Burnham e il Gioco dell’ Oca per tornare nell’ UE

Il leader britannico Burnham accusa Mosca di aver interferito nell”esito della Brexit. Lo afferma con decisione, dicendo anche che all’epoca non furono vagliati abbastanza il ‘peso’ e il rischio reale dell’interferenza di Mosca sull”esito referendario. E’ una posizione nuova, totalmente diversa e significa anche molte altre cose, perchè ribalta la postura dei suoi predecessori che si sono alternati dal 2016 ad oggi a Downing Street, ma che prepara la strada a quanto, già dal momento del suo insediamento, intende percorrere Burnham: ovvero tornare nell’UE, perchè Brexit si è dimostrato ‘un pessimo affare’.

Molto è cambiato in questi 10 anni, e soprattutto molto è cambiato con la presidenza Trump che mette in discussione tutte le alleanze.e che sta cambiando anche il paradigma di base che finora ha visto l’Europa rappresentare per Washington il muro di cinta contro il ‘nemico comune’, ovvero la Russia.

La posizione USA sull’ Ucraina scopre sempre di più l’ambivalenza americana rispetto all’Europa che passa, oltre che da Kiev, anche per Londra che teme a sua volta un isolamento critico.

Diventa sempre più chiaro come Washington stia dalla parte di Bruxelles solo a determinate condizioni e che gli accordi mutino a seconda delle necessità contingenti, come si vede ora con l’emergenza energetica e con la fame di diesel che per gli USA si traducono nello stringere accordi con Mosca, una posizione del tutto opposta alla linea dell”UE che ripete come i guadagni di Putin finiscano per finanziare la guerra contro Kiev.

Nella sempre più fluida situazione tra America ed Europa, a temere cedimenti di solidarietà politica ed economica non è solo Zelensky, che teme il distacco da Washington che gli chiede di farsi da parte e di indire nuove elezioni: c’è anche Londra. Burnham torna a parlare dell’errore della Brexit, aggiungendo che fu anche causato dall’ influenza russa. Una scelta condizionata da forze nemiche come Mosca, ha dichiarato il premler inglese nella sua recente intervista tv.

Ma la storia va un pò ristudiata quando si parla di amici e di nemici dell’Europa unita.

L’ntegrazione continentale – scriveva Limes 10 anni fa per commentare la Brexit – piaceva agli americani, (parallelamente alla NATO), per legare tra loro i Paesi occidentali avversi all’Unione Sovietica.

‘Soltanto il peso di Washington costrinse francesi e tedeschi a superare la reciproca inimicizia e a rendersi motore unico della nuova struttura’.

L’ingresso della Gran Bretagna (che avvenne nel 1973) ebbe molti ostacoli con De Gaulle che considerava Londra ‘il cavallo di Troia degli Stati Uniti’. Secondo de Gaulle, la Gran Bretagna non agiva con veri interessi europei, ma fungeva da tramite per conto degli Stati Uniti, con l’obiettivo di frenare l’autonomia politica ed economica del Continente. A causa di questa visione, de Gaulle pose il veto alla prima richiesta di adesione britannica nel 1963 e a una seconda nel 1967. Il Regno Unito riuscì, infatti, a entrare nella CEE solo nel 1973, dopo l’uscita di scena di de Gaulle.

Negli anni, l’America ha sempre guardato all’Europa come avamposto contro Mosca, con una visione che oggi sembra completamente ribaltarsi, almeno in questa fase di emergenza energetica che getta le basi per un equilibrio bilaterale tra Washington e Mosca e che, oltre a preoccupare Bruxelles, rende più isolata anche Londra che vede sempre più cadere l’illusione di un rapporto preferenziale con Washington. Sfuma sempre di più anche l’ipotesi di libero scambio bilaterale tra Stati Uniti e Regno Unito, accordo che non è mai diventato una priorità concreta per gli USA.

Di fatto, non è solo l’UE ad essere più sola rispetto a Washington, anche il Regno Unito sembra non servire quasi più agli USA. Londra era strategica in una Europa unita come ponte essenziale per bilanciare spesso le posizioni franco-tedesche non sempre in linea con Washington. Quando si parlò di exit, Obama avvertì dell’errore, mettendo avanti che ‘non sarebbe stato semplice negoziare con gli Stati Uniti un nuovo trattato commerciale’ e anche Hillary Clinton mise in guardia Londra. Solo Trump fu soddisfatto dell’exit ,soprattutto per avvalorare le tesi separatiste, più utili a uso interno.

Ma la storia ora cambia e i cavalli di Troia (se davvero aveva ragione De Gaulle) hanno fatto il loro tempo, perchè le alleanze diventano fluide e i vecchi schemi vengono sostituiti con l’amministrazione degli interessi contingenti. Burnham sa che la partita oggi va giocata su schemi diversi e inizia a seminare un nuovo percorso in una specie di Gioco dell’Oca, con l’obiettivo dichiarato di un rientro nell’UE che richiede però diverse tappe di avvicinamento e che non può prescindere nemmeno da una riforma elettorale: Burnham punta già al proporzionale, ritenendo che l’attuale assetto favorisca un sistema politico instabile e troppo centralizzato su Londra, escludendo milioni di elettori a fronte di uno scenario politico ormai frammentato, caratterizzato dall’ascesa di forze come i Verdi e Reform UK.

Pensando a un futuro nell’ UE, il premier inglese guarda già a un vertice tra Regno Unito e UE entro l’anno, a margine del quale indicherà l’opzione su cui il governo intende agire, partendo dalla convinzione, ormai diffusa, che la Brexit sia stata appunto un cattivo affare.

Ma il programma ereditato da Keir Starmer esclude un nuovo referendum in questa legislatura, e quindi gli scenari sono quattro.

Il Regno Unito può restare dov’è, rientrare nell’unione doganale, rientrare a pieno titolo nel mercato unico, opzione che renderebbe meno spinosa la questione dell’Irlanda del Nord, oppure tornare nell’unione con un referendum nella prossima legislatura, come spiega in una intervista a Radio Radicale Martinelli, Ordinario di Diritto Pubblico Comparato all’Università Bicocca di Milano

Ma il rientro ‘non è un interruttore nelle mani del Primo Ministro’, richiede tempi, procedure e poi ci sono le criticità di una una campagna referendaria per convincere nuovamente gli inglesi a tornare ‘indietro’, soprattutto perchè le condizioni potrebbero essere molto diverse rispetto al passato.

Prima del referendum del 2016 per evitare il distacco, Cameron aveva rinegoziato lo status britannico ottenendo molti vantaggi. E va ricordato che la storia inglese nell’UE, da quel lontano 1973 (data di adesione), è segnata da varie clausole di esenzione, come quella di Maastricht che escluse il Regno Unito dalla moneta unica.

Oggi con Brexit sono venute meno anche tutte le esenzioni negoziate nei decenni e, in caso di referendum ‘in or out’, spiegarlo agli elettori non sarebbe per nulla facile. Il Gioco dell’ Oca di Burnham richiede ancora molte tappe.

Marzia Giglioli

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