La guerra in Iran a 230 giorni. Il trionfo dell’asimmetria e la fine dell’ordine regionale a guida americana

Analisi a partire da ‘The Victory of Asymmetry in the Iran War’, Michael Froman, Council on Foreign Relations, 16 ottobre 2026 – The Victory of Asymmetry in the Iran War

A 230 giorni dall’inizio della guerra il bilancio è a due velocità. Sul piano tattico gli obiettivi dichiarati dall’amministrazione americana sono in larga parte centrati: la marina iraniana è fuori gioco, la capacità missilistica e la produzione di droni sono state degradate. Sul piano strategico l’esito è opposto. Se lo scopo era impedire all’Iran di proiettare potenza oltre i propri confini, la campagna rischia di aver prodotto il risultato inverso.

Il vincitore di questa fase non è un esercito ma un principio: l’asimmetria. Teheran sapeva di non poter battere gli Stati Uniti sul piano della potenza di fuoco, ma ha scoperto che pochi missili, droni e mine bastano per trasformare il controllo dello Stretto di Hormuz in un’arma economica di portata globale. Il costo di quella leva è marginale, l’effetto è sistemico: è questa sproporzione a definire il nuovo campo di gioco, e attorno a essa ruotano la frammentazione del sistema di alleanze americano, l’effetto boomerang sull’Ucraina e la rinascita di un Iran più influente di quanto chiunque prevedesse.

Il divario tra obiettivi dichiarati ed esito

Il perimetro della campagna era stato definito con precisione inusuale. Il sottosegretario alla Politica di Difesa Elbridge Colby ha parlato di “degradare e distruggere la capacità della Repubblica Islamica dell’Iran di proiettare potenza militare nella regione, e potenzialmente oltre”. Il segretario di Stato Marco Rubio ha articolato quattro obiettivi: distruzione dell’aeronautica, distruzione della marina, riduzione severa della capacità di lancio missilistico, distruzione delle fabbriche di missili e droni.

Misurato su questa griglia, il registro tattico è positivo: per qualsiasi metrica l’Iran dispone oggi di meno capacità militari e di un’economia più sotto stress rispetto a prima. Il problema nasce nel passaggio dal registro tattico a quello strategico. Distruggere la capacità di proiezione non equivale a eliminare la capacità di influenza, e in un sistema regionale così interconnesso la seconda non è una funzione lineare della prima.

Il costo pagato è inoltre sproporzionato rispetto al teatro. Ventuno militari americani e oltre mille civili iraniani hanno perso la vita. Sul piano delle scorte, il consumo di intercettori Patriot e di batterie THAAD ha eroso lo stock di munizioni critiche per gli altri impegni strategici americani: la capacità di mantenere la postura di forza nell’Indo-Pacifico, cioè nel teatro che la strategia americana considera prioritario, ne esce indebolita.

Hormuz e il costo della vulnerabilità interna

La pressione sullo Stretto si è tradotta in prezzi energetici, inflazione e crisi di accessibilità dei prezzi negli Stati Uniti, e da lì nella ricerca di una via d’uscita politica. È la vulnerabilità interna americana, non il campo di battaglia, a dettare i tempi della guerra: ne è derivato l’accordo della scorsa settimana tra Trump e Putin sulla vendita di milioni di barili di diesel russo, contestato da europei e ucraini, che alimenta la macchina da guerra russa e apre una frattura con Europa e Ucraina.

Il raggio d’azione iraniano oltre il Golfo

Il raggio d’azione iraniano si estende oltre il Golfo. Per timore di un possibile attacco di matrice statale contro la base RAF Fairford, gli Stati Uniti hanno ritirato i bombardieri B-1, che avevano avuto un ruolo chiave nella campagna. Teheran aveva già tentato di colpire all’estero dissidenti e funzionari coinvolti nell’operazione del 2020 contro il generale Qasem Soleimani dei Pasdaran.

Un attacco contro una base di un alleato Nato sarebbe la prova più netta della fiducia iraniana nonostante i colpi subiti da febbraio. La chiave interpretativa è che la deterrenza non si misura sul danno accumulato ma sulla percezione di capacità residua: un attore convinto di avere ancora margini si comporta come se li avesse, e questo produce effetti strategici reali indipendentemente dal bilancio materiale del conflitto.

Riyad: la fragilità del modello saudita

Nel cortile di casa, sabato gli attacchi houthi sull’aeroporto di Riyad hanno ucciso più di una dozzina di persone e ferito oltre trecento. Lunedì i vertici di Chevron, ExxonMobil, Shell, BP e TotalEnergies hanno annullato i viaggi al WPC Energy Congress. Tra dieci giorni il Regno ospita la Future Investment Initiative, la “Davos nel deserto”, snodo centrale del piano di modernizzazione del principe ereditario Mohammed bin Salman, che punta a spostare l’economia dalla dipendenza energetica verso tecnologia, turismo e intrattenimento. Sulla traiettoria attuale, i voli in arrivo a Riyad rischiano di viaggiare semivuoti.

Che un attore poco finanziato come gli Houthi possa incrinare una strategia pluridecennale da trilioni di dollari è un’altra dimostrazione della forza dell’asimmetria. L’effetto diretto è la perdita di attrattività del modello saudita di stabilità; quello indiretto, potenzialmente molto più rilevante, riguarda la strategia regionale americana.

La logica delle basi invertita

Per decenni l’Iran ha perseguito un obiettivo chiaro: spingere gli Stati Uniti fuori dalla regione. Nel tempo Washington ha ampliato la propria presenza su tredici basi in paesi partner, tra cui Bahrain, Kuwait e Qatar, per dissuadere aggressioni, promuovere stabilità e preposizionare assetti per i conflitti futuri.

Come ha osservato Steven Cook del Council on Foreign Relations, l’Iran ha rovesciato la logica di quelle basi: i Paesi partner le avevano cercate come fonte di sicurezza, ora sono bersagli proprio perché le ospitano. Dopo i danni subiti, gli Stati Uniti hanno ritirato alcune forze, pur schierando capacità più mobili con un terzo gruppo d’attacco di portaerei e una ulteriore Marine Expeditionary Unit. Quando la polvere si sarà depositata, quei Paesi vorranno ricostruire e farvi tornare i militari americani? Il disimpegno da oltre tre decenni di guerre regionali verrà quasi certamente accelerato da questo conflitto.

Il riallineamento regionale e il rischio nucleare

Un ridimensionamento americano innescherebbe un riallineamento convulso delle reti di alleanza mediorientali. Prive dell’ombrello su cui credevano di poter contare, queste capitali potrebbero rivolgersi ad altri, e l’una all’altra. Lo scenario migliore ha la forma di una Nato mediorientale, con due tracce già visibili: il Mecca Joint Defense Agreement tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, in via di trasformazione in un raggruppamento più operativo, e gli Accordi di Abramo.

Lo scenario peggiore riguarda però le garanzie ultime. Se lo scopo dei primi attacchi era impedire la proliferazione nucleare nella regione, l’esito rischia di essere l’opposto: Arabia Saudita ed Emirati potrebbero imboccare la strada del deterrente nucleare nazionale in assenza di garanzie esterne credibili. È il punto in cui questa guerra smette di essere un conflitto regionale e diventa un problema di ordine globale.

Che cosa resta dell’Iran

Teheran oggi è più debole di quanto sia mai stata e più forte di quanto si aspettasse, insieme. È questa doppia condizione a rendere la partita negoziale difficile: come si negozia con un regime che non considera razionale firmare un accordo che ne sancisca l’arretramento? Circolano report su una possibile pianificazione americana di un’escalation e su una crescente fragilità del regime. Va però registrato il dato controintuitivo: il regime si è dimostrato più resiliente del previsto, così come l’economia iraniana, o quantomeno la capacità della popolazione di assorbire sofferenza economica.

Può rivelarsi un attore di lungo periodo nella geopolitica mediorientale, con cui tutti, prima o poi, dovranno imparare a convivere. È la conclusione meno rassicurante di questo bilancio, e anche la più onesta: nessuno degli esiti immaginati all’inizio della campagna è quello verso cui stiamo andando.

Analisi geostrategica a cura di The Global Eye e SIOI

Latest articles

Related articles