L’invio al fronte ucraino di una reliquia attribuita a Dmitrij Donskoj, principe medievale celebrato per la vittoria di Kulikovo del 1380 e canonizzato dalla Chiesa ortodossa russa, non costituisce un episodio folcloristico marginale. E’ un atto di mobilitazione simbolica concepito per inserire la guerra contemporanea in una narrazione storica e religiosa più lunga, nella quale la Russia appare come una civiltà assediata, investita di una missione sacra e impegnata in una lotta esistenziale contro nemici esterni. Portata tra le unità dislocate nei territori ucraini occupati, la reliquia trasforma lo spazio militare in uno spazio liturgico e presenta il combattente russo non soltanto come soldato dello Stato, ma come erede di una comunità storica chiamata a difendere la fede e la patria.
La scelta di Dmitrij Donskoj è funzionale a questa costruzione. Nella memoria nazionale russa, la battaglia di Kulikovo simboleggia l’emancipazione politica e spirituale di Mosca dal dominio dell’Orda d’Oro e l’inizio della sua ascesa quale centro aggregatore delle terre russe. Il principe fornisce quindi un archetipo particolarmente efficace: un capo militare benedetto dalla Chiesa, vincitore di un nemico rappresentato come estraneo alla comunità storica e artefice dell’unità sotto la guida di Mosca. Applicato alla guerra in Ucraina, questo modello tende a cancellare la specificità nazionale ucraina e a ricondurre il conflitto entro una vicenda interna al cosiddetto mondo russo, nel quale Mosca rivendica autorità politica, culturale e religiosa.
L’operazione conferma la progressiva integrazione tra Stato, forze armate e Patriarcato di Mosca. La Chiesa ortodossa russa non svolge più soltanto una funzione di legittimazione esterna, ma partecipa direttamente alla resilienza del sistema bellico: benedice uomini e armi, assiste i reparti, sostiene le famiglie, celebra i caduti e attribuisce alla morte in combattimento un significato redentivo. In cambio, il potere politico riconosce alla Chiesa un ruolo centrale nella definizione dell’identità nazionale e nella gestione dello spazio sociale. Questa convergenza produce una forma di nazionalismo religioso nella quale la fedeltà allo Stato, l’appartenenza alla civiltà russa e l’adesione all’Ortodossia vengono presentate come dimensioni inseparabili.
Sul piano operativo, una reliquia non modifica l’equilibrio militare, ma può contribuire alla tenuta morale in una guerra di attrito. Con il protrarsi delle ostilità, l’accumulo delle perdite e la riduzione delle aspettative di una vittoria rapida, il Cremlino deve alimentare motivazioni che vadano oltre il calcolo materiale. Il richiamo al sacrificio, alla continuità storica e alla protezione dei santi offre una cornice capace di dare significato alla sofferenza e di trasformare la perseveranza in dovere morale. Il ricorso sempre più intenso a tali strumenti può tuttavia essere letto anche come indice della difficoltà di mantenere la mobilitazione attraverso risultati militari tangibili e argomenti politici ordinari.
La sacralizzazione del conflitto serve inoltre a restringere lo spazio del dissenso interno. Se la guerra è presentata come difesa della civiltà e della fede, la critica non appare più come una divergenza sulla strategia dello Stato, ma come una forma di slealtà verso la comunità nazionale. La narrazione religiosa rende così più difficile separare patriottismo, obbedienza politica e consenso alla guerra. Il Patriarcato contribuisce a convertire una decisione geopolitica contingente in una necessità morale, mentre il potere politico utilizza l’autorità religiosa per consolidare la disciplina sociale.
La dimensione ecclesiastica possiede anche una rilevanza esterna. La guerra ha accelerato la frattura dell’Ortodossia, contrapponendo il Patriarcato di Mosca alle Chiese e alle comunità che ne contestano la pretesa di supremazia, in particolare in Ucraina. Il controllo delle parrocchie, dei monasteri, dei beni ecclesiastici e delle affiliazioni canoniche diventa parte della competizione per la sovranità. In questo senso, la religione funziona come uno strumento di proiezione d’influenza nello spazio post-sovietico: reti clericali e simboli condivisi possono sostenere legami transnazionali, diffondere narrazioni favorevoli a Mosca e indebolire la costruzione di identità politiche autonome.
Per l’Ucraina, il fenomeno rafforza l’idea che l’indipendenza ecclesiastica sia una componente della sicurezza nazionale. L’allontanamento da Mosca non riguarda soltanto la dottrina o l’amministrazione religiosa, ma la riduzione di una vulnerabilità strategica. La risposta ucraina, tuttavia, deve evitare che la necessità di contrastare l’influenza del Patriarcato russo degeneri in misure indiscriminate contro la libertà religiosa: un’eccessiva coercizione offrirebbe al Cremlino materiale propagandistico e potrebbe complicare i rapporti di Kyiv con i partner occidentali.
La mobilitazione delle reliquie ha infine una funzione comunicativa rivolta al pubblico internazionale. Essa suggerisce che Mosca interpreta lo scontro non come una disputa territoriale circoscritta, ma come una contesa sull’ordine europeo, sulla memoria storica e sui valori della civiltà. Il linguaggio sacro alza la posta simbolica, riduce la disponibilità al compromesso e rende più difficile presentare eventuali concessioni come semplici aggiustamenti strategici. Quando gli obiettivi politici vengono associati a una missione trascendente, anche una soluzione negoziale rischia di essere percepita come tradimento anziché come scelta prudenziale.
L’episodio mostra dunque come la Russia stia conducendo la guerra su tre piani simultanei: militare, mediante la pressione continuativa sul fronte; politico-sociale, attraverso la mobilitazione e il controllo del dissenso; metastorico, mediante la costruzione di una continuità tra la Rus’ medievale, l’impero, l’Unione Sovietica e la Federazione contemporanea. Le reliquie di Dmitrij Donskoj sono uno strumento di quest’ultimo livello. Non vincono battaglie, ma contribuiscono a definire per quale passato, per quale comunità e contro quale nemico la popolazione russa dovrebbe accettare di combattere ancora.
Fonte: CNN – Why Russia is sending dead princes and saints into battle
The Global Eye è in partnership con SIOI – Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale



