(Marzia Giglioli)
C’era un mondo prima e c’è un mondo dopo: il confine lo hanno tracciato l’intelligenza artificiale e le tecnologie della nuova ondata che hanno già creato un tempo nuovo. La trasformazione è in atto in una ‘rivoluzione’ globale che porta ben poche certezze e che pone al centro un grande interrogativo: se sia possibile un governo dei processi storici che incarni principi etici: per la prima volta nella storia, non solo l’uomo può decidere il nostro destino.
Di tempo nuovo si è parlato, partendo dal titolo del libro scritto da Diego Brasioli e Marco Emanuele (Il tempo nuovo, Mursia, 2025), alla SIOI l’11 febbraio scorso in un interessante dibattito che ha affrontato il tema dell’intelligenza artificiale da diversi punti di vista, ormai inestricabilmente interrelati. Con il Presidente della SIOI Amb. Riccardo Sessa, e con gli autori. sono intervenuti il Cardinale Matteo Zuppi (Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI) e Francesca Viviani di Gartner.
A moderare il dibattito l’Amb. Sessa che ha tenuto i fili tra i vari temi e ha posto l’accento sul ruolo essenziale della diplomazia, perché il destino della pace si lega inesorabilmente all’intelligenza artificiale. Secondo Sessa, l’attuale modello di governance globale incontra molte difficoltà nel gestire questo passaggio così delicato della storia.
Intanto tutto si lega e si collega e la ricerca deve calarsi nelle interrelazioni. Di connessioni ha parlato il Cardinale Zuppi che ha posto l’accento sulla centralità dell’uomo in questo processo di trasformazione e sulla necessità di un umanesimo pragmatico. Di fronte a ciò che sta trasformando la storia è l’uomo a doversi interrogare ponendosi le giuste domande. Zuppi ha sottolineato che bisogna saper guardare all’oltre perché il confine tra il mezzo e il fine è molto labile: rischiamo di cadere nel paradosso del ‘digito ergo sum’. E il rischio è gia’ vicinissimo: basti pensare a come si può intendere oggi la guerra o la pace. Per questo occorre perseguire una intelligenza spirituale.
Di necessità dell’etica ne parlano anche i detentori dell’IA, che ne conoscono i rischi e ne devono condividere le responsabilità. Del resto Putin ha affermato che chi ha il controllo dell”IA vincerà nel grande risiko globale. L’umanesimo va rafforzato perchè i detentori dell’IA sono pochi e potrebbero decidere di darsi un’etica personale.
Il problema è il rapporto tra gli algoritmi e l’etica, fin dalla fase di progettazione. Per questo è urgente un’alleanza tra chi crede che vada salvaguardata la dignità umana, come ha ricordato di recente Papa Leone XIV. In tutto questo definirsi di futuri possibili purtroppo l’Europa sembra tagliata fuori: Zuppi ha ribadito l’importanza del multilateralismo, pur se da riformare, e di puntare a un ruolo più attivo dell’Europa nel campo della ricerca.
Di sicurezza ha parlato l’Amb. Brasioli, co-autore del libro e impegnato sulle questioni di cybersecurity al ministero degli Esteri. Il mondo ora è molto più pericoloso ma viviamo anche un momento straordinario. La tecnologia, che oggi spaventa, va inquadrata in un cammino parallelo perché le relazioni internazionali sono state sempre legate alla tecnologia.
La differenza è che, mentre prima tutto era umano, oggi è digitale. Il vero interrogativo da porsi nel tempo nuovo riguarda la sovranità. È in questi termini che dobbiamo trovare le risposte che riguardano il destino del mondo, i conflitti, gli equilibri. Tutto è cambiato anche se apparentemente replichiamo realtà già viste.
Le guerre sono di tipo novecentesco, ha spiegato Brasioli, ma la realtà bellica è già diversa: abbiamo i droni, abbiamo le tecnologie sofisticate legate all’AI. Gli scenari sono complessi e sorattutto nuovi, tutti da decifrare: se dobbiamo intervenire non possiamo non partire dall’etica ed è su questo terreno che si deve costruire. L’etica deve essere al centro di tutto.
Ma occorre anche cambiare prospettive e intendere la diplomazia in modo diverso. Serve una diplomazia quantistica perché la risposta sia adeguata a quanto succede e serve costruire una collaborazione tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale. Siamo di fronte ad un uomo post-vitruviano” e l’uomo non è più il centro di tutto.
Per afffrontare il nostro nuovo destino, che ormai cammina accanto all’IA, non dobbiamo cadere nell’equivoco di pensare che il problema sia di adattarsi ad un nuovo linguaggio: bisogna agire in modo da cambiare noi stessi e modificare le nostre prospettive. In sintesi, bisognerà essere capaci di creare una ‘co-intelligenza’.
Dentro la trasformazione in atto, l’intelligenza artificiale e davvero pronta e ‘matura’ e, soprattutto, quanto sono pronte le persone e le generazioni che vivono questa fase storica?
Francesca Viviani di Gartner ha tracciato una pagella dell’intelligenza artificiale affermando, come premessa, che – attualmente – nel panorama generale solo il 3% viene usato nelle applicazioni. A questa realtà si può anche assegnare una votazione. Nelle applicazioni, l’IA segna un 25% di errori ed è un valore troppo alto (in negativo). Siamo quindi ancora lontani dal poter considerare affidabile una sovranità dell’IA, con tutti i rischi che tale sovranità comporterebbe.
A fronte del processo c’è una innegabile impreparazione e scarsità di competenze che richiede una metamorfosi di adattamento e di gestione che implica competenze adeguate per governare il processo. L’azione va quindi rivolta ad una nuova consapevolezza rispetto all’IA, per saperla gestire e per poter interagire.
Bisogna soprattutto eliminare il rischio di un’atrofia mentale perché il patrimonio mentale umano è insostituibile. Bisogna invece puntare a una leadership digitale, ma in termini evolutivi, che sappia interagire con l’ambiente e le persone: di conseguenza, il fattore culturale ed educativo assume la massima importanza.
Oggi si è ancora lontani dalla conoscenza totale e l”81% di persone non usa l’IA, anche se le previsioni indicano che nel 2030 tutti la useranno. Nel frattempo, bisognerà pensare in modo diverso: non dobbiamo limitarci ad adattare ciò che c’è perché la realtà futura è già altro. Bisognerà affinare i linguaggi, perché più saranno specifici e corretti più sarà corretta la risposta dell’IA. E qui entra in campo, ad esempio, la robotica evoluta che dovrà tener conto, oltre all’efficienza, anche di un codice etico.
Dovremo anche conservare la memoria del passato, certificare gli atti originari, come elemento essenziale di verità. Altrimenti una realtà inventata sarebbe uno dei rischi maggiori.
Davanti a noi ci sono molti scenari possibili: uno di quelli che più preoccupa è la ‘super intelligenza’ che richiama scenari apocalittici: auspicabile è la collaborazione equilibrata uomo-macchina che potrà garantire una reale sostenibilità.
Cosa può davvero farci sperare nella supremazia dell’uomo? Il fatto che l’intelligenza artificiale non ha pensiero sul futuro e questa è solo una facoltà umana. Probabilmente, per guardare al tempo nuovo, non serve il raffronto con il passato ma occorre concentrarsi su ciò che servirà dopo. Possiamo essere tranquilli sul fatto che il pensiero umano e spirituale comunque prevarrà.
Nell’analisi sull’ntelligenza artificiale non poteva mancare una riflessione filosofica, e il binomio tra i due autori del libro, un diplomatico e uno studioso della complessità, non è casuale.
Marco Emanuele ha introdotto una domanda che sposta un pò i termini di analisi:
siamo in pieno cambiamento o in una profonda trasformazione?. Se si tratta di trasformazione, si è di fronte ad un processo più radicale che richiede risposte in termini di difesa della dignita umana: altrimenti, il rischio è altissimo.
Siamo passando dal capitalismo manifatturiero, a quello finanziario e ora a quello digitale che alcuni autori hanno definito della sorveglianza. In questa condizione, ci dobbiamo chiedere come si potranno costruire la pace, lo sviluppo e la sostenibilità.
La rivoluzione tecnologica ci porta a ragionare sulla trasformazione della natura del potere e, di conseguenza, su chi siano oggi i nuovi decisori. La vera espressione del potere oggi sono le Big Tech e in gioco c’è il futuro stesso dell’uomo e della sua identità (come ha anche sottolineato Henry Kissinger in una delle sue ultimo opere).
Di fatto, tra noi e la nuova realtà c’è il medium costituito dalla rivoluzione tecnologica. Ormai non viviamo più solo online o offline ma, riprendendo il filosofo Luciano Floridi, in una condizione ‘onlife’.
Se già viviamo la nostra trasformazione, non si può continuare ad affrontarla con un pensiero lineare: c’è bisogno di nuove classi dirigenti che cogliere le opportunità tecnologiche e i rischi (dagli attacchi informatici, alla disinformazione, fino alle nuove frontiere del terrorismo. Soprattutto serve una governance che sappia interpretare le connessioni complesse e che proponga davvero un’etica pragmatica.



