Il discorso del ministro degli Esteri del Sudan all’Assemblea generale delle Nazioni Unite segnala il consolidamento di una linea diplomatica fondata su tre assi: difesa della sovranità, delegittimazione delle Forze di supporto rapido e richiesta di una revisione dell’ordine multilaterale. Khartoum si dichiara disponibile a iniziative di pace, ma respinge soluzioni concepite all’esterno, pressioni politiche e formule negoziali che possano porre sullo stesso piano le autorità legate alle Forze armate sudanesi e le RSF. La disponibilità al dialogo resta quindi subordinata al riconoscimento della centralità dello Stato e alla neutralizzazione militare, politica e logistica dell’avversario.
La controversia sul visto negato dagli Stati Uniti al generale Abdel Fattah al-Burhan assume un significato superiore all’incidente protocollare. Il Sudan la presenta come una violazione dell’uguaglianza sovrana e degli obblighi del Paese ospitante delle Nazioni Unite, trasformandola in un argomento contro la selettività occidentale. Sul piano geostrategico, l’episodio rafforza la narrativa secondo cui Washington utilizzerebbe anche le istituzioni multilaterali come strumenti di pressione. Questa percezione potrebbe accelerare il riavvicinamento sudanese alle potenze favorevoli a una concezione rigida della non ingerenza e interessate a estendere la propria influenza nel Mar Rosso e nel Corno d’Africa.
La richiesta di interrompere i flussi transfrontalieri di armi, munizioni e mercenari indica che il conflitto viene interpretato non soltanto come guerra civile, ma come teatro di competizione regionale. Il controllo delle reti di rifornimento delle RSF diventa pertanto il vero punto di leva: senza una convergenza fra Stati confinanti, potenze del Golfo e attori africani, la pressione diplomatica difficilmente modificherà gli equilibri sul terreno. L’insistenza sul riconoscimento delle RSF come organizzazione terroristica mira inoltre a sottrarre loro legittimità negoziale, restringerne l’accesso a finanziamenti e armamenti e rendere politicamente più costoso qualsiasi sostegno esterno.
Questa impostazione presenta una contraddizione operativa. Definire le RSF esclusivamente come entità terroristica rafforza la coesione del fronte governativo, ma riduce lo spazio per un compromesso negoziato con un attore che mantiene capacità militari e territoriali. La pace prospettata da Khartoum appare quindi meno come un accordo fra contendenti e più come il ripristino dell’autorità statale dopo lo smantellamento dell’apparato rivale. Se nessuna delle parti ottiene una superiorità decisiva, tale impostazione rischia di prolungare la guerra e di frammentare ulteriormente il Paese.
La critica alle sanzioni si inserisce nella stessa strategia. Il governo sudanese tenta di collegare isolamento economico, indebolimento istituzionale e persistenza della violenza, attribuendo alle misure punitive una responsabilità nel deterioramento della sovranità e nella mancata riconciliazione nazionale. L’obiettivo è ampliare il consenso fra Stati africani e Paesi del Sud globale, molti dei quali contestano l’impiego selettivo delle sanzioni e delle condizionalità occidentali. In tale quadro, la richiesta di due seggi permanenti africani nel Consiglio di sicurezza serve sia a denunciare la sottorappresentazione del continente sia a collocare il caso sudanese entro una più ampia rivendicazione di riequilibrio del sistema internazionale.
Il mantenimento della cooperazione con le strutture delle Nazioni Unite dedicate agli aiuti umanitari, ai diritti umani, ai minori e alla violenza sessuale mostra tuttavia che Khartoum non persegue una rottura con l’ONU. La strategia consiste piuttosto nel separare le funzioni operative considerate utili dalla dimensione politico-coercitiva contestata. Questa cooperazione selettiva consente alle autorità sudanesi di preservare canali di assistenza e una misura di legittimità internazionale, limitando al tempo stesso le interferenze percepite nel processo politico interno.
Per l’Europa, il Mediterraneo e il Mar Rosso, la posta in gioco supera la stabilità del Sudan. Il protrarsi del conflitto favorisce traffici di armi e persone, nuovi flussi migratori, insicurezza lungo le rotte commerciali e competizione per porti, infrastrutture e accessi militari. La frammentazione sudanese potrebbe inoltre contagiare il Sahel orientale e il Corno d’Africa, mettendo sotto pressione Stati confinanti già fragili. Ne deriva che una politica efficace dovrebbe combinare tutela dell’integrità territoriale, contrasto ai rifornimenti esterni, accesso umanitario e incentivi a un processo politico inclusivo, evitando sia l’imposizione di una soluzione priva di radicamento locale sia l’accettazione della vittoria militare come unica via alla ricomposizione dello Stato.
In sintesi, il messaggio di Khartoum è quello di un’autorita che cerca riconoscimento internazionale senza accettare condizionamenti sulla configurazione del dopoguerra. La sua linea può raccogliere sostegno sul terreno della sovranità e della riforma multilaterale, ma resta esposta al rischio che la qualificazione assoluta del nemico e il rifiuto di mediazioni percepite come esterne restringano lo spazio diplomatico. La variabile decisiva sarà la capacità degli attori regionali di ridurre il sostegno materiale alle parti: finché la guerra rimarrà alimentata dall’esterno, nessuna formula politica interna avrà basi sufficienti per produrre una pace durevole.
Fonte: UN News – Sudan tells UN: No imposed solutions to country’s conflict
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