(Marco Emanuele)
Tempio del globalismo, il World Economic Forum di Davos ospita la crisi degenerativa dell’era pre-Trump II.
Parole si sprecano sulla fine dell’ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti. Oggi è il tempo degli interessi nazionali utilizzati come arma o, quanto meno, come minaccia: spettacolo d’ (im)potenza. Potrebbe sembrare un ritorno all’antico.
A ben guardare, a Davos la fanno da padrone i leader della nuova rivoluzione tecnologica: è su quella, infatti, che si gioca la vera partita geostrategica. La politica sa che, dallo spazio al profondo della terra (passando dalla Groenlandia e non solo), la grande transizione/trasformazione si nutre di materiali critici e di agguerrita competizione sulle frontiere dell’innovazione.
Le risorse naturali sono il vero terreno di spartizione. Il problema che noi poniamo, da cittadini impegnati e il più possibile attenti, è che tutte queste strategie sembrano non tenere conto della sostenibilità sistemica del pianeta e dell’umanità che lo abita. La violenza banale che ci attraversa (che progressivamente svuota le democrazie e rende più malvagi gli autoritarismi) e le guerre ibride (comunque guerre) erodono dall’interno stati nazionali e una costruzione globale che si muovono pericolosamente verso un ordine del tutto non definito.
Siamo talmente evoluti da tornare alla preistoria della condizione umana ? Possibile, certo non auspicabile. La speranza, che vorremmo diventasse realismo adeguato ai tempi per una rinnovata filosofia della storia, è che – pur essendo quantici – comprendiamo la pericolosa trappola dell’auto-inganno (concentrarsi esclusivamente e ossessivamente sul proprio particolare). Urge guardarsi nello specchio della storia, comprendendo che siamo zattere incerte in un mare in tempesta, per cambiare via.



