(Girolamo Boffa)
Trump non sta combattendo la Russia sul piano militare, ma su quello reputazionale.
Il bersaglio non è Mosca in quanto tale, né l’apparato militare russo.
È qualcosa di più fragile e insieme più decisivo: l’idea che la Russia sia un garante affidabile; in geopolitica, la forza conta finché è creduta, quando la credibilità si incrina, anche la potenza più armata diventa improvvisamente vulnerabile.
Lo scontro diretto tra Stati Uniti e Russia sarebbe troppo costoso, troppo rischioso, potenzialmente incontrollabile. Non solo per l’equilibrio nucleare, ma perché uno scontro frontale tra grandi potenze non produce vincitori chiari, ma solo instabilità sistemica.
È per questo che il confronto si sposta.
Esiste un’altra via, meno appariscente e più efficace: spostare il campo di battaglia.
Non affrontare la potenza, ma mettere alla prova, crisi dopo crisi, la sua capacità di proteggere chi ad essa si affida.
È qui che la politica estera di Trump mostra un tratto molto poco sottolineato, ma centrale: non una sfida frontale a Putin, ma un attacco all’architettura della sua influenza, non distruggere la Russia, ma rendere inaffidabile la sua protezione.
In un sistema internazionale fondato su alleanze, deterrenza e fiducia, la forza di una potenza non risiede solo nei suoi arsenali, ma nella credibilità della protezione che è in grado di offrire: una forma di guerra che non ha bisogno di dichiarazioni formali né di carri armati al confine.
Essere una potenza protettrice significa offrire un ombrello credibile, far sapere che in caso di crisi qualcuno interverrà davvero. Quando questa credibilità vacilla, l’intero edificio dell’influenza comincia a incrinarsi.
Trump sembra muoversi esattamente su questo terreno: non sfida la Russia sul piano militare, ma ne mette alla prova la funzione strategica più delicata: la capacità — e la volontà — di proteggere i propri alleati quando il costo sale.
Colpire la credibilità è più efficace che colpire la forza, perché agisce a catena. Un alleato che dubita è un alleato che ricalcola, che prende tempo, che cerca alternative. La potenza protettrice, a sua volta, è costretta a scegliere dove intervenire e dove no, rendendo visibili i propri limiti. È in questo spazio, tra promessa e realtà, che si gioca una guerra di logoramento silenziosa, reputazionale prima ancora che militare.
È qui che molte delle mosse americane acquistano coerenza. Non come tentativi di distruggere un avversario, ma come pressioni mirate sui nodi del suo sistema di alleanze. La posta in gioco non è il controllo immediato di un territorio, ma la fiducia di chi vi si affida.
La Siria, ad esempio, è diventata un teatro decisivo per la politica estera di Trump perché lì si misurano due cose: l’effettiva capacità di garantire protezione e la percezione internazionale di quella capacità. Negli ultimi anni, e in particolare dopo il cambio di regime che ha deposto Assad, Washington ha progressivamente riaperto canali di dialogo con Damasco e con il suo nuovo leader, Ahmed al-Sharaa, che ha visitato la Casa Bianca e ottenuto segnali di apertura da Trump. Questo non significa un ritorno allo status quo ante, ma un’esibizione pubblica della possibilità che, sotto la guida di Trump, la Siria possa diventare un partner condizionato a una diversa architettura di influenza.
Il punto non è la pace in senso morale, ma la dimostrazione concreta che la protezione russa non è irrinunciabile. Mosca continua a mantenere basi e legami nel paese, ma l’iniziativa politica si è spostata altrove, e la visita a Washington è un simbolo di questo spostamento di equilibri.
Se la Siria è il “laboratorio”, il Venezuela è la sua applicazione più eclatante e spettacolare.
La cattura di Nicolás Maduro in un’operazione delle forze statunitensi, annunciata da Trump come una vittoria strategica, ha rimosso dalla scena politica un leader che era da anni simbolo dell’asse anti-occidentale e cliente politico di Mosca e dei suoi alleati. Il blitz — che ha sorpreso anche Pechino e Mosca — è stato usato dalla Casa Bianca per mostrare che l’alleato russo non è in grado di proteggere i suoi protetti sul terreno quando viene messo alla prova. La successiva apertura di canali diplomatici con il nuovo governo provvisorio, e le discussioni sulla riapertura dell’ambasciata americana a Caracas, non sono solo gesti formali: sono la tessitura di una nuova rete di influenze in un’area che finora Mosca e i suoi partner consideravano sotto la loro orbita di influenza.
Infine, l’Iran è l’arena in cui questa strategia si confronta con un limite e un’opportunità allo stesso tempo. Negli ultimi giorni Trump ha alternato segnali di apertura negoziale — affermando che il tempo per un accordo sta scadendo ma che un’intesa è possibile — con un massiccio dispiegamento militare nella regione e minacce di azione più forte qualora un accordo non si concretizzi. In questo caso, la posta in gioco non è solo la credibilità russa nei confronti di Teheran, ma la capacità di Washington di dettare i termini del negoziato e di spingere gli alleati di Mosca a fare i conti con costi e benefici reali di una protezione troppo costosa.
In tutti e tre i casi, Trump non prende di mira direttamente l’esercito russo o il suo apparato militare, ma mette alla prova la sua funzione di garante. La Siria segnala che le protezioni esterne possono essere rinegoziate; il Venezuela mostra che un alleato tradizionale può essere rimosso e rimpiazzato; l’Iran enfatizza che le scelte strategiche di Mosca contano solo nella misura in cui si traducono in impegni credibili. Così la “guerra” di Trump non è frontale, ma di reputazione: non si battono gli uomini, si ergono dubbi sulla capacità di difenderli.
Siria, Iran, Venezuela — e altri teatri meno evidenti — non sono episodi scollegati, ma snodi di una stessa strategia di logoramento: intervenire nei Paesi che più dipendono dal legame con Vladimir Putin per insinuare un dubbio sistemico, mostrando che l’ombrello russo può aprirsi, ma non sempre regge quando il prezzo della protezione sale.
In questo senso, la strategia di Trump non si misura in territori conquistati o in vittorie militari immediate, ma nel dubbio che lascia dietro di sé. Quando un alleato inizia a chiedersi se la protezione promessa arriverà davvero nel momento decisivo, l’equilibrio è già cambiato.
La forza può restare intatta, ma l’influenza comincia a consumarsi.
È questa la natura del conflitto che emerge oggi: una guerra che non ha bisogno di essere dichiarata, che non passa necessariamente per lo scontro armato, ma che lavora sul tempo, sull’incertezza e sulla reputazione. E proprio perché non distrugge, ma logora, è una delle forme di competizione strategica più difficili da contrastare.



