(Marzia Giglioli)
Il presidente Trump ha tenuto un discorso lunghissimo sullo stato dell’Unione, il più lungo della storia tra quelli pronunciati al Congresso dai suoi predecessori. Ha esaltato America First e i risultati della sua amministrazione, attaccando fortemente i Democratici. Buona parte del suo discorso e stato a ‘uso interno’, affermando che i prezzi sono scesi, i criminali vengono deportati e l’economia è in crescita.
Per la prima ora il suo è stato un messaggio positivo, ‘l’America sta vincendo e vincerà’, un discorso improntato sul successo economico che sembrava rivolto soprattutto a quella parte di America più scettica. Un discorso che cade in un momento difficile dopo la stroncatura sui dazi da parte della Corte Suprema e i sondaggi che dimostrano un calo di popolarità.
Trump ha preferito puntare tutto sui ‘successi’ per rassicurare l’opinione pubblica e quella parte di elettori che esprime preoccupazione per gli alti costi degli alloggi, dei generi alimentari e dell’assistenza sanitaria.
Poi è subentrato un altro tono ed è diventato un discorso divisivo, un ring tra Repubblicani e Democratici con momenti crudi che hanno visto anche l’allontanamento dall’aula del democratico ex giudice di pace Al.Green per un cartello contro Trump.
Anche diversi democratici presenti in aula hanno reagito con forza quando Trump ha cercato di far apparire i Democratici più preoccupati per gli immigrati clandestini che per i cittadini.
‘Se siete d’accordo con questa affermazione, allora alzatevi in piedi e mostrate il vostro ‘sostegno’, ha detto aggiungendo che ‘il primo dovere del governo americano è proteggere i cittadini americani, non gli immigrati clandestini’.
E ancora: ‘Nessun migrante illegale è entrato negli Stati Uniti nell’ultimo anno’, ha notato fra gli applausi dei Repubblicani e qualche urlo di rabbia dei Democratici. Il presidente ha replicato, dicendo loro che ‘avrebbero dovuto vergognarsi’.
La seconda parte del suo intervento è stata riservata alla politica estera, una parte ‘quasi abbreviata’ sapendo che molto del suo elettorato contesta che l’impegno sul fronte internazionale assorba troppo il presidente.
Sull’ Ucraina ha affermato che la sua amministrazione è al lavoro per risolvere la guerra fra Mosca e Kiev, senza aporofondire di più, mentre si è più soffermato sull’Iran: ‘preferisco risolvere la questione con la diplomazia, ma una cosa è certa: non permetterò mai all’Iran di avere l’arma nucleare sviluppando missili in grado di colpire l’Europa e gli Stati Uniti’.
Ha poi affrontato brevemente il tema del rafforzamento militare in Medio Oriente nel contesto dei negoziati con l’Iran, ma non ha fornito spiegazioni dettagliate su quella che potrebbe trasformarsi in una guerra.
Sul capitolo Iran c’è forse da leggere che al momento sembra esistere ‘una pausa’, un vedere all’orizzonte un ritorno alla diplomazia. E non a caso anche sul fronte iraniano l’agenzia Irna scrive che ‘concentrarsi sulla diplomazia è vantaggioso per tutti’, riportando le dichiarazioni di ieri del viceministro iraniano degli esteri Takht Ravanchi che avvertiva: ‘qualsiasi guerra contro l’Iran sarebbe incontrollabile e rappresenterebbe una vera scommessa’.
Sembra che ci siano due voci in questo momento: quella da audience con Trump che accusa Teheran di essere un rischio nucleare e l’Iran che replica ‘tutte bugie’, come scrive il portavoce iraniano del Ministero Esmaeil Baqaei su X. E poi ci sono le voci più sommesse che si sentono in sottofondo. Intanto, la Pravda scrive: ‘L’ Iran non è il Venezuela’.



