Dietro la cattura di Maduro c’è anche la difesa del dollaro

(Maria Eva Pedrerol)

Nel braccio di ferro tra Usa e Venezuela c’è anche la difesa del dollaro, una guerra monetaria che da tempo faceva crescere i timori e la rabbia di Washington. Da più di un anno la Cina stava comprando petrolio venezuelano senza usare il dollaro come moneta di pagamento. E’ un aspetto tecnico e meno ‘popolare’ ma che ha un peso notevole, come scrivono in questi giorni diversi analisti sulla stampa spagnola. Non ci sono solo le riserve di greggio o la lotta ai narcotrafficanti dietro la cattura di Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores ma la necessità per gli Stati Uniti di Donald Trump di mantenere il monopolio del petroldollaro.

Maduro, pressato dall’embargo e stretto dal gran bisogno di finanziamenti, già nel 2017 annunciava che il suo governo avrebbe venduto petrolio con divise diverse dal dollaro, seguendo una strategia di ‘dedolarizzazione’. Oltre all’euro e al rublo, c’è anche la divisa cinese. Alla fame di soldi del Venezuela, si è unita la fame di materie prime da parte della Cina e, in particolare, di petrolio. Per le transazioni, Pechino è sempre più ricorsa allo yuan o alle criptovalute e, per eludere i controlli occidentali, i pagamenti sono stati depositati in conti aperti in Cina. Inoltre, come scrivono i media spagnoli, si è proceduto a cambiare il marchio del crudo venezuelano con un marchio malese. Cosi, a un certo punto, le importazioni ufficiali da parte dei cinesi di crudo venezuelano sono crollate, mentre salivano alle stelle quelle del petrolio malese.

Secondo le ricostruzioni di esperti del settore, nel 2025 Pechino ha comprato l’84 % del petrolio venezuelano per l’esportazione, superando gli USA e diventando cosi il primo acquirente al mondo. Il Venezuela, uno dei Paesi fondatori dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio, possiede circa il 17 % delle riserve mondiali di crudo, circa 303 miliardi di barili, secondo l’Istituto di Energia con sede a Londra. Di fatto, con questo patrimonio petrolifero, Caracas supera la stessa Arabia saudita.

La situazione, vista da Washington, stava diventando insostenibile per i propri interessi economici e finanziari. Il Venezuela, inoltre, stava duventando ‘un pessimo esempio’ che poteva essere seguito da altri Paesi e minacciava di debilitare il circuito internazionale dei petrodollari. Ricordiamo che la nascita del petrodollaro risale agli anni settanta del secolo scorso. Nel 1973 scoppia la crisi del petrolio a causa della guerra dello Yom Kippur tra Israele e diversi stati arabi. Questi dichiararono l’embargo del crudo per l’appoggio dato da Washington ad Israele. L’accordo fra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita pose fine alla crisi. I primi garantivano sicurezza militare e cooperazione strategica. In cambio, i sauditi e i suoi alleati avrebbero fatturato le loro esportazioni di petrolio principalmente in dollari USA. I paesi importatori di crudo avrebbero dovuto fare incetta di dollari facendo in modo che la richiesta di divisa statunitense si mantenesse costante in tutto il mondo.

La Cina, che fa parte dei BRICS+, da tempo, com’è noto, cerca di opporsi a questo monopolio. Dopo decenni, l’uso dei petroldollari comincia a dare segni di debolezza e, per il futuro, si preannuncia l’inizio del dominio di materie più tangibili come l’oro (il cui prezzo non fa che aumentare), l’argento, le terre rare o il petrolio stesso. La guerra ibrida si combatte anche sulle valute: è più invisibile, ma può decidere i destini e fare molto male.

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