità; la libertà, invece, introduce l’imprevisto. Non è semplicemente opposizione, ma apertura di possibilità non ancora regolate. Per questo il potere non teme la libertà in quanto valore proclamato, ma in quanto evento che modifica gli equilibri. Quando la libertà viene assorbita nel linguaggio ufficiale, quando diventa formula condivisa e non più gesto rischioso, essa cessa di essere eccedenza e diventa parte dell’ordine che avrebbe dovuto interrogare.

Sul piano del soggetto, la fragilità assume un’altra forma: la libertà non è mai pura disponibilità di opzioni; è esposizione, responsabilità, rischio di errore. In un contesto che premia la sicurezza e la gestione prudente della propria posizione, la libertà può trasformarsi in peso da alleggerire.

Il soggetto, per non essere travolto dall’incertezza che essa comporta, tende a ridurla a spazio controllabile, a perimetro protetto. Così la libertà non viene negata, ma amministrata.

E ciò che viene amministrato non destabilizza più.

Infine, sul piano del mondo comune, la libertà esiste solo se accade tra gli uomini: è parola che incontra risposta, azione che si espone allo sguardo altrui, inizio che non può essere garantito in anticipo. Quando questo spazio si restringe — per paura, per frammentazione, per delega — la libertà non trova più il luogo in cui manifestarsi.

I diritti possono restare intatti, le istituzioni funzionare regolarmente, ma l’esperienza della libertà si assottiglia fino a diventare impercettibile.

La fragilità della libertà non è un difetto da correggere, ma la sua stessa condizione; se fosse stabile, garantita, definitivamente assicurata, non sarebbe più libertà, ma assetto. La libertà vive solo finché resta esposta.

È questa esposizione che la rende viva.

Ed esiste solo finché attraversa il potere senza coincidere con esso, finché pesa sul soggetto senza essere scaricata, finché accade nel mondo comune senza essere addomesticata.

Quando uno di questi livelli si irrigidisce, la libertà non sparisce; si rende innocua.

E pensata in questo modo, la sua fragilità non è il segno della sua debolezza, ma della sua natura.

Per questo la libertà non può essere pensata come patrimonio acquisito.

È sempre una pratica esposta, una tensione che deve essere sopportata; non è ciò che abbiamo, ma ciò che accade quando accettiamo di non stabilizzarla definitivamente.

La libertà non è uno stato, ma un rischio.

Latest articles

Related articles