Mentre le esportazioni di armi russe calano, l’Asia centrale si rifornisce altrove

Sulla base di Zamira Eshanova, RFE/RL –  As Russian Arms Exports Slide, Central Asia Shops Elsewhere, 11 october 2026 – As Russian Arms Exports Slide, Central Asia Shops Elsewhere

Per decenni Mosca ha armato l’Asia Centrale praticamente da sola. Quel monopolio si sta sciogliendo, ma il punto non è che un nuovo protagonista prenda il posto di quello precedente: è che potrebbe non esserci più nessun attore dominante.

I numeri, in chiaro

Vale la pena mettere i dati in fila, perché le percentuali da sole si prestano a fraintendimenti. Il quadro è quello delle esportazioni russe di armi misurate in volumi di trasferimento — non in denaro — dal SIPRI, che confronta due quinquenni consecutivi:

  • 2016–20: la Russia copriva il 21% del mercato mondiale delle armi. Nel quinquennio successivo, 2021–25, la sua quota scende al 6,8%.
  • In valore assoluto, i volumi esportati dalla Russia calano del 64% tra i due periodi. Non è una riduzione della quota: è una riduzione di quanto Mosca ha effettivamente consegnato.
  • Nello stesso confronto, i volumi cinesi crescono dell’11%, e il 77% delle vendite del secondo periodo va ad Asia e Oceania.

Due precisazioni che aiutano a leggere i numeri. La prima: la quota è una misura relativa, quindi scende anche se il mercato mondiale cresce. La seconda, e più importante: il SIPRI misura i trasferimenti effettivi, non gli ordini firmati. Ed è esattamente su questa distinzione che si gioca il resto della storia.

Il contrasto più eloquente arriva da Mosca stessa. A gennaio, il primo vicepremier Denis Manturov — la figura del governo russo che sovrintende industria e politica tecnico-militare — ha riferito a Vladimir Putin un portafoglio di contratti firmati da 70 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 55 miliardi precedenti al 2022. È però il valore dei contratti siglati, non delle armi già consegnate. Ed è proprio lo scarto tra il libro degli ordini e la linea di produzione a pesare sulla credibilità russa come fornitore.

Il fattore industriale prima di quello politico

L’analista kazako Yermek Seitbattalov, colonnello dell’aviazione in pensione, sposta l’attenzione dalla geopolitica alla logistica. Alla base delle scelte centroasiatiche ci sarebbe soprattutto una considerazione concreta: la consapevolezza che nel prossimo futuro la Russia potrebbe non riuscire a fornire ricambi e componenti per mantenere in efficienza ciò che ha già venduto. Un sistema d’arma senza catena di sostegno perde valore a ogni ora di volo, e questo crea un problema reale a chi deve difendersi.

Da qui una situazione in parte paradossale: la regione sente il bisogno di riarmarsi proprio mentre il suo storico fornitore fatica a sostenere quanto già in dotazione.

Una diversificazione, non un cambio di campo

Le vendite indiane di sistemi Akash a Tagikistan e Turkmenistan, i sistemi cinesi FK-2000 in Turkmenistan e HQ-17AE in Tagikistan, i caccia J-10CE uzbeki, i droni turchi in Kirghizistan, e alle parate di Ashgabat anche un Super Tucano brasiliano e jet da addestramento italiani: sono tasselli di una diversificazione difensiva, più che di un riorientamento verso un nuovo blocco.

Pavel Baev (PRIO) offre la lettura più utile, e va contro l’istinto più comune. Da un lato gli acquisti centroasiatici sono, a suo giudizio, più un modo di segnalare una posizione che un salto reale di capacità. Dall’altro — ed è il punto — la Cina non sembra voler raccogliere l’eredità egemonica di Mosca: punta alla stabilità, cosa che i regimi della regione trovano del tutto congeniale. Il risultato, dice Baev, è che l’Asia Centrale potrebbe non avere più un fornitore esterno dominante: «molte incertezze, e forse una sola risposta chiara — niente più fratello maggiore per l’Asia Centrale».

La differenza tra i due modelli è netta. Mosca vendeva armi dentro un pacchetto più ampio: CSTO, basi, addestramento, interoperabilità, e una certa dipendenza politica. Pechino vende sistemi dentro una cornice più snella: niente basi, niente alleanze, niente dottrina condivisa. Per i governi della regione è una opportunità concreta, perché consente di rafforzare la difesa senza il pedaggio della subordinazione. Il costo emerge sul piano tecnico: standard diversi faticano a convivere nella stessa architettura di difesa, con ricadute su addestramento, scorte, ricambi, manutenzione e modernizzazione.

Un’ipotesi da tenere d’occhio

A luglio Putin ha firmato direttive per modificare gli accordi di cooperazione tecnico-militare con Kazakistan e Uzbekistan. Alcuni analisti vi leggono il tentativo di spostare parti dell’industria della difesa russa fuori dalla portata dei colpi ucraini. Resta una interpretazione, non un fatto accertato, ma se fosse corretta cambierebbe la natura del rapporto: l’Asia Centrale passerebbe da cliente a retrovia logistica, un declassamento sostanziale presentato come approfondimento della partnership.

Cosa guardare adesso

  • Le consegne, non le firme. Il numero da seguire è il tasso di realizzazione dei contratti russi: se gli ordini restano sulla carta, l’erosione di credibilità diventa difficile da invertire.
  • Le scelte cinesi. Se Pechino accompagnasse le vendite con addestramento, manutenzione e presenza tecnica, la transazione si trasformerebbe lentamente in influenza. La sua prudenza su questo terreno è oggi il principale argine a un’egemonia cinese nella regione.
  • L’interoperabilità. Sistemi russi, cinesi, turchi e indiani negli stessi arsenali producono una difesa aerea frammentata: meno dissuasione reale di quanta ne suggerisca la somma dei sistemi acquistati.
  • Il valore del CSTO. Se l’alleanza guidata da Mosca non riesce più a fornire l’hardware che la giustificava, resta aperta la domanda su cosa significhi un’alleanza militare il cui garante non riesce più ad armare i propri membri.

In sintesi

Il calo del 64% non è una fluttuazione di mercato: riflette una capacità industriale messa a dura prova dal conflitto. La conseguenza non è che la Cina erediti il ruolo russo, ma che l’Asia Centrale entra in una fase di approvvigionamento militare plurale, senza protettore unico e senza un’architettura di difesa pienamente coerente. Per Mosca significa perdere gran parte dell’influenza che le restava nella regione senza dover combattere. Per i governi centroasiatici significa più margine di manovra e, insieme, minore sicurezza immediata. È un caso in cui la fine di un’egemonia non produce un nuovo egemone, ma uno spazio conteso da fornitori che non vogliono — o non riescono — diventarlo.

The Global Eye è in partnership con SIOI

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