Del realismo progettuale (Marco Emanuele)

Quando le barbarie sparse cominciano a convergere, il pericolo cresce. È contro questo spettro che dobbiamo combattere, e la sfida è immensa (Edgar Morin) (1)

(…) la conoscenza è necessaria, e poi deve essere interpretata, non rinchiusa nella comodità di una visione unilaterale e binaria (Edgar Morin) (2)

Per aver “dimenticato” di essere un semplice elemento della vita, l’uomo sta distruggendo la vita (Pierre Rabhi) (3)

Lavorare verso un nucleo collettivo di valori deve essere una priorità collettiva (Pierre Rabhi) (4)

Ho avuto piacere che alcuni amici abbiano trovato in questa riflessione sul progetto di civiltà (o politica o laboratorio o cammino di civiltà) la possibilità di un “baricentro progettuale”, di un luogo nel quale non solo affrontare i problemi per quelli che sono e le possibili mediazioni dei rapporti di forza ma nel quale immaginare altre vie di con-vivenza. Il problema, infatti, è duplice: nel tempo della grande metamorfosi, particolarmente indotta dalla non neutra “rivoluzione” tecnologica e dalla necessità di una “conversione” ecologica, non possiamo limitarci a migliorare la qualità della governance (dal globale in ogni territorio e da ogni territorio al globale) ma occorre ri-pensare, anzitutto teoreticamente, la politica.

Se consideriamo i punti di riferimento del mondo che ci siamo lasciato alle spalle, molte narrazioni sono ormai del tutto anti-storiche. Pace, guerra, rischio, sviluppo, cooperazione, diplomazia, sicurezza, e così via, sono parole che vanno ri-declinate alla luce del mondo-che-è. Dobbiamo diventare, in sostanza, realisticamente progettuali e possiamo farlo attraverso il punto di vista della complessità e della semplicità, non della semplificazione.

Se nessun tema è separato dal resto, altrettanto nessun tema può essere analizzato e studiato con l’occhio disciplinare, come se nella realtà esistessero problemi solo politici, solo economici, solo giuridici … Ben sappiamo che non è così: il lavoro, lungo e faticoso, è quello di impostare un’architettura di pensiero aperta e complessa (5) che consideri contemporaneamente la complessità in ogni tema e la complessità della interrelazione di ogni tema nel Tutto e del Tutto in ogni tema (la realtà come un mosaico).

Qualcuno potrà obiettare che molti analisti già cercano di inquadrare i temi considerando diversi aspetti, ed è vero; come è vero che molte università, da tempo, hanno scelto l’interdisciplinarità nei programmi di studio. Eppure, pur se con grande rispetto, questo non è sufficiente. La realtà ci mette di fronte al bisogno di transdisciplinarità dove ogni disciplina diventa davvero se stessa (senza mai diventare compiuta) nella frontiera con ogni altra (contaminandosi per fecondarsi). Questo è necessario se vogliamo che i nostri giovani, in un mondo sempre più complesso (incerto, imprevedibile), possano progressivamente diventare cittadini e professionisti in grado di maturare “giudizio storico”. Tale giudizio, seguendo Morin, non può che essere una critica continua della modernità (6) per ri-generarla (darle generatività attraverso ciascuno di noi). Ai giovani dobbiamo anche dire che la regressione che stiamo vivendo non è la prima e non sarà l’ultima: la storia va conosciuta … (7).

Concludo “illuminando” brevemente tre dinamiche di ciò che ho chiamato realismo progettuale e che mi vengono dalla lettura e dalla riflessione nel pensiero di Edgar Morin e Raimon Panikkar:

  • destino planetario
  • glocalità
  • inter-in-dipendenza

Le svilupperò a partire dal prossimo contributo.

Continua il cammino nell’oltre che già ci percorre.

NOTE

  1. Edgar Morin in Edgar Morin, Pierre Rabhi, Fratellanza d’anima, Armando Editore, Roma 2021, p. 54
  2. Edgar Morin in Edgar Morin, Pierre Rabhi, op.cit., p. 62
  3. Pierre Radhi in Edgar Morin, Pierre Rabhi, op.cit., p. 57
  4. Pierre Rabhi in Edgar Morin, Pierre Rabhi, op.cit., p. 72
  5. Edgar Morin in Edgar Morin, Pierre Rabhi, op.cit, p. 59: Lo scopo del pensiero complesso non è quello di complicare le cose, ma di ristabilire un legame naturale tra loro. La complessità non è confusione, è una sfida che il mondo ci dà. L’homo sapiens è complesso perché ha diverse polarità: la ragione, l’ubris – quel delirio di eccesso che attanaglia la nostra civiltà e lo reifica e lo oggettifica. L’uomo è anche Homo faber, il tecnico, l’uomo dei miti, delle credenze e delle religioni. L’uomo no può essere “fisso”: è plurale, multiforme e versatile.
  6. Così Morin descrive sinteticamente e magistralmente la modernità (in Edgar Morin, Pierre Rabhi, op.cit., pp. 39-41): La modernità ha portato allo sviluppo dei lati “buoni” dell’individualismo, ma anche alle sue peggiori manifestazioni, prima fra tutte l’egoismo. Ha compartimentato gli individui, ha compartimentato la società e ha distrutto tutte le precedenti solidarietà della famiglia, del villaggio e del posto di lavoro. Questa modernità è paradossale. Dopo aver diffuso la minaccia nucleare sul pianeta, infonde ora la consapevolezza di questa minaccia. Così, la consapevolezza ecologica cresce man mano che aumentano i pericoli per tutto il mondo vivente, il cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse naturali. Più pensiamo di essere padroni della natura, più dipendiamo da essa. Il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (…) si era già occupato di questo meccanismo di dipendenza nel suo lavoro sul rapporto padrone/schiavo: egli rivelò che la dipendenza del padrone dallo schiavo aumentava in proporzione alla quantità di lavoro svolto dallo schiavo per il padrone. Così siamo dipendenti dalla natura e (…) questa pandemia espone al volto dell’uomo trionfante, sicuro della sua forza, del suo sapere e della sua scienza, tutta la sua vulnerabilità e la sua piccolezza. Perché questo è ciò che è veramente. Per quanto tempo continuerà a credere che mandare con successo un robot su Marte lo proteggerà dal dolore, dalla malattia e dalla morte che un virus di cento nanometri di diametro secerne ? La pandemia di Covid-19 è un’ulteriore dimostrazione della crisi della modernità iniziata nel XX secolo. Si tratta di una crisi aggiuntiva, ma anche spettacolare, che dovrebbe, e deve, innescare un cambio di direzione: verso un’altra civiltà, verso una svolta antropologica e storica cruciale. Questo cambiamento è ancora molto difficile da attuare. Un vero e proprio manifesto di pensiero per l’azione.
  7. Ascoltiamo Morin (Edgar Morin, Pierre Rabhi, op.cit., pp. 47-48): L’epoca di regressione barbarica che stiamo vivendo non è unica nella storia. La caduta dell’impero romano, che causò la disintegrazione di tutte le principali attività economiche, fu seguita da un fenomeno di ritiro, basato sulla servitù della gleba che “congelò” la popolazione contadina. L’economia continentale è rimasta chiusa per diversi secoli, prima che l’apertura del Mediterraneo e la scoperta dell’America la sbloccassero. Tutta la storia dell’umanità è disseminata da tragedie barbare. E che dire della meravigliosa Grecia del V secolo …..
Marco Emanuele
Marco Emanuele è appassionato di cultura della complessità, cultura della tecnologia e relazioni internazionali. Approfondisce il pensiero di Hannah Arendt, Edgar Morin, Raimon Panikkar. Marco ha insegnato Evoluzione della Democrazia e Totalitarismi, è l’editor di The Global Eye e scrive per The Science of Where Magazine. Marco Emanuele is passionate about complexity culture, technology culture and international relations. He delves into the thought of Hannah Arendt, Edgar Morin, Raimon Panikkar. He has taught Evolution of Democracy and Totalitarianisms. Marco is editor of The Global Eye and writes for The Science of Where Magazine.

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