Il programma di governo armeno per il periodo 2026-2031 segna un passaggio strategico: la normalizzazione con l’Azerbaigian non è più presentata come una scelta negoziale contingente, ma come un obiettivo istituzionale dello Stato. Yerevan si impegna a concludere e ratificare il trattato di pace, proseguire la delimitazione del confine e sviluppare rapporti economici e sociali bilaterali. Per Baku, il valore del documento risiede quindi nella continuità politica che esso attribuisce al processo, rendendolo meno dipendente da eventuali rimpasti di governo.
Questa svolta rientra nella strategia armena di politica estera “equilibrata ed equilibrante”, concepita per ridurre le dipendenze eccessive e correggere gli squilibri nelle relazioni internazionali. L’obiettivo della “regionalizzazione” indica la volontà di collocare Armenia, Azerbaigian, Georgia, Iran e Turchia nello stesso spazio prioritario, prima ancora dei rapporti con Unione Europea, Stati Uniti e Francia. Yerevan cerca così di acquisire maggiore autonomia attraverso l’integrazione nel proprio vicinato, anziché affidare la sicurezza nazionale alla protezione esclusiva di una potenza esterna.
La portata geopolitica di questa scelta riguarda soprattutto il progressivo ridimensionamento della centralità russa. Per decenni Mosca ha rappresentato il principale garante della sicurezza armena e il suo fornitore energetico esterno di riferimento. L’apertura verso Baku e Ankara, accompagnata dal ripristino dei collegamenti regionali, potrebbe diversificare tanto le relazioni diplomatiche quanto le dipendenze economiche di Yerevan. Non si tratta necessariamente di una rottura immediata con la Russia, ma della costruzione di alternative capaci di limitarne la leva strategica.
Il principale ostacolo alla pace non appare più diplomatico, poiché il testo dell’accordo è stato definito, bensì costituzionale e politico. Baku chiede che l’Armenia elimini dal proprio quadro costituzionale i riferimenti interpretati come rivendicazioni territoriali sul Karabakh. Tale modifica richiede l’adozione di una nuova Costituzione mediante referendum. La maggioranza governativa può amministrare il Paese, ma non dispone autonomamente dei numeri necessari per avviare il processo costituzionale, mentre l’opposizione vicina al Cremlino può ostacolarlo. La capacità di Pashinyan di trasformare gli impegni programmatici in risultati dipenderà quindi dalla costruzione di un consenso parlamentare e popolare più ampio.
La normalizzazione con la Turchia costituisce il secondo pilastro della trasformazione regionale. Il programma prevede l’instaurazione di relazioni diplomatiche, la riapertura della frontiera e l’attivazione di almeno due valichi moderni, insieme al ripristino delle connessioni di trasporto, energetiche e digitali. Dal punto di vista di Baku e Ankara, questo processo è complementare alla pace armeno-azera e alla creazione della rotta Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), destinata a collegare più efficacemente l’Azerbaigian con la sua exclave del Nakhchivan e con la Turchia.
La connettività diventa così lo strumento attraverso cui consolidare il nuovo equilibrio. Se gestita attraverso accordi reciprocamente accettati e nel rispetto della sovranità armena, la riapertura delle comunicazioni potrebbe trasformare l’Armenia da Stato relativamente isolato a nodo di transito tra Mar Nero, Caspio, Anatolia e Iran. Questa prospettiva offrirebbe a Yerevan vantaggi commerciali, entrate logistiche e maggiore rilevanza negoziale, ma aumenterebbe contemporaneamente l’influenza economica di Azerbaigian e Turchia.
Particolarmente significativa è la possibile integrazione energetica. L’importazione di gas azero e l’interconnessione delle reti elettriche inserirebbero Baku nell’architettura della sicurezza energetica armena, riducendo il ruolo quasi esclusivo della Russia. L’avvio di colloqui tra gli organismi tecnici responsabili delle reti indica che il progetto sta passando dalle dichiarazioni politiche alla valutazione della fattibilità commerciale e infrastrutturale. L’interdipendenza energetica potrebbe rafforzare la pace creando interessi materiali condivisi, ma produrrebbe anche nuove vulnerabilità qualora i rapporti politici tornassero a deteriorarsi.
Per l’Azerbaigian, il programma armeno rappresenta una conferma della propria visione del dopoguerra: chiusura formale del conflitto, superamento delle rivendicazioni sul Karabakh e costruzione di corridoi regionali centrati sull’asse Baku-Ankara. L’interesse azero è concludere parallelamente la normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian e quella tra Armenia e Turchia, affinché ciascun processo rafforzi l’altro. Yerevan può beneficiare di questa trasformazione, ma deve evitare che l’integrazione si traduca in una posizione strutturalmente subordinata rispetto ai due vicini.
Il programma delinea il passaggio da un Caucaso meridionale organizzato intorno al conflitto e all’intervento delle potenze esterne a un ordine fondato su confini riconosciuti, infrastrutture e interdipendenza. Il cambiamento è strategicamente profondo, ma non ancora irreversibile. La direzione del governo armeno appare definita; restano incerti il consenso interno, l’esito del referendum costituzionale e le condizioni concrete dei collegamenti regionali. Il successo dipenderà dalla capacità di trasformare la pace da impegno governativo in un nuovo equilibrio nazionale e regionale percepito come legittimo anche dalla società armena.
Fonte: The Jamestown Foundation – Armenia’s New Five-Year Program Vindicates Peace Framework With Azerbaijan
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