L’esistenza dei palestinesi è minacciata, afferma Abbas all’ONU: il rischio di “un’altra Nakba”

L’intervento di Mahmoud Abbas all’Assemblea generale delle Nazioni Unite mira a trasformare la crisi palestinese da emergenza umanitaria a questione di sopravvivenza politica e territoriale. Il richiamo a una nuova Nakba non svolge soltanto una funzione evocativa: presenta la guerra a Gaza, l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e l’isolamento di Gerusalemme Est come componenti di un’unica dinamica strategica. Nella lettura palestinese, l’obiettivo non sarebbe più soltanto contenere o amministrare il conflitto, ma modificare in modo permanente la geografia umana e politica dei territori.

Il punto decisivo riguarda la continuità territoriale. Il piano di insediamento nell’area E1, insieme alla crescita delle colonie, alle demolizioni, alle confische e alla frammentazione determinata dai posti di blocco, potrebbe separare Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania e dividere quest’ultima in aree sempre meno comunicanti. Ciò ridurrebbe ulteriormente la possibilità materiale di costituire uno Stato palestinese unitario. La soluzione dei due Stati rischierebbe così di sopravvivere sul piano diplomatico mentre verrebbero meno, sul terreno, le condizioni geografiche necessarie alla sua realizzazione.

Gaza costituisce l’altro polo della stessa contesa. Abbas chiede che la Striscia e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, tornino sotto un’unica autorità palestinese, secondo il principio di un solo Stato, un solo governo e un unico monopolio legittimo delle armi. È un tentativo di riaffermare la centralità dell’Autorità Palestinese e di impedire che il dopoguerra produca una separazione permanente tra Gaza e il resto dei territori. La questione non riguarda quindi soltanto la ricostruzione, ma chi controllerà politicamente e militarmente la Striscia e con quale legittimità.

La proposta di uno Stato palestinese democratico e non armato, capace di convivere con Israele, risponde a una doppia esigenza. Verso l’esterno, cerca di rassicurare gli Stati occidentali e di consolidare il riconoscimento internazionale della Palestina. Sul piano interno, tenta di presentare l’Autorità Palestinese come alternativa istituzionale sia all’occupazione israeliana sia al potere armato di Hamas. Le riforme finanziarie, sociali e scolastiche rivendicate da Abbas servono a dimostrare affidabilità, ma la loro efficacia politica dipenderà dalla capacità dell’Autorità di recuperare consenso e di ottenere risultati tangibili.

Il riconoscimento della Palestina da parte di 160 Stati accresce la legittimità internazionale della causa palestinese, ma non modifica automaticamente i rapporti di forza. Il divario tra consenso diplomatico e realtà territoriale rimane ampio: l’Assemblea generale può rafforzare l’isolamento politico di Israele, mentre le decisioni operative continuano a dipendere soprattutto dal Consiglio di sicurezza e dall’atteggiamento degli Stati Uniti. La richiesta di piena adesione all’ONU punta proprio a convertire il riconoscimento simbolico in maggiore capacità istituzionale.

Il diniego dei visti alla delegazione palestinese, per il secondo anno consecutivo, aggiunge una dimensione direttamente americana alla crisi. La controversia investe il ruolo degli Stati Uniti non soltanto come principale alleato di Israele e mediatore, ma anche come Paese ospitante delle Nazioni Unite. L’appello di Abbas a ripristinare dialogo e rispetto reciproco segnala la volontà di evitare una rottura definitiva con Washington, pur denunciandone l’attuale postura. Senza un riequilibrio statunitense, tuttavia, il sostegno internazionale alla soluzione dei due Stati difficilmente potrà tradursi in pressioni sufficienti a cambiare le dinamiche sul terreno.

La posta in gioco supera il conflitto israelo-palestinese. Un’ulteriore espulsione o un collasso duraturo delle strutture palestinesi alimenterebbero instabilità in Giordania, Egitto, Libano e nell’intero Levante, offrendo nuovi spazi alle organizzazioni armate e aumentando la pressione sulle società arabe. Metterebbero inoltre in difficoltà i governi che hanno normalizzato o intendono normalizzare le relazioni con Israele, perché renderebbero più costoso separare la cooperazione strategica dalla questione palestinese.

La traiettoria più pericolosa è dunque quella di una irreversibilità territoriale accompagnata da una crescente internazionalizzazione diplomatica. Più la prospettiva statuale palestinese viene erosa sul terreno, più aumentano il riconoscimento esterno, il ricorso alle istituzioni internazionali e la pressione per soluzioni alternative. Se la soluzione dei due Stati diventasse materialmente impraticabile, il conflitto potrebbe spostarsi verso una contesa prolungata sui diritti, sulla sovranità e sulla natura stessa dello spazio politico tra il Mediterraneo e il Giordano. In tale scenario, la crisi non sarebbe più gestibile come disputa territoriale circoscritta, ma assumerebbe i caratteri di una frattura regionale permanente, con conseguenze dirette sugli equilibri mediorientali e sulla credibilità dell’ordine internazionale.

Fonte: UN News – Palestinian existence under threat, Abbas tells UN, warning of ‘another Nakba’

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