Le tecnologie progettate per proteggere dati e comunicazioni stanno diventando un terreno decisivo per la sicurezza europea. Uno studio congiunto del Joint Research Centre della Commissione europea e di Europol, elaborato attraverso il contributo di forze dell’ordine, università, industria e società civile, ha esaminato quasi 200 segnali tecnologici e individuato dieci innovazioni destinate a incidere sulle future attività investigative.
Il punto centrale è la natura a duplice uso delle tecnologie per la tutela della privacy. Crittografia avanzata, intelligenza artificiale, blockchain, identità digitale, sistemi quantistici e reti 6G possono rafforzare la cybersicurezza, limitare l’esposizione dei dati personali e accrescere la fiducia nei servizi digitali. Le stesse capacità, tuttavia, possono essere sfruttate dalle organizzazioni criminali per occultare identità e transazioni, proteggere le comunicazioni e rendere più difficile l’acquisizione delle prove elettroniche.
La crittografia omomorfica esemplifica questa ambivalenza: consente di analizzare informazioni senza decifrarle e potrebbe quindi permettere alle autorità di individuare schemi riconducibili al riciclaggio senza accedere all’intero contenuto dei dati finanziari. Ma la diffusione di sistemi crittografici più sofisticati potrebbe anche restringere gli spazi operativi delle indagini tradizionali. Analogamente, le architetture decentralizzate della blockchain aumentano la resilienza delle infrastrutture digitali, ma possono favorire il trasferimento pseudonimo di proventi illeciti.
Sul piano geostrategico, la questione riguarda la sovranità tecnologica dell’Unione europea. Se l’Europa non svilupperà competenze autonome nella crittografia post-quantistica, nell’IA investigativa e nell’elaborazione protetta dei dati, rischierà di dipendere da piattaforme e standard definiti da potenze straniere. Il futuro computer quantistico, capace in prospettiva di compromettere parte della crittografia oggi in uso, rende inoltre urgente proteggere fin d’ora infrastrutture critiche, comunicazioni istituzionali e informazioni strategiche.
Lo studio suggerisce quindi di superare la contrapposizione semplicistica tra privacy e sicurezza. La sfida europea non consiste nell’indebolire indiscriminatamente le protezioni digitali per agevolare le indagini: una simile scelta esporrebbe cittadini, imprese e istituzioni a criminalità informatica e interferenze straniere. L’obiettivo è invece incorporare entrambe le esigenze nella progettazione dei sistemi, dotando le autorità di strumenti investigativi mirati, verificabili e sottoposti a garanzie democratiche.
La posta in gioco è la capacità dell’UE di definire un proprio modello di potenza digitale: tecnologicamente competitivo, operativo contro reti criminali sempre più sofisticate e al tempo stesso coerente con la tutela dei diritti fondamentali. La regolazione delle tecnologie per la privacy diventa così non soltanto una questione giuridica, ma un elemento della sicurezza collettiva e dell’autonomia strategica europea.
by Digital Watch Observatory – A new JRC–Europol study look on how emerging privacy technologies could reshape law enforcement
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