I segnali del disordine globale: il mondo senza una strategia

Il sistema internazionale è entrato in una fase nella quale l’accumulo delle crisi conta più di ciascuna crisi considerata isolatamente. Guerre, rivalità tra grandi potenze, indebitamento delle economie avanzate, cambiamento climatico e sviluppo scarsamente regolato dell’intelligenza artificiale sono i “ratti morti” che segnalano il deterioramento dell’ordine globale. Il rischio principale non risiede soltanto nella gravità di questi fenomeni, ma nella tendenza delle leadership politiche a normalizzarli, gestendoli come emergenze separate invece di riconoscerne la natura sistemica.

La recente Assemblea generale delle Nazioni Unite ha mostrato con particolare chiarezza questa contraddizione. Il semplice fatto che i governi continuino a riunirsi, confrontarsi e mantenere aperti canali diplomatici rappresenta un risultato necessario in una fase di crescente polarizzazione. Tuttavia, si tratta di un risultato limitato rispetto all’urgenza del momento. L’UNGA non ha prodotto una strategia credibile, e neppure un processo politico convincente, per porre fine alle guerre in Ucraina e attorno all’Iran. Non ha inoltre affrontato in modo adeguato la governance delle tecnologie i cui rischi attraversano ogni frontiera.

Il limite dell’ONU non può essere attribuito esclusivamente alle sue procedure. Esso riflette soprattutto la mancanza di una convergenza minima tra le maggiori potenze. Le istituzioni multilaterali possono offrire sedi di dialogo, legittimazione e contenimento, ma non possono sostituire la volontà politica degli Stati che detengono le principali capacità militari, economiche e tecnologiche. Quando questi attori non condividono neppure una diagnosi delle minacce, il multilateralismo finisce per amministrare il disordine anziché governarlo.

Il vertice tra Stati Uniti e Cina ha prodotto risultati più concreti, ma anche molto più circoscritti. Washington e Pechino hanno concordato un trattamento tariffario piu favorevole per alcuni beni, il rafforzamento dei canali commerciali e d’investimento e modalità migliori di comunicazione in caso di incidenti connessi all’intelligenza artificiale. Sono progressi utili, perchè riducono alcuni attriti e introducono meccanismi elementari di gestione del rischio. Non equivalgono, tuttavia, a una intesa strategica sulle questioni che dividono realmente le due potenze.

Il dossier più pericoloso resta Taiwan, sul quale non emerge alcuna soluzione capace di stabilizzare nel lungo periodo la competizione sino-americana. Analogamente, Washington e Pechino non hanno affrontato seriamente le rispettive responsabilità e possibilità d’azione nelle crisi ucraina e iraniana. Il vertice ha quindi dimostrato che i due leader sono in grado di gestire un incontro e conseguire compromessi selettivi, ma non ancora di esercitare quella responsabilità sistemica che deriva dal loro peso internazionale.

Questa insufficienza è tanto più rilevante in quanto Stati Uniti e Cina sono, più di qualunque altra coppia di attori, in condizione di influenzare l’evoluzione del disordine globale. Potrebbero definire alcune ambizioni concrete e affidarne l’attuazione ai rispettivi apparati: ridurre i rischi di escalation attorno a Taiwan, istituire protocolli sugli incidenti legati all’IA, circoscrivere la proliferazione tecnologica militare e creare spazi negoziali sui conflitti in corso. La loro incapacità di farlo lascia che la competizione bilaterale prevalga sulla produzione di beni pubblici globali.

La posizione cinese si fonda anche sulla convinzione che il tempo lavori a favore di Pechino. Ogni ulteriore fase di disfunzione politica americana può indebolire il dollaro, erodere le alleanze degli Stati Uniti e assorbire risorse militari che Washington non potrà destinare al contenimento della Cina. Pechino può dunque combinare prudenza tattica e pazienza strategica: evitare uno scontro prematuro, mantenere aperte le relazioni economiche utili e beneficiare del progressivo logoramento della capacità americana di concentrare risorse nell’Indo-Pacifico.

Gli Stati Uniti, nel frattempo, tendono a subordinare la riflessione sull’ordine internazionale alle guerre culturali e ai cicli elettorali interni. Il rischio è che il futuro delle alleanze e della leadership globale venga trattato come un tema per specialisti, separato dagli interessi immediati del Paese. In realtà, la forza statunitense dipende anche dalla credibilità delle garanzie di sicurezza, dalla fiducia degli alleati, dall’accesso a basi e mercati e dalla capacità di aggregare coalizioni. La rinuncia a preservare questi strumenti non produrrebbe un semplice ridimensionamento degli impegni, ma una riduzione della stessa potenza americana.

Le guerre in Europa e in Medio Oriente sono quindi prove della tenuta dell’ordine costruito negli ultimi ottant’anni. Russia, Cina, Iran e Corea del Nord perseguono interessi differenti, ma sono accomunati dalla convenienza a mettere alla prova la capacità degli Stati Uniti e dei loro alleati di sostenere simultaneamente più teatri di crisi. Non occorre una loro alleanza formale: è sufficiente che le rispettive iniziative si rafforzino reciprocamente, disperdano le risorse occidentali e accrescano il costo politico della deterrenza.

A questa pressione geopolitica si aggiunge l’ingresso nell’era dell’intelligenza artificiale, nella quale l’IA amplificherà tanto le migliori quanto le peggiori inclinazioni umane. La tecnologia inciderebbe già sulla sicurezza informatica, sulle operazioni militari, sull’informazione, sul lavoro e sulla stabilità sociale, ma non esiste ancora un serio tentativo internazionale di costruire barriere condivise. La velocità dello sviluppo tecnologico supera quella della diplomazia e incentiva gli Stati a privilegiare il vantaggio competitivo rispetto alla sicurezza collettiva.

Gli accordi limitati raggiunti al vertice sino-americano sugli incidenti legati all’IA potrebbero costituire un primo nucleo di gestione del rischio. Dovrebbero però essere ampliati fino a comprendere procedure di comunicazione immediata, supervisione umana dei sistemi militari, limiti all’autonomia nelle catene decisionali nucleari e forme di verifica sulle capacità più pericolose. Non sarebbe necessario attendere un trattato universale: intese parziali tra le potenze tecnologicamente più avanzate potrebbero ridurre il rischio di errori, incomprensioni ed escalation involontarie.

Il cambiamento climatico e l’elevato debito delle economie avanzate restringono ulteriormente lo spazio di manovra. Gli shock climatici possono alimentare instabilità, migrazioni, crisi alimentari e competizione per le risorse. Il debito limita invece la capacità degli Stati di finanziare contemporaneamente difesa, innovazione, transizione energetica e coesione sociale. La combinazione di queste pressioni rende possibile una crisi composta, nella quale eventi differenti si rafforzino reciprocamente e impongano decisioni politiche in condizioni di scarsità.

La conclusione strategica è che non basta tentare di restaurare l’ordine precedente. Il sistema che ha garantito una relativa stabilità per gran parte del secondo dopoguerra ha cominciato a erodersi quando i suoi membri sono diventati troppo sicuri della sua permanenza e hanno tollerato comportamenti che ne violavano progressivamente le regole. Occorre avviare il difficile processo di costruzione di un assetto nuovo, adeguato alla multipolarità, alla frammentazione economica e alla competizione tecnologica.

Gli Stati Uniti hanno già affrontato una sfida simile dopo il 1945, quando contribuirono a creare un ordine a partire dal caos. Oggi non possono semplicemente ripetere quella formula, ma devono recuperare la capacità di trasformare la propria potenza in architettura politica. Ciò richiede priorità più chiare, alleanze più solide, una base economica sostenibile e una disponibilità selettiva a negoziare con i rivali sui rischi che nessuna potenza può controllare da sola.

Il primo passo consiste nel riconoscere i segnali. L’UNGA ha confermato che il dialogo internazionale sopravvive, ma non riesce ancora a produrre soluzioni proporzionate alle crisi. Il vertice tra Stati Uniti e Cina ha dimostrato che accordi limitati sono possibili, ma anche che le due maggiori potenze evitano le questioni dalle quali dipende la stabilità futura. Il divario tra la gravità del disordine e l’ambizione delle risposte costituisce oggi il principale rischio geostrategico.

Fonte: Atlantic Council – The Global Eye è in partnership con SIOI

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