Percezioni contrastanti ostacolano la risoluzione del conflitto tra Stati Uniti e Iran

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran è entrato in una fase di stallo diplomatico che non nasce da mancanza di contatti, ma da una simmetria di percezioni: entrambe le capitali ritengono di disporre di una leva sufficiente a imporre i propri obiettivi massimali, e nessuna delle due vede un vantaggio nel cedere per prima. La conseguenza pratica è che l’intensa attività negoziale non ha prodotto avanzamenti misurabili.

A margine del dibattito della 81ª Assemblea Generale dell’ONU si è svolta una settimana di diplomazia ad alto livello, che ha incluso il primo incontro diretto tra Stati Uniti e Iran da giugno. L’esito è stato nullo sul piano della dinamica strategica. Il presidente Donald Trump ha respinto una proposta iraniana che prevedeva la riapertura completa dello Stretto di Hormuz entro sette giorni, subordinata alla revoca del blocco navale statunitense.

I vertici iraniani — il presidente Pezeshkian e il ministro degli Esteri Araghchi — hanno motivato il rifiuto a sospendere gli attacchi al traffico marittimo nello Stretto con una sfiducia profonda verso Trump e il suo team, che impone a Teheran di pretendere l’attuazione materiale delle concessioni statunitensi prima di qualsiasi tregua. I due dirigenti hanno richiamato due precedenti: giugno 2025 e febbraio 2026, quando trattative nucleari in fase avanzata sarebbero state fatte deragliare da attacchi militari statunitensi. A ciò si aggiunge la memoria della decisione di Trump, nel suo primo mandato, di uscire dall’accordo nucleare multilaterale del 2015, che l’AIEA giudicava rispettato dall’Iran.

La linea iraniana è esplicita: se il blocco navale dei porti iraniani non verrà revocato rapidamente, Teheran colpirà con missili e droni il traffico marittimo e le infrastrutture energetiche degli Stati arabi del Golfo, con l’obiettivo dichiarato di devastare l’economia globale e i mercati energetici mondiali. Dirigenti del regime di tutto lo spettro politico sostengono che questa strategia abbia già eroso le riserve petrolifere mondiali e le scorte di munizioni statunitensi, aumentato i tassi d’interesse e le aspettative d’inflazione negli USA, e ridotto le prospettive elettorali degli alleati repubblicani di Trump in vista delle elezioni di medio termine.

Il principio rivendicato da Teheran è di natura reciprocale: Washington deve muoversi per prima; e se l’Iran non potrà usare lo Stretto di Hormuz, nessun altro paese potrà utilizzare quella rotta. Mercoledì osservatori del traffico marittimo hanno riferito che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (IRGC) potrebbe aver aperto il fuoco su tre petroliere in transito — segnale di volontà e capacità di escalation.

Sul fronte opposto, la comunicazione americana trasmette l’impressione esattamente contraria: Trump, ripreso dai suoi subordinati, afferma che gli Stati Uniti hanno “sconfitto” l’Iran, “controllano” lo Stretto di Hormuz e sono in posizione tale da dettare i termini della pace. L’amministrazione sostiene che le operazioni di scorta e protezione della Marina statunitense hanno sottratto in larga misura il controllo dello Stretto all’IRGC.

Il dato centrale del contendere riguarda i flussi di esportazione energetica dal Golfo Persico. Fonti militari e altre fonti citate da funzionari USA valutano che siano stati ripristinati oltre l’80 per cento dei livelli prebellici di 20 milioni di barili al giorno di greggio, includendo le rotte di esportazione saudite, emiratine e altre che aggirano lo Stretto. Mercoledì JP Morgan e Goldman Sachs hanno stimato flussi regionali superiori al 95 per cento dei livelli prebellici. Alcune fonti di osservazione del traffico marittimo contestano però queste cifre, collocando le percentuali di mitigazione molto più in basso, intorno al 50 per cento. Resta inoltre aperta la domanda su quanto a lungo la Marina statunitense possa sostenere la missione di protezione dello Stretto.

Sul piano delle metriche alternative, il collasso della valuta iraniana — che questa settimana ha toccato un nuovo minimo a 2,5 milioni di rial per dollaro — è stato presentato dal segretario al Tesoro Scott Bessent come prova del successo di “Operation Economic Outcast”, la campagna sanzionatoria ampliata che colpisce tutte le istituzioni finanziarie e le compagnie aeree iraniane. Bessent ha dichiarato che il suo dicastero ha inviato squadre in tutto il mondo per chiedere azioni contro il regime iraniano, ottenendo la sospensione dei voli Mahan Air verso Turchia e Oman, lo stop di tutte le compagnie aeree iraniane negli Emirati Arabi Uniti e l’interruzione delle transazioni con l’Iran da parte delle principali banche commerciali emiratine e turche. Secondo Bessent e altri alti funzionari, nei due mesi successivi alla reimposizione del blocco l’Iran avrebbe venduto petrolio solo “a galla” fuori dal Golfo, e questi volumi si esaurirebbero entro metà ottobre se il blocco proseguisse.

Alcuni rapporti della scorsa settimana indicavano che mediatori, tra cui funzionari qatarioti e pakistani, avrebbero suggerito a Teheran di anticipare le concessioni sul nucleare per ottenere da Trump la fine immediata del blocco navale e altre forme di allentamento delle sanzioni. Fonti iraniane hanno però chiarito che l’Iran non offrirà nuove concessioni nucleari finché non saranno soddisfatte le richieste di riduzione della pressione economica e non saranno ripresi negoziati sistematici e formali tra le parti. Pezeshkian, il più esplicito sostenitore della diplomazia nel regime, ha dichiarato a media statunitensi la disponibilità iraniana a discutere limiti al programma nucleare, subordinandola però alla dimostrazione, da parte di Washington, di non perseguire il rovesciamento del suo governo.

Entrambe le parti dichiarano volontà di mantenere il dialogo e prevedono ulteriori round di colloqui. Non risultano però nuovi incontri USA-Iran programmati a New York: Araghchi ha lasciato gli Stati Uniti martedì, con scalo a Doha per ulteriori discussioni con il primo ministro qatariiano Mohammed Abdulrahman Al Thani, principale mediatore, e mercoledì ha riferito in Consiglio dei ministri che il team di Trump ha risposto formalmente alla proposta iraniana dei sette giorni. Non vi sono indicazioni che un’intesa sia imminente.

Il nodo non è tecnico ma percettivo: ciascuna parte legge gli stessi indicatori — i flussi nello Stretto, il rial, le scorte di munizioni, i tassi d’interesse, il calendario elettorale americano — come conferma della propria posizione di forza. Washington interpreta il ripristino dei flussi energetici come prova di aver sottratto lo Stretto all’IRGC e sposta quindi l’obiettivo sul dossier nucleare; Teheran interpreta il costo economico già inflitto come prova di poter scuotere a comando l’economia mondiale e punta a costringere Trump a revocare il blocco. Finché questa divergenza di lettura regge, ogni concessione appare rinunciabile, e l’escalation — come il possibile fuoco su tre petroliere — diventa il modo più economico, per entrambi, di verificare chi ha ragione.

Fonte: The Soufan Center – The Global Eye è in partnership con SIOI

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