Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq conclude la fase in cui il rapporto tra Washington e Baghdad era definito soprattutto dalla presenza militare, ma non elimina la rilevanza geostrategica del Paese. La fine di Operation Inherent Resolve dovrebbe quindi essere interpretata come una transizione degli strumenti d’influenza, non come l’avvio di un disimpegno complessivo. Per gli Stati Uniti, la posta in gioco consiste nel preservare l’autonomia irachena, contenere la proiezione regionale dell’Iran, prevenire una ricostituzione dello Stato islamico e proteggere la stabilità energetica del Medio Oriente.
L’Iraq occupa una posizione decisiva nell’equilibrio regionale. Confina con Iran, Turchia, Siria, Giordania, Arabia Saudita e Kuwait, dispone di ingenti riserve petrolifere e collega il Levante al Golfo. La sua collocazione ne fa contemporaneamente uno Stato cerniera, uno spazio di competizione e una possibile piattaforma per l’espansione di attori esterni. Un Iraq relativamente sovrano può contribuire a contenere le rivalità regionali; un Iraq frammentato o subordinato a Teheran estenderebbe invece la profondità strategica iraniana fino alla Siria e al Mediterraneo.
L’invasione statunitense del 2003 ha prodotto un effetto strategico paradossale: eliminando Saddam Hussein, Washington ha rimosso il principale contrappeso arabo all’Iran. Teheran ha potuto così ampliare la propria influenza attraverso partiti, reti economiche e milizie sciite. Queste ultime non costituiscono soltanto strumenti di politica interna: fanno parte di una deterrenza asimmetrica che consente all’Iran di colpire interessi statunitensi e dei loro partner mantenendo un certo grado di negabilità. La riduzione della presenza americana potrebbe aumentare la loro libertà d’azione qualora fosse percepita come un arretramento politico complessivo.
L’Iraq, tuttavia, non può essere considerato automaticamente acquisito alla sfera iraniana. I legami religiosi, politici ed economici tra una parte della classe dirigente sciita e Teheran non cancellano l’esistenza di interessi nazionali distinti. Le istituzioni irachene, le componenti sunnite e curde e una parte significativa degli stessi dirigenti sciiti hanno interesse a diversificare le relazioni esterne, evitare una dipendenza esclusiva dall’Iran e conservare accesso a capitali, tecnologia, formazione e sostegno diplomatico occidentali. Per Washington esiste pertanto uno spazio d’influenza, purché l’Iraq non venga affrontato esclusivamente attraverso il prisma della competizione con Teheran.
Il ritiro presenta anche un rischio operativo. La sconfitta territoriale dello Stato islamico non equivale alla sua eliminazione. Persistono reti clandestine, vulnerabilità istituzionali, fratture sociali e aree periferiche nelle quali gruppi jihadisti possono rigenerarsi. L’esperienza successiva al ritiro del 2011 mostra quanto rapidamente un vuoto politico e di sicurezza possa tradursi in una minaccia regionale. Una presenza militare numerosa non è però l’unico strumento disponibile: consiglieri, cooperazione d’intelligence, addestramento, assistenza tecnica e capacità di intervento dislocate nella regione possono contribuire alla prevenzione senza riprodurre un’occupazione politicamente insostenibile.
La strategia statunitense dovrebbe quindi passare da una centralità militare a una presenza multidimensionale. Sul piano della sicurezza, occorre consolidare le capacità delle forze irachene e rafforzarne la dipendenza dalle istituzioni statali anziché da milizie parallele. Sul piano diplomatico, Washington deve mantenere un dialogo continuo con le componenti sciita, sunnita e curda, evitando che l’interazione con Baghdad venga ridotta a contatti episodici durante le crisi. Sul piano economico, investimenti, cooperazione energetica, integrazione elettrica con i Paesi arabi e sostegno al settore privato possono ridurre gradualmente la vulnerabilità dell’Iraq nei confronti dell’Iran.
Una simile impostazione richiede anche di non trasformare il Paese in un mero teatro dello scontro tra Stati Uniti e Iran. Pressioni eccessivamente coercitive potrebbero indebolire gli interlocutori iracheni favorevoli a un maggiore equilibrio e alimentare la narrativa delle milizie secondo cui Washington minaccia la sovranità nazionale. L’obiettivo realistico non è separare completamente Baghdad da Teheran, risultato incompatibile con geografia, economia e legami sociali, ma impedire che l’influenza iraniana si traduca in un controllo strategico sulle decisioni irachene.
Il successo andrebbe misurato non dalla permanenza di grandi contingenti, ma dalla capacità dell’Iraq di esercitare il monopolio della forza, diversificare le proprie relazioni economiche, contenere le organizzazioni jihadiste e assumere decisioni autonome. Una presenza statunitense più leggera, continuativa e politicamente sostenibile può risultare più efficace di una presenza militare massiccia e intermittente. Il rischio principale non è dunque il ritiro delle truppe in sé, bensì che esso venga accompagnato da un vuoto diplomatico ed economico.
La conclusione strategica è che gli Stati Uniti possono lasciare militarmente l’Iraq senza abbandonarlo politicamente. Un disimpegno integrale concederebbe maggiore spazio all’Iran, indebolirebbe la prevenzione antiterroristica e ridurrebbe la capacità americana di incidere sugli equilibri del Golfo e del Levante. Un coinvolgimento calibrato, fondato su consulenza di sicurezza, diplomazia e interdipendenza economica, permetterebbe invece di proteggere gli interessi statunitensi con costi e rischi inferiori rispetto al passato.
Fonte: Atlantic Council – The Global Eye è in partnership con SIOI



