La libertà come peso: sulla fuga dalla responsabilità

(Girolamo Boffa)

Nei regimi autoritari la libertà viene tolta dall’alto mentre nelle società liberali avanzate viene abbandonata dal basso; in entrambi i casi, ciò che si perde è la responsabilità.

Nei primi, il potere agisce attraverso la repressione, ma anche mediante la deresponsabilizzazione, l’infantilizzazione del cittadino, la delega totale.

Nelle seconde, la libertà non è formalmente negata: è progressivamente svuotata dall’interno.

La fuga non è imposta, è volontaria.

Nel linguaggio pubblico contemporaneo la libertà è celebrata come un bene indiscutibile, un diritto acquisito, una condizione naturale dell’individuo moderno; eppure, mai come oggi, essa appare fragile, ridotta, difensiva.

E questo non perché venga sistematicamente repressa dall’esterno, ma perché viene, sempre più spesso, evitata dall’interno.

La libertà autentica non rassicura: espone. Costringe a scegliere, a rispondere, a portare conseguenze che non possono essere neutralizzate né delegate: è per questo che tende a essere alleggerita, frammentata, amministrata. Più che un orizzonte, diventa un peso da contenere.

La paura della libertà non nasce soltanto dal rischio individuale della scelta, ma dalla sua inevitabile dimensione pubblica: essere liberi significa apparire nello spazio comune, confrontarsi con altri, accettare il conflitto come parte costitutiva del vivere insieme.

La libertà non è mai stata un’esperienza solitaria: accade sempre tra gli uomini, nel momento in cui parole e azioni entrano in relazione.

È proprio questa esposizione all’altro — imprevedibile, non controllabile, non riducibile a sfera privata — a renderla inquietante.

Confrontarsi significa poter essere contraddetti, perdere consenso, rivedere le proprie certezze; prendere parola significa assumersi la responsabilità delle conseguenze.

In una società che ha elevato la sicurezza a valore primario, tutto ciò appare sempre più come un rischio inutile.

Da qui prende forma una trasformazione silenziosa ma decisiva: la libertà non viene negata, viene riformulata, smette di essere pensata come apertura al mondo, diventa spazio da difendere; il rischio, elemento originario della libertà, viene reinterpretato come minaccia; l’esposizione come imprudenza.

Nasce così una libertà difensiva, che non mira più a generare legami, ma a limitarli; che non cerca il confronto, ma la protezione: il soggetto libero non è più colui che agisce nel mondo, ma colui che amministra con cautela il proprio perimetro.

Il recinto non è imposto dall’esterno: viene interiorizzato come soluzione razionale. Delimitare la propria libertà appare una scelta responsabile, talvolta persino virtuosa. Ritirarsi dallo spazio comune non viene vissuto come una rinuncia, ma come una forma di prudenza.

In realtà, ciò che si perde non è marginale; la libertà, privata della sua dimensione conflittuale e condivisa, conserva il suo linguaggio ma ne inverte la direzione: non apre, ma chiude; non espone, ma isola. Diventa compatibile con l’ordine contemporaneo proprio perché chiede sempre meno, e proprio per questo prepara il terreno a forme di soggettività sempre più gestibili.

La trasformazione della libertà in recinto produce una figura antropologica precisa: il soggetto amministrabile.

Non più cittadino, né attore politico, ma individuo che gestisce sé stesso come un insieme di rischi da minimizzare. La libertà, ridotta a perimetro privato, non chiede più di agire nel mondo, ma di governare il proprio comportamento.

Il soggetto libero diventa colui che si autolimita, si autoregola, si controlla; in questa forma, la responsabilità smette di essere assunzione di conseguenze condivise e si trasforma in conformità: essere responsabili non significa più rispondere del mondo, ma rispettare procedure, evitare attriti, non eccedere.

La libertà difensiva trova qui la sua piena realizzazione: non come emancipazione, ma come capacità di adattamento.

Il soggetto non viene costretto; viene reso prevedibile.

È proprio questa prevedibilità a renderlo amministrabile: un individuo che non cerca il confronto, che teme il conflitto, che riduce la parola a espressione privata, diventa facilmente governabile. Non perché sia privo di diritti, ma perché ha rinunciato a esercitare la libertà nella sua dimensione pubblica.

Il potere non ha bisogno di reprimerlo: gli basta organizzare lo spazio in cui egli si muove.

La libertà, così interiorizzata, non oppone resistenza, al contrario, collabora.

L’autogoverno del soggetto coincide con il buon funzionamento dell’ordine: ciò che appare come conquista individuale si rivela, sul piano politico, come una forma efficace di controllo, non imposto, ma accettato; non visibile, ma stabile.

Quando i recinti diventano la forma ordinaria della libertà e i soggetti si abituano ad amministrarsi, ciò che si svuota progressivamente non è solo la dimensione politica, ma il mondo comune stesso. Il mondo, inteso come spazio condiviso di parola, azione e conflitto, non scompare per imposizione autoritaria: si dissolve per disuso. Non viene negato, ma evitato.

La libertà, ritirata nello spazio privato, perde la capacità di incidere sul reale e si riduce a esercizio individuale senza conseguenze collettive.

In assenza di un mondo comune, la libertà non è più un’esperienza che lega, ma una facoltà che isola: ogni soggetto resta formalmente libero, ma questa libertà non genera più inizi, non apre possibilità condivise, non costruisce orizzonti. È una libertà che non chiede di partecipare, ma solo di essere riconosciuta; non di agire, ma di essere tutelata.

Così, ciò che viene meno non è la libertà in quanto tale, ma la sua dimensione politica ed etica.

È in questo passaggio che la libertà si trasforma definitivamente in permesso. Non perché venga concessa dall’alto, ma perché viene esercitata entro confini sempre più ristretti e garantiti.

Il permesso non obbliga, non espone, non coinvolge: autorizza; dove la libertà pesava perché chiamava alla responsabilità, il permesso alleggerisce perché non chiede nulla.

Una libertà che non pesa più non libera.

Funziona.

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