(Marco Emanuele)
Anche Mario Draghi si pone sul piano dell’Europa possibile. Non c’è altra strada.
L’Europa possibile non può nascere dalle attuali classi dirigenti. E’ l’idea stessa di Europa, in un mondo in trasformazione, che va re-istituita: sul funzionamento del Vecchio Continente, nella situazione data, le classi dirigenti hanno la responsabilità di operare mediazioni. Per la visione serve altro.
Il processo di re-istituzione, non vi è dubbio, deve passare dall’idea di integrazione (federazione) ma, prima di tutto, dal ruolo geostrategico dell’Europa nel tempo che viviamo. Serve un lavoro profondo che vada oltre il livello del funzionamento istituzionale. La dominante legge della giungla, con antagonismi che si confrontano competitivamente (e ferocemente), nulla ha a che fare con la migliore storia europea recente. Negli ultimi decenni, l’Europa ha burocratizzato il sogno di sé post-totalitarismi: dunque, urge re-istituzione.
Dirsi europeisti, senza accogliere l’urgenza della re-istituzione, significa restare in un quadro di riferimento geostrategico pre-terzo millennio. Mentre la vecchia alleanza transatlantica è un ricordo romantico, e si aprono nuovi mercati (si veda, tra gli altri, il recentissimo accordo tra UE e India), la sfida vera è sulla governance tecnologica. Altresì, l’Europa deve fare i conti di medio-lungo termine con i fronti che la riguardano direttamente a est e a sud, mai dimenticando la guerra mondiale ‘a pezzi’ che attraversa il mondo. E poi c’è il tema degli estremismi politici e di società sempre più stanche di un continente troppo burocratico rispetto alla dinamicità delle trasformazioni in atto. L’immigrazione è campo di battaglia crescente, in Europa e ovunque, ma occorre guardare ai dati demografici per immaginare politiche adeguate e non solo securitarie.
L’Europa ha moltissimo da dire ma dipende da noi re-istituirla. Aspettare, lasciandosi portare da rapporti di forza sempre più imprevedibili, è un pò morire.



