«Il voto deve sostituire i proiettili», dice il Sud Sudan all’Assemblea Generale in vista delle elezioni

La Rappresentante Permanente del Sud Sudan presso le Nazioni Unite, Cecilia Adout Majok Adeng. è intervenuta all’Assemblea generale. Il Paese si avvicina alle elezioni generali di dicembre con l’ambizione dichiarata di concludere la lunga transizione iniziata con l’indipendenza, ma il voto rappresenta molto più di un passaggio istituzionale. Esso costituisce una prova decisiva per la tenuta dello Stato, per l’equilibrio politico dell’Africa orientale e per la credibilità dell’intero sistema internazionale di stabilizzazione costruito attorno al Paese. La formula secondo cui le urne devono sostituire le armi sintetizza il nodo strategico centrale: trasformare la competizione tra élite politico-militari in una contesa regolata, prima che le tensioni accumulate tornino a esprimersi attraverso la violenza.

La disponibilità di Juba a procedere alle elezioni segnala la volontà di consolidare la sovranità nazionale e ridurre la dipendenza dalla tutela esterna. Tuttavia, la distanza tra l’impegno politico e la capacità operativa rimane significativa. Le istituzioni elettorali necessitano di risorse, il dialogo tra le parti deve continuare, gli accordi di sicurezza devono essere attuati e la partecipazione di rifugiati e sfollati deve essere garantita. Questi elementi non costituiscono semplici requisiti tecnici: determinano la legittimità del processo e, quindi, la possibilità che il risultato venga accettato anche dagli attori sconfitti.

Il rischio principale è che elezioni insufficientemente preparate trasferiscano nelle urne rapporti di forza ancora fondati sul controllo delle armi, del territorio e delle risorse pubbliche. In un sistema nel quale le strutture statali restano fragili e il potere politico coincide spesso con l’accesso alle rendite, la sconfitta elettorale può essere percepita come una minaccia esistenziale. Il voto potrebbe allora diventare un acceleratore della conflittualità anziché uno strumento per contenerla. La priorità strategica non è quindi soltanto rispettare il calendario, ma costruire condizioni minime di sicurezza, inclusività e fiducia reciproca.

La richiesta di revocare le sanzioni e l’embargo sulle armi si inserisce in questa ricerca di autonomia. Juba presenta le misure restrittive come un ostacolo al rafforzamento delle istituzioni di sicurezza e alla protezione del processo elettorale. Sul piano diplomatico, tale posizione mira a spostare il rapporto con il Consiglio di sicurezza da una logica prevalentemente coercitiva a una forma di cooperazione fondata sulla responsabilità nazionale. Dal punto di vista dei partner internazionali, tuttavia, l’eliminazione dei vincoli senza progressi verificabili potrebbe aumentare la capacità coercitiva delle fazioni e indebolire uno dei pochi strumenti di pressione ancora disponibili.

Ne deriva un dilemma strategico. Mantenere indefinitamente le restrizioni rischia di alimentare la narrativa di uno Stato privato della piena sovranità e di spingere il governo verso partner esterni meno sensibili alle condizioni politiche e ai diritti umani. Revocarle prematuramente, invece, potrebbe facilitare il riarmo, irrigidire gli equilibri tra gruppi rivali e accrescere il costo di una eventuale crisi post-elettorale. Una soluzione sostenibile richiederebbe una revisione graduale e condizionata, collegata a risultati concreti nell’unificazione delle forze, nella protezione dei civili e nell’apertura dello spazio politico.

La posta in gioco supera i confini sudsudanesi. Il Paese occupa una posizione sensibile tra il Corno d’Africa, l’Africa centrale e il bacino del Nilo. La sua stabilità incide sui rapporti con Sudan, Uganda, Kenya, Etiopia, Repubblica Centrafricana e Repubblica Democratica del Congo. Un nuovo conflitto interno produrrebbe flussi di profughi, traffici d’armi, mobilità di gruppi armati e pressioni economiche sui vicini. La crisi sudanese accresce ulteriormente questa vulnerabilità, riducendo le capacità regionali di assorbire un’altra emergenza e complicando le vie commerciali ed energetiche dalle quali dipende Juba.

Il petrolio resta una componente essenziale di questo quadro. La dipendenza dalle infrastrutture che attraversano il Sudan limita l’autonomia strategica sudsudanese e rende la stabilità dei due Paesi interconnessa. Interruzioni prolungate delle esportazioni riducono le entrate pubbliche, indeboliscono la capacità dello Stato di pagare apparati civili e militari e intensificano la competizione per risorse più scarse. La vulnerabilità economica può quindi trasformarsi rapidamente in vulnerabilità politica e securitaria, soprattutto durante una fase elettorale.

Anche la missione internazionale si trova davanti a un cambio di paradigma. Il mantenimento della pace rimane indispensabile per la protezione dei civili e per la prevenzione di escalation locali, ma non può sostituire indefinitamente la costruzione di istituzioni nazionali. L’obiettivo dovrebbe essere accompagnare una progressiva assunzione di responsabilità da parte sudsudanese senza creare un vuoto di sicurezza. Una riduzione prematura dell’impegno internazionale potrebbe lasciare il processo esposto; una presenza priva di una strategia di uscita rischierebbe invece di cristallizzare la dipendenza e ridurre gli incentivi delle élite a raggiungere compromessi reali.

Per gli attori esterni, la linea più efficace consiste nel combinare sostegno tecnico alle elezioni, pressione diplomatica sulle leadership, tutela dello spazio politico e incentivi economici legati a progressi misurabili. Particolare attenzione deve essere rivolta agli sfollati, ai rifugiati, alle opposizioni e alle comunità periferiche, poiché la loro esclusione comprometterebbe la rappresentatività del voto e offrirebbe argomenti a chi volesse contestarne l’esito con la forza.

Le elezioni di dicembre non chiuderanno automaticamente la transizione. Nel migliore dei casi, potranno inaugurare una nuova fase nella quale il conflitto politico venga progressivamente separato dalla mobilitazione armata. Nel peggiore, potrebbero fornire una veste elettorale a equilibri coercitivi già esistenti o provocare una nuova frattura tra le componenti del potere. La variabile decisiva sarà la capacità delle élite sudsudanesi e dei partner internazionali di considerare il voto non come un traguardo formale, ma come parte di un processo più ampio di redistribuzione legittima del potere, integrazione delle forze armate e consolidamento dello Stato.

Fonte: UN News – The Global Eye è in partnership con SIOI

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