Samuele Finetti, per il Corriere della Sera del 28 ottobre 2026, intervista David Miliband (ex ministro degli Esteri britannico del governo Brown), oggi alla guida dell’International Rescue Committee, l’organizzazione umanitaria fondata su impulso di Albert Einstein che opera in oltre 40 Paesi. Miliband offre una lettura del sistema internazionale che vale la pena analizzare in alcuni snodi.
1. Il quadro: la domanda di potenza senza offerta di potenza
La diagnosi di partenza è quella di una democrazia in recessione su scala globale. «L’ondata di democrazia degli anni ’90 — in Europa orientale, Africa, Asia — è stata chiaramente sostituita da una seria recessione democratica, accompagnata da un calo del rispetto per lo Stato di diritto». Per Miliband, il punto non è solo morale: l’erosione interna e l’impunità esterna si alimentano a vicenda, perché l’architettura post-1945 serviva proprio a proteggere lo spazio democratico dalla pressione esterna.
Il risultato è un vuoto di garanzia. «I vincoli all’abuso di potere sono indeboliti, nelle zone di guerra le regole più basilari della condotta umana sono state annullate. Non voglio dire che sia un “mondo senza poliziotti”, ma oggigiorno nessuno vuole rivestire quel ruolo, a livello internazionale». È la definizione più sintetica dell’attuale sistema internazionale: non anarchia, ma assenza di un agente che si assuma il costo dell’ordine.
2. Sfumare o dissolversi: la fine del perno americano
Miliband respinge esplicitamente l’idea di un ritorno all’ordine precedente, e respinge anche l’eventualità di un nuovo momento fondativo: «La vecchia America che fa da perno del sistema globale non tornerà. E non avremo un “momento 1945″».
Lo scenario più probabile non è un vuoto puro, ma un multilateralismo a geometria variabile: «vedremo diverse forme di cooperazione — su base regionale, su base valoriale, legate a temi o interessi specifici — nel tentativo di far funzionare il multilateralismo». Tradotto in termini strategici: la governance globale si ricompone per coalizioni di scopo, non più per architettura universale. Le istituzioni onusiane non scompaiono, diventano uno dei tavoli possibili anziché il tavolo.
Lo scenario peggiore è quello in cui il disordine non trova contrappeso. Qui Miliband quantifica con i numeri dell’IRC: 65 guerre in corso, 120 milioni di rifugiati, 300 milioni di persone che soffrono la fame. La domanda retorica con cui chiude — «Di quante altre prove abbiamo bisogno per comprendere il costo del disordine?» — è la tesi portante dell’intervista: il disordine non è un’astrazione geopolitica, ha un bilancio umanitario misurabile.
3. Il fronte orientale: perché le lusinghe non bastano
Sulla Russia il giudizio è formulato dalla posizione di chi ha esperienza diretta: «Ho incontrato Putin per la prima volta nel 1999. Ricordo il suo discorso nel 2007 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Fu il segno che dentro di lui era emersa una visione di crescente disprezzo per l’Occidente, e persino di odio per ciò che rappresentava».
Da qui la conclusione, che è anche una critica in controluce alla postura dell’amministrazione Trump: il negoziato per concessioni non può funzionare con un attore le cui aspirazioni sull’Ucraina non sono mai state occultate. «La verità è che la forza, la chiarezza e l’unità — e il coinvolgimento di Kiev — sono assolutamente fondamentali per qualsiasi soluzione in Ucraina». Il riferimento al coinvolgimento di Kiev non è neutro: esclude esplicitamente un assetto negoziato sopra le teste degli ucraini.
4. L’Europa tra pressione americana e autonomia possibile
Miliband non edulcora il deterioramento del quadro transatlantico: «È chiaro che la loro visione è diversa da quella europea. E altrettanto chiaro che intorno all’amministrazione si è creata una sorta di cassa di risonanza che sminuisce l’Europa». La diagnosi è condivisa a Washington come a Bruxelles; l’elemento interessante è la prescrizione, che rovescia l’ordine dei fattori: non è la vicinanza agli Stati Uniti a produrre la forza europea, ma la forza europea a produrre il miglior rapporto con gli Stati Uniti. «L’Europa ha il potere di decidere per sé stessa, e la via per ottenere il miglior rapporto con America è che l’Europa sia forte e indipendente».
A questo si aggancia il passaggio sulla Brexit, a dieci anni dal referendum: per Miliband il tema non è un rientro, ma la costruzione di un’agenda comune pragmatica, con politica estera e sicurezza come punto di partenza — «è nostro interesse comune affrontare il pericolo rappresentato dalla minaccia russa per l’Europa». È una convergenza di interessi, non di istituzioni.
5. Il registro umanitario: la “tribalizzazione del dolore”
Interrogato su Gaza e sull’aumento degli episodi di antisemitismo in Europa, Miliband rifiuta la compartimentazione: «Sono preoccupato sia per l’immensa sofferenza inflitta a Gaza sia per l’antisemitismo. Sono preoccupato, più in generale, per la “tribalizzazione del dolore”».
Il concetto merita attenzione perché è un’analisi della domanda di politica, non solo dell’offerta. «Le guerre in corso sono una dimostrazione lampante del fallimento della politica. Questa sensazione di perdita di controllo porta a una regressione nel pensiero: “Se non è la mia tribù, non è un mio problema”. Questa è l’antitesi di quelli che considero i valori più importanti». In termini strategici: la frammentazione dell’attenzione pubblica è essa stessa un vettore di disordine, perché riduce la base politica interna su cui si costruivano gli impegni internazionali.
Sul fronte dei finanziamenti, il contesto è brutale: i tagli agli aiuti esteri statunitensi hanno ridotto il bilancio nell’anno fiscale 2025 del 35% rispetto all’anno precedente, e Miliband conferma che l’IRC comincerà il prossimo anno senza aiuti americani. Il suo appello si appoggia all’opinione pubblica: «In un sondaggio dello scorso anno l’89% degli americani diceva che l’1% del budget federale dovrebbe andare in aiuti».
Prospettive
Miliband non formula previsioni, ma la sua griglia di lettura ne suggerisce tre, ordinate per orizzonte temporale.
Nel breve periodo (12-24 mesi) il vincolo è l’Ucraina. La tesi “le lusinghe non lo fermeranno” implica che un negoziato costruito su concessioni unilaterali non solo non chiuderà il conflitto, ma eroderà la credibilità delle garanzie occidentali verso tutti gli altri attori che osservano. Il tempo gioca contro: ogni ciclo negoziale senza risultato consolida il fatto compiuto sul terreno.
Nel medio periodo (3-5 anni) la variabile decisiva è l’Europa. Il rovesciamento logico proposto da Miliband — indipendenza come condizione del rapporto con Washington, non come sua conseguenza — indica che il test reale non sarà la retorica sull’autonomia strategica, ma la capacità di produrre decisioni comuni su difesa, industria e allargamento. Se l’Europa non si dota di mezzi propri, la “geometria variabile” delle coalizioni di scopo si tradurrà per essa in irrilevanza relativa piuttosto che in flessibilità.
Nel lungo periodo il rischio non è lo scontro tra potenze, ma la sua assenza di contenimento. La formula del «mondo senza poliziotti» descrive un sistema in cui i conflitti si moltiplicano perché nessuno paga il prezzo della deterrenza, e in cui le crisi si accumulano come costi umanitari (65 guerre, 120 milioni di rifugiati) che poi rientrano in Europa sotto forma di instabilità, pressione migratoria e radicalizzazione. La vera posta in gioco, per l’Europa, non è chi governa l’ordine internazionale: è se esisterà ancora un ordine di cui valga la pena far parte.
A cura di The Global Eye e SIOI
Marco Emanuele



