nostro commento da Soufan Center – Russia Escalates its External Operations Against the United States
Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso note le accuse a carico di cinque individui legati ai servizi di intelligence russi per associazione a delinquere finalizzata al finanziamento del terrorismo e, per alcuni di loro, per associazione a delinquere finalizzata a commettere un omicidio sul suolo statunitense.
L’intensificazione delle operazioni russe contro gli Stati Uniti segnala un passaggio rilevante nel confronto strategico tra Mosca e Washington. Non si tratta necessariamente dell’apertura di un nuovo fronte, quanto dell’estensione sul territorio americano di una competizione già consolidata in Europa: un conflitto condotto sotto la soglia della guerra convenzionale attraverso intelligence, cyberattacchi, reclutamento di intermediari, campagne informative e azioni clandestine difficili da attribuire con immediatezza allo Stato che le promuove.
La scelta russa risponde anzitutto a una logica di asimmetria. Mosca non può sostenere un confronto paritario con gli Stati Uniti sul piano economico, tecnologico e militare globale, ma può aumentarne i costi politici e di sicurezza colpendo le vulnerabilità di una società aperta e fortemente digitalizzata. L’obiettivo non è ottenere una vittoria decisiva, bensì produrre insicurezza, assorbire risorse, alimentare divisioni interne e dimostrare che il sostegno occidentale all’Ucraina comporta conseguenze anche lontano dal campo di battaglia.
In questa prospettiva, le operazioni esterne diventano uno strumento di coercizione indiretta. La Russia cerca di trasformare la profondità strategica statunitense – tradizionalmente protetta dalla geografia – in uno spazio permeabile. Infrastrutture critiche, reti informatiche, comunità della diaspora, università, imprese tecnologiche e dibattito pubblico costituiscono altrettanti punti di accesso. Il territorio americano non viene minacciato principalmente da mezzi militari convenzionali, ma da un ecosistema operativo nel quale attività legali, criminali e statali tendono a sovrapporsi.
Il ricorso a intermediari offre a Mosca un vantaggio ulteriore: consente di mantenere una plausibile negabilità e di modulare il livello dello scontro. Agenti non ufficiali, reti criminali, società di copertura e individui reclutati online possono essere impiegati senza esporre direttamente gli apparati russi. Questa esternalizzazione riduce i costi, complica l’attribuzione e rallenta la risposta americana. Crea inoltre una zona grigia nella quale Washington deve decidere se trattare ogni episodio come criminalità ordinaria, spionaggio o aggressione strategica.
Il nodo centrale è quindi la deterrenza. Gli Stati Uniti possiedono capacità superiori, ma faticano a tradurle in una risposta efficace contro azioni frammentate e ambigue. Una rappresaglia eccessiva rischierebbe di provocare un’escalation; una risposta soltanto giudiziaria potrebbe invece essere interpretata come insufficiente. Mosca sfrutta precisamente questa incertezza, confidando che la soglia americana di reazione resti più alta della soglia russa di provocazione.
La pressione sul territorio statunitense ha anche una dimensione psicologica e politica. Mostrare che la guerra ibrida può raggiungere il cuore dell’avversario serve a incrinare la distinzione tra fronte interno ed esterno. Può inoltre alimentare il dibattito sul costo degli impegni internazionali degli Stati Uniti, rafforzando le correnti isolazioniste e rendendo più controverso il sostegno a Kyiv e agli alleati europei. In questo senso, anche operazioni di portata materiale limitata possono produrre effetti strategici se amplificate dalla polarizzazione politica e dall’ecosistema mediatico.
Per l’Europa, l’evoluzione ha un significato ambivalente. Da una parte conferma che le attività clandestine russe non costituiscono un problema esclusivamente europeo, ma una componente strutturale del confronto con l’intero spazio euro-atlantico. Dall’altra può indurre Washington a concentrare maggiormente risorse di controspionaggio e sicurezza sul fronte interno, chiedendo agli alleati europei di assumersi una quota più ampia della propria difesa. La risposta occidentale dovrà quindi evitare una frammentazione nazionale e sviluppare meccanismi comuni di attribuzione, contrasto finanziario, protezione delle infrastrutture e repressione delle reti per procura.
L’escalation russa non implica necessariamente che Mosca voglia uno scontro diretto. Indica piuttosto la volontà di rendere più costoso e instabile il confronto senza oltrepassare deliberatamente la soglia che potrebbe provocare una reazione militare. Il pericolo risiede però nella progressiva normalizzazione di queste operazioni. Quanto più esse diventano frequenti e audaci, tanto maggiore è il rischio di errori di calcolo, vittime inattese o attribuzioni affrettate capaci di trasformare una crisi clandestina in un confronto aperto.
La sfida per Washington consiste dunque nel costruire una deterrenza calibrata: abbastanza credibile da modificare il calcolo russo, ma sufficientemente controllata da non accelerare la spirale dell’escalation. Ciò richiede non soltanto migliori capacità investigative e di intelligence, ma anche una chiara comunicazione delle soglie oltre le quali le attività russe sarebbero considerate una minaccia alla sicurezza nazionale e non più semplici episodi criminali. La partita decisiva si gioca infatti nella zona grigia tra pace e guerra, dove la superiorità militare conta meno della capacità di attribuire rapidamente le responsabilità, coordinare gli alleati e imporre costi prevedibili.
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