Guerre, intelligenza artificiale, cybersicurezza, infrastrutture, clima e diritti convergono in un’unica competizione per il controllo delle reti materiali e immateriali da cui dipende il potere.
Il baricentro immediato della giornata è il Medio Oriente allargato, ormai leggibile come un solo spazio operativo che collega Iran, Yemen, Mar Rosso, stretto di Hormuz, Libano e Golfo. Gli attacchi statunitensi in Iran, lo scontro con imbarcazioni iraniane che avrebbero cercato di impadronirsi di un drone della Marina americana, la contrazione del traffico nello stretto di Hormuz e la visita del ministro degli Esteri iraniano a Pechino mostrano come la guerra stia producendo effetti simultaneamente militari, energetici e diplomatici. La Cina non appare soltanto come interlocutore politico di Teheran: diventa la principale profondità strategica alla quale l’Iran può rivolgersi per ridurre l’isolamento e bilanciare la pressione occidentale.
Sul versante occidentale della penisola arabica, l’avanzata degli Houthi verso Mocha, Perim e Bab el-Mandeb attribuisce all’asse iraniano una leva diretta su una delle arterie fondamentali del commercio mondiale. Il controllo o la minaccia dei colli di bottiglia marittimi permette a un attore militarmente inferiore di esercitare un’influenza molto superiore al proprio peso convenzionale. La risposta prende quindi la forma di un riallineamento regionale: il coordinamento tra Egitto e Arabia Saudita lega la sicurezza del Regno, quella del Canale di Suez e quella del Mar Rosso in una medesima architettura. Washington, mentre sostiene intelligence e partner locali, sembra voler evitare che lo Yemen diventi un ulteriore fronte diretto della guerra con l’Iran. Il risultato è una regionalizzazione della deterrenza: gli Stati Uniti restano il garante esterno, ma cercano di trasferire agli alleati una quota crescente del rischio e della risposta.
Anche il Libano rientra in questa ricomposizione. La visita dell’ambasciatore statunitense in una zona pilota controllata dall’esercito libanese, collegata al ritiro israeliano e al dispiegamento delle forze di Beirut, segnala il tentativo di sostituire alla sovranità frammentata una presenza statale verificabile. Ma la stabilizzazione del confine dipende dalla capacità dell’esercito libanese di riempire lo spazio lasciato da Israele senza provocare un nuovo confronto con Hezbollah. In questo quadro, i civili restano l’anello più vulnerabile: le vittime degli attacchi in Iran e gli sfollamenti nello Yemen ricordano che l’espansione geografica della guerra produce una crescente sproporzione tra obiettivi strategici e costi umani.
Il secondo grande asse è il confronto tra Russia e Occidente, sempre più collocato nella zona grigia fra guerra e pace. L’episodio della fregata russa che avrebbe lanciato razzi illuminanti verso un elicottero militare danese, insieme all’abbattimento di un drone sopra la Lituania e alle riflessioni sull’escalation ibrida, indica una strategia fondata sulla moltiplicazione di incidenti controllati, ambigui e reversibili. Mosca può così misurare tempi di reazione, regole d’ingaggio e coesione politica della NATO senza superare apertamente la soglia che imporrebbe una risposta collettiva. La deterrenza europea viene sottoposta non a un singolo test decisivo, ma a una sequenza di pressioni periferiche.
In parallelo, il Cremlino accoglie l’idea statunitense di una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche, collegandola però alla protezione delle esportazioni marittime e alla rimozione delle sanzioni. È una tattica negoziale riconoscibile: trasformare una misura di riduzione del rischio in uno strumento per ottenere concessioni economiche più ampie. Le divisioni democratiche al Congresso statunitense su nuove sanzioni alla Russia mostrano inoltre che Mosca opera anche sul fattore tempo, contando sull’usura delle coalizioni avversarie. Sullo sfondo, l’intensificazione dei rapporti con la Corea del Nord conferma la formazione di una rete di cooperazione tra potenze sottoposte a pressione occidentale, mentre la Cina studia sistematicamente l’esperienza russa in Ucraina, fino alle lezioni sulla medicina militare e sulla sostenibilità sanitaria di una guerra prolungata.
Il Caucaso meridionale offre un raro elemento di possibile stabilizzazione. La decisione armena di trasformare la normalizzazione con l’Azerbaigian in politica di Stato per il periodo 2026-2031 indica che Yerevan considera la pace non più una concessione temporanea, ma una condizione della propria sopravvivenza strategica. Restano però aperti il consenso interno, il referendum costituzionale, la delimitazione dei confini e i collegamenti regionali. La posta in gioco supera i due Paesi: riguarda i corridoi tra Europa e Asia, il ruolo della Turchia, la presenza russa e la capacità occidentale di favorire un ordine regionale meno dipendente da Mosca.
La vera dorsale concettuale della giornata è però l’intelligenza artificiale. Diversi contributi ruotano attorno alla proposta di rallentare lo sviluppo dei modelli di frontiera per permettere alla ricerca sulla sicurezza e alla regolazione di recuperare terreno. Il problema è che un rallentamento tecnicamente auspicabile diventa strategicamente quasi impossibile. Stati Uniti e Cina considerano l’IA una tecnologia generale della potenza: crescita economica, intelligence, superiorità militare, capacità cibernetiche e influenza internazionale dipendono sempre più dalla stessa infrastruttura computazionale. Nessuno dei due vuole quindi fermarsi per primo, temendo che l’altro trasformi la cautela in svantaggio.
Il richiamo all’effetto Reykjavik suggerisce una possibile analogia con il controllo degli armamenti nucleari: solo i vertici politici delle due maggiori potenze potrebbero creare uno spazio negoziale sufficiente a frenare la corsa. Ma l’analogia ha limiti evidenti. I modelli di IA sono sviluppati anche da imprese private, il progresso è più difficile da verificare, le capacità sono diffuse attraverso software e dati e la linea tra uso civile e militare è estremamente permeabile. Pechino interpreta inoltre le proposte occidentali di pausa come un possibile schema di contenimento tecnologico, mentre Washington teme che una tregua favorisca la rincorsa cinese. La questione decisiva non è dunque la consapevolezza del rischio, ormai ampia, ma la mancanza di fiducia e di un’autorità di supervisione ritenuta legittima da tutti.
Gli appelli internazionali a una regolazione più incisiva e gli allarmi europei completano il quadro. L’autoregolazione aziendale viene giudicata insufficiente, mentre l’IA generativa riduce drasticamente il tempo necessario a trasformare una vulnerabilità resa pubblica in un attacco operativo. La difesa rischia così di trovarsi in una condizione di “tempo negativo”: quando una falla viene annunciata, l’offensiva automatizzata può precedere l’installazione delle correzioni. La distinzione tra sicurezza dell’IA e sicurezza attraverso l’IA tende quindi a dissolversi.
La Cina, intanto, collega le piattaforme provinciali per monitorare la potenza di calcolo su scala nazionale. È un passaggio strategico perché la capacità computazionale sta diventando una risorsa assimilabile all’energia: deve essere censita, distribuita, protetta e indirizzata. Il piano canadese per un grande polo infrastrutturale di IA nel Saskatchewan risponde alla stessa logica. Dietro la competizione sugli algoritmi c’è una geopolitica molto concreta fatta di data center, elettricità, reti, chip, raffreddamento e territori. Il potere digitale resta ancorato alla geografia.
Questo processo ha anche una dimensione interna alle leadership. La rimozione di Zhong Shaojun dalla cerchia più vicina a Xi Jinping suggerisce che la centralizzazione cinese non elimina le lotte di potere, ma le rende meno visibili e potenzialmente più destabilizzanti. Quando il controllo politico, militare e tecnologico converge nelle stesse mani, ogni cambiamento negli equilibri personali può assumere rilevanza strategica.
Accanto alla corsa per l’IA emerge il problema della sovranità digitale democratica. Il confronto sul progetto canadese di accesso legale alle comunicazioni riapre il dilemma tra crittografia, sicurezza pubblica e sorveglianza. Le tecnologie di tutela della privacy hanno infatti una natura duale: proteggono cittadini, imprese e infrastrutture, ma possono anche essere impiegate per occultare identità, transazioni e attività criminali. Crittografia avanzata, blockchain, identità digitale, sistemi quantistici e reti di nuova generazione sono quindi contemporaneamente strumenti di protezione e potenziali moltiplicatori dell’opacità.
La nascita di una cooperazione internazionale contro le frodi informatiche e telefoniche mostra che la criminalità digitale non può più essere affrontata entro confini nazionali. Il rischio, tuttavia, è che l’esigenza di cooperazione investigativa favorisca l’espansione di sistemi di sorveglianza incompatibili con i diritti fondamentali. Lo stesso problema affiora negli Stati Uniti, dove le presunte ricerche illegali del Dipartimento per la sicurezza interna sui dati elettorali mettono in discussione i limiti costituzionali dell’apparato di sicurezza. Il contenzioso tra città americane e amministrazione federale sulle prestazioni sociali degli immigrati mostra, da un altro versante, come dati, welfare e status migratorio stiano diventando strumenti di governo e di pressione politica.
Lo sguardo si allarga poi alla geopolitica delle risorse e degli spazi estremi. L’Artico sta cessando di essere una periferia geografica: scioglimento dei ghiacci, nuove rotte marittime, giacimenti energetici e materie prime strategiche lo trasformano in un fronte della competizione fra Stati Uniti, Russia, Cina, Canada ed Europa. L’Unione europea cerca un ruolo, mentre la prudenza italiana riflette il divario tra consapevolezza strategica e capacità operativa. Anche qui ambiente, sicurezza e sviluppo non sono separabili.
La contaminazione da PFAS rappresenta l’altra faccia della stessa trasformazione. Una questione apparentemente ambientale diventa geopolitica perché coinvolge filiere industriali, salute pubblica, responsabilità delle imprese, regolazione internazionale e disuguaglianze nell’esposizione al rischio. L’inquinamento persistente mostra che il potere non consiste soltanto nel controllare risorse e infrastrutture, ma anche nel trasferire altrove i costi ambientali della produzione.
Sul piano geoeconomico, lo studio delle stablecoin nel commercio internazionale segnala la progressiva erosione del confine tra moneta, tecnologia e sovranità. Questi strumenti potrebbero ridurre costi e tempi delle transazioni transfrontaliere, ma pongono problemi di stabilità finanziaria, supervisione e controllo dei flussi. Parallelamente, il quasi raddoppio delle rimesse dei migranti in un decennio conferma che la mobilità umana costituisce una grande infrastruttura economica transnazionale. Le rimesse sostengono famiglie e comunità, ma rivelano anche la dipendenza strutturale di molti Paesi da redditi prodotti altrove.
Infine, la giornata mette in evidenza l’indebolimento del sistema multilaterale di gestione delle crisi. In Sudan il problema non è soltanto l’aggravamento dell’emergenza umanitaria, ma il possibile collasso del dispositivo internazionale incaricato di contenerla per insufficienza di finanziamenti. Analogamente, il richiamo alla sicurezza e alla verifica nucleare segnala quanto gli organismi tecnici rimangano indispensabili proprio mentre la competizione geopolitica ne restringe gli spazi. Il multilateralismo non scompare, ma rischia di sopravvivere come struttura formalmente necessaria e materialmente sottofinanziata.
Il filo conduttore della giornata è dunque la trasformazione dell’interdipendenza in vulnerabilità strategica. Rotte marittime, energia, infrastrutture digitali, capacità di calcolo, dati personali, ambiente, finanza e assistenza umanitaria sono reti condivise, ma proprio per questo possono diventare strumenti di coercizione. La distribuzione del potere non dipende più soltanto dal possesso di territori e arsenali: dipende dalla capacità di controllare, interrompere o proteggere i flussi.
Ne emerge un ordine internazionale sempre più policentrico e meno governabile. Le potenze cercano autonomia senza poter rinunciare all’interdipendenza; invocano regole comuni ma temono che i rivali le sfruttino; riconoscono rischi sistemici che nessuno può affrontare da solo, ma non dispongono della fiducia necessaria per cooperare. La cifra geostrategica della giornata non è quindi soltanto l’escalation, ma l’assenza di meccanismi credibili capaci di impedirle di propagarsi da un dominio all’altro.
Marco Emanuele
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