Il futuristico “esercito di robot” dell’ex ministro della Difesa suscita perplessità in Ucraina

A Lviv, durante l’IT Arena, l’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha presentato il suo progetto di un «Esercito di Robot» destinato a sostituire in larga misura i soldati sul campo di battaglia. La presentazione, affidata a un video in CGI dall’estetica levigata con robot umanoidi che imbracciano fucili, combattono nelle trincee e marciano in formazioni compatte, è stata accolta con reazioni contrastanti, dentro e fuori la conferenza. Fedorov non è una figura qualunque nel panorama della difesa ucraina: è l’uomo dell’esercito dei droni, ma anche il ministro popolare e controverso che Zelenskyy ha rimosso a luglio, in una decisione che ha suscitato più di un malumore a Kiev.

Il ragionamento di Fedorov parte da un dato che egli stesso considera la prova della propria capacità di esecuzione: nel 2022 l’Ucraina ha lanciato l’Esercito dei Droni e oggi i droni rappresentano più del 95% degli attacchi. La guerra tecnologica, però, non si ferma, e la scommessa successiva è la robotizzazione del conflitto. Il campo di battaglia che immagina è sequenziale: prima i sensori rilevano le minacce, poi entrano in scena i robot. Il principio guida è che le piattaforme robotiche «debbano combattere al posto delle persone», e la missione dichiarata è salvare vite umane. L’obiettivo più ambizioso, enunciato durante il discorso, è di ottenere il primo risultato confermato sul campo con un robot umanoide entro sei mesi — cioè, nella sostanza, il primo abbattimento di un nemico.

Sul piano industriale, Fedorov ha annunciato in agosto di aver fondato una propria azienda di difesa, con pochi dettagli sul perimetro operativo, chiarendo però che il primo grande investitore sarebbe stato Alex Karp, amministratore delegato di Palantir. La mossa ha un peso geostrategico evidente: lega un progetto ucraino di frontiera tecnologica a un operatore americano di software e intelligenza artificiale per la difesa, rafforzando la triangolazione tra industria ucraina, capitale statunitense e applicazione sul campo di battaglia europeo. Intervenendo a Lviv, Fedorov non ha specificato quale ruolo avrebbe la propria azienda, sottolineando anzi che la sua visione non sarebbe sostenuta da una sola impresa. Ha descritto invece un «ecosistema», che comprende investimenti in aziende della difesa, capacità di ricerca e sviluppo, test condotti insieme ai militari e scalatura dei sistemi che funzionano. È un modello in cui lo Stato diventa cliente e banco di prova, mentre il capitale privato e l’innovazione esterna fanno il lavoro pesante.

Il punto più contestato è proprio la scelta di puntare sugli umanoidi. Borys Drozhak, fondatore del costruttore ucraino di veicoli terrestri senza equipaggio Rovertech, ha messo in dubbio la praticità di questa opzione, osservando che la «matematica della guerra» è più difficile da soddisfare quando si passa alle forme antropomorfe. Il richiamo non è teorico: fino a oggi, robot pienamente umanoidi non sono mai stati impiegati in combattimento militare attivo, il che rende impossibile valutarne l’efficacia. A sollevare perplessità è stata anche una voce interna al cantiere riformista di Fedorov: una collaboratrice che ha lavorato al suo fianco per anni e che è stata parte chiave del team riformatore al Ministero della Trasformazione Digitale dal 2019 al 2023 ha definito sorprendente il lancio del progetto e «difficile l’impresa proposta». La sfida principale, ha spiegato, non è tanto la tecnologia quanto l’ambiente e le strutture: un esercito di robot richiede l’addestramento di operatori, che «sarebbe dovuto iniziare ieri». C’è poi la questione delle priorità. Alcuni osservatori vedono nel progetto una deviazione rispetto alle urgenze più immediate di un Paese in guerra, a scapito di armamenti di cui si ha bisogno adesso. Federico Borsari, fellow del Transatlantic Defense and Security Program al Center for European Policy Analysis, ha suggerito una lettura duplice della mossa di Fedorov: da una parte la volontà di sviluppare una tecnologia dual-use, con prospettive di mercato che vanno oltre la difesa; dall’altra, la necessità di non perdere di vista ciò che l’Ucraina richiede in tempi brevi — sistemi a più lungo raggio e missili da crociera più economici per colpire obiettivi russi in profondità.

La posta in gioco è triplice. Sul piano militare, l’Ucraina prova a convertire il vantaggio maturato nell’innovazione dei droni in un salto successivo, trasformando la robotizzazione in una dottrina e non in una serie di soluzioni isolate. Sul piano industriale, il progetto sperimenta un modello di difesa in cui il capitale privato, anche straniero, e la sperimentazione diretta sul campo sostituiscono in parte l’apparato statale. Sul piano geopolitico, la presenza di Palantir colloca l’Ucraina dentro un circuito tecnologico transatlantico che eccede il semplice sostegno militare, con implicazioni per il controllo dei dati, delle piattaforme decisionali e degli standard futuri. Resta aperta la tensione di fondo, che il caso ucraino rende particolarmente visibile: tra l’urgenza di ciò che serve oggi per resistere e l’ambizione di definire ciò che conterà domani. Fedorov ha scelto di giocare su entrambi i tavoli, annunciando una scadenza di sei mesi che trasformerà presto la questione da narrativa a verifica sul terreno.

Fonte: Breaking Defense – The Global Eye è in partnership con SIOI

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